Adria: psicopatologia di una madre indegna

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Maria Rita Parsi

di Giacinto Lombardi (Tratto da “Cuore di mostro” di Maria Rita Parsi, Mondadori, 2002). Amara e terribile è la sentenza che Adria, ventiseienne in carcere dall’età di 18 anni, emette contro sua madre dopo averla uccisa senza alcun pentimento perché “uccidere mia madre è stato un atto di giustizia. Era una strega. se fossi stata in una fiaba, dopo aver fatto fuori la strega, sarei diventata un’eroina. Le ho dato due coltellate, ma se avessi potuto l’avrei colpita ancora, ancora… però i coltelli non cancellano come le gomme. Io avrei preferito una gomma. Avrei preferito poterla cancellare dalle nostre vite. Donne così, madri così non dovrebbero nascere. Dio non dovrebbe permetterlo… e poi io non provo quel pentimento che si dovrebbe provare per aver ucciso un genitore. Non ho quel senso di colpa di cui parla il prete. Non sono disposta a perdonarla… se fosse sopravvissuta avrebbe “intortato” la giuria. Sarebbe passata per una vittima di tutto e di tutti mentre invece era una carnefice. Un’autentica strega. Un male allo stato puro. Un cancro inguaribile. E prima che tu ti potessi accorgere di come fosse, ti aveva già divorato la mente, il cuore… Non dubitava mai di sé. Gridava al mondo di essere sempre stata sfruttata, raggirata, tradita. Invece era lei ad agire in quel modo. Per anni ho creduto che lei fosse la donna più buona del mondo e che mio padre fosse un bastardo, un uomo orribile come lo descriveva lei perché non lo frequentassi e non scoprissi la verità”.

Poi suo padre andò via, curò il suo alcolismo e divenne un’altra persona. Lei crebbe e conobbe la verità delle menzogne di sua madre. Le rimanevano i ricordi, come quella volta che lo accusò di averlo visto leccare il seno di Petulia, la cameriera. Lei fu ossessionata dall’immagine del padre che tradiva la madre, le sue urla, le sue bestemmie, la sua ira di essere accusato ingiustamente e poi scoprire che non era vero niente. La madre era una narcisista patologica borderline e ripeteva sempre lo stesso canovaccio con ogni uomo. Prima il love bombing: le moine, le lodi, l’adorazione di falsa innamorata, poi la distruzione morale dell’uomo abbinata a ricatti economici, estorsioni, minaccia di rivelare la sua relazione adulterina alla moglie. Lei prima li seduceva e poi si scandalizzava di loro e li chiamava porci, infine lo sganciamento con richieste di denaro. La cacciata del padre non fu indolore, la madre lo accusò ancora di tradimenti inesistenti e lui le mise le mani addosso, nonna e madre andarono ai Carabinieri e lui finì in galera. Adria scoppiò a piangere: “la mia disperazione era totale. Mi sentivo persa, senza più un punto di riferimento al mondo, senza una sola persona da amare. Infatti, proprio in quel giorno, piangendo, mi resi conto di non amare più quella donna che chiamavo mamma. Era un pensiero terribile, un pensiero che a sei anni non si può sopportare”.


Cercai di suicidare la mia anima e di arrendermi a lei.


Cacciato il padre, la madre “andava a caccia di prove che raccoglieva con sistematica accuratezza… mentiva senza pudore e poi sosteneva le menzogne che aveva detto con assoluta tranquillità. Come se quella fosse la verità. Una verità della quale, alla fine, era pienamente convinta anche lei. E sempre ci faceva vedere gli altri, tutti gli altri, il padre, i parenti, gli amici, i vicini, come nemici. E infatti amici e amiche, innamorati e amanti, parenti e vicini, reggevano ben poco. Apriva la porta di casa a uomini e donne, li intratteneva con modi garbati, pacati, riguardosi, abbatteva a forza di complimenti le loro difese, era decisamente abile. Anche in considerazione dell’esperienza acquisita con mia nonna. Non sapeva fare niente, non aveva voglia di lavorare e aveva un pessimo carattere. Ricercava uomini che la mantenessero. Con questi però litigava quasi subito per questioni di gelosia o di soldi. Ragion per cui mia madre andò lavorare a 16 anni. Era gelosa dei suoi amanti e, al contempo, li disprezzava anche perché sua madre metteva a nudo, davanti a lei, tutte le loro debolezze. Il disprezzo degli uomini costituiva il legame più forte che mia madre e mia nonna avessero tra loro. La stupidità che attribuivano agli uomini le induceva a disprezzarli e sfruttarli in ogni modo. Questo disprezzo aveva indotto mia madre a collezionare, dall’età di 16 anni, moltissimi rapporti: l’uomo sedotto, assai più grande di lei veniva economicamente raggirato, calunniato, ricattato e, alla fine allontanato. Ricercava la perfezione negli altri ma, quando scopriva in loro anche la più piccola debolezza, la sua fiducia si incrinava.

Nei confronti di noi figli, mia madre sembrava provare soltanto quella possessività aggressiva e dispotica che, alla fine, manifestava nei confronti di chiunque cadesse nella sua rete. Non aveva rispetto per i nostri sentimenti, ci umiliava con parole e castighi terribili. A sedici anni seppi di non essere figlia dell’uomo che mi aveva cresciuto e che io chiamavo papà. Mia madre mi rivelò questo “segreto” quando mi ribellai, stanca dei suoi soprusi. Inoltre Giada, la più piccola dei miei fratelli, non era più in sé e già a dodici anni iniziava a delirare. Perciò dissi a mia madre che volevo andare a vivere con mia sorella da papà. Mio padre aveva comprato una grande casa, voleva recuperare il tempo perduto, aiutarci a crescere e stabilire con noi un rapporto d’amore e di fiducia”. Ma naturalmente quella madre snaturata non poteva permetterlo. Con indifferenza le rivela il segreto e che lei era figlia di un “porco”, un riccone che le aveva mantenute mentre il padre beveva. “Ricordo che quella fu la prima volta che provai il desiderio di ucciderla. Per liberarmi da lei. Per liberare tutti e fare giustizia. Mia madre era un mostro. Così, per sopportare quella nuova sconfitta del mio cuore e della mia speranza, cercai addirittura di imitarla. Fu quello il periodo peggiore della mia vita: mi violentai, cercai di suicidare la mia anima e di arrendermi a lei.


La signora impazzisce e si gioca la pallottola d’argento.


Per i figli maschi, invece la madre riservava un trattamento molto particolare. “Iniziò a erotizzarli per “delega” attraverso le cameriere che mia madre sceglieva accuratamente e che poi, di volta in volta, cambiava. Mia madre odiava i maschi e i loro vizi. Così li voleva: compiacenti, eccitati, destabilizzati e sottomessi. Così, dopo averli eccitati e catturati, consentendo loro piaceri inadeguati alla loro età e lasciandoli dormire di notte nei letti delle cameriere, all’improvviso fingeva di aver scoperto quello che facevano, a suo dire, clandestinamente e li puniva. Percosse, poco cibo, nesssun contatto con l’esterno, feroci sermoni sulla loro crudeltà, cattiveria, sporcizia. Come la maga Circe, prima che diventassero umani li stava trasformando in porci”. Li faceva sentire “disprezzati, sporcati dal fango di un pregiudizio contro i maschi che negava loro ogni risorsa, ogni identità, ogni speranza di essere riconosciuti e amati. Intanto la sorellina era costretta a dormire con la madre e quando la mamma ospitava uno dei suoi amanti lei stava ugualmente nel lettone oppure veniva messa in un lettino lì vicino. Non ci è dato sapere cosa vedesse e sentisse in quel lettone o quale coinvolgimento anche fisico avesse avuto anche la bambina nei giochi folli di un’isterica psicopatica come quella donna.

“Comunque, le sue quotidiane, esibizionistiche masturbazioni, quel suo continuo ondeggiare camminando e lo strusciarsi ovunque, il toccarsi in mezzo alle gambe senza alcuna remora, il giocare a denudarsi, a sfiorare per gioco i genitali degli altri, davano adito alle peggiori supposizioni”. Poi “Giada ebbe il suo primo ciclo mestruale, fu allora che impazzì. Quando vide il sangue uscirle di sotto, forse pensò di essere malata oppure che si trattasse di una punizione per i suoi giochi erotici con Altiero, o forse c’era qualcos’altro che noi non sapevamo che riguardava Giada, mia madre e i suoi amanti. Di fronte al mestruo, comunque, mia sorella perse il controllo. Non voleva più mangiare, vomitava ogni cosa, piangeva, urlava. Si lavava continuamente le mani, si faceva la doccia dieci volte al giorno e aveva il terrore costante di essere contagiata da qualcosa di sporco. Intanto però il padre ha sconfitto l’alcolismo, ha comprato una bella casa e si rivolge al tribunale per vedere regolarmente i suoi figli e ottenere l’affido per coloro che volessero andare a vivere con lui. Qui la signora impazzisce e si gioca la pallottola d’argento, comincia a dire in giro che forse il padre ha abusato delle bambine anche se loro lo hanno dimenticato. Adria reagisce duramente, protestando l’innocenza del padre ma “forse lo hai dimenticato”, rispondono mamma e nonna, infine la madre chiama uno dei suoi sodali, fa mettere il telefono sotto controllo e portare Giada da uno psicologo all’altro, sperando di trovarne qualcuno disposto a incolpare il padre delle bimbe. Ma quelli mangiavano la foglia, volevano parlare col padre e mettevano in discussione il suo rapporto con la figlia. Allora cambiava professionista “dicendone tutto il male possibile”.


Le menzogne sono così tante che servono menzogne ancora più grandi per nascondere le verità indicibili.


Fallito il primo tentativo con uno psichiatra troppo in gamba per cadere nelle sue trappole, la signora gioca il tutto per tutto, fa mettere il telefono sotto controllo per vedere cosa mai si dicevano Giada e suo padre e viene fuori la frase terribile: “non mi importa che tu non sei il mio vero papà. È a te che io voglio bene perché non mi hai fatto mai del male. La mamma dice soltanto bugie”. A quel punto la grande sceneggiata, la madre chiama il tecnico del telefono con la registrazione e il tradimento è svelato. Giada afferra il coltello e si catapulta sulla madre. Fa in tempo a vibrarle due deboli coltellate prima di essere fermata. La madre allora chiama un altro psichiatra e la fa internare in una clinica. “Giada, in clinica, impazzì completamente e tentò il suicidio. Mia madre ne fu addirittura contenta. Il suo piano per colpevolizzarci, screditare tutto e tutti, funzionava alla perfezione. Io e Carlo fummo puniti: ci picchiò, ci insultò, ci chiuse per settimane nelle nostre camere. Attaccò mio padre in tribunale, trovò appigli e agganci ovunque, riuscì a distruggere quel po’ di bene che ci eravamo ritagliati al margine della sua gabbia. Anche Carlo fu allontanato e messo in un collegio svizzero, il più lontano possibile. Rimasi sola, prigioniera di mia madre e di mia nonna, che mi trattavano come un’appestata, controllavano ogni mio gesto, mi insultavano continuamente. Ero una cagna, una bastarda, una traditrice. E perfino una pazza. E di certo speravano che impazzissi anch’io. Ma quando l’ho uccisa io non ero pazza. Io non sono pazza e rivendico l’assassinio che ho fatto. Ho dovuto farlo. Giada era tornata a casa due settimane prima dalla clinica e lei la faceva nuovamente dormire nel suo letto. Le tolse i farmaci, girava per casa gridando: “vogliono farla impazzire con tutte queste porcherie I medici sono tutti uguali. Sono corrotti e pazzi”. Giada se ne stava al centro della stanza con gli occhi bassi e il Vangelo in mano. Forse parlava con Dio, forse supplicava gli angeli. Credo che per lei quella fosse l’ultima giustizia a cui fare appello in mezzo a tanti demoni. La mamma apri la porta finestra che dava sul giardino per mettere fuori il secchio dei rifiuti in cui aveva gettato tutte le medicine di Giada. Afferrai il coltello da cucina, le corsi dietro e la colpii. Due volte”.

Ho raccontato questi fatti tremendi praticamente con le parole della narratrice, non avrei potuto essere più efficace perché quello che accadeva 20 anni fa senza mai diventare notizia, nascosto ai media e nella totale inconsapevolezza del popolo, è ciò che oggi accade tutti i giorni e in tutti i modi il sistema mediatico e giudiziario cerca di nascondere. Il destino di Adria è quello di Elettra condannata a giustiziare sua madre Clitemnestra per vendicare il padre ucciso da sua madre e dal suo amante. La madre di Adria uccide moralmente il padre delle sue figlie, lo colpisce nei sentimenti, lo espropria del suo ruolo di padre e tutto questo ha un preciso significato: nascondere qualcosa che non si deve dire, non si deve sapere perché ha a che fare col sesso, col tradimento, con l’incesto, con la pedofilia e questo ci riporta a al Ritratto di Dorian Gray: quando Dorian si accorge che il pittore ha scoperto il suo segreto, lo uccide. Così questa madre, non può permettere che Giada vada a vivere con suo padre perché chissà cosa potrebbe raccontare. È meglio che impazzisca o si suicidi, è forse addirittura meglio morire piuttosto che affrontare la caduta di tutti i suoi alibi e le sue menzogne. Adria, uccidendo sua madre, le fa un favore, meglio la morte che lo svelamento della sua anima nera. Questo ci riporta all’attualità: l’insopportabile battaglia 1522, il mito della violenza maschile e della schiavitù delle donne, il mito della discriminazione delle donne, la mancanza di un solo media che affronti con oggettività la questione maschile a fronte di tanti giornali piegati al femminismo, le discriminazioni positive ma solo a favore delle donne… Servono tutti a nascondere verità che urlano nelle coscienze ed esplodono sui social: gli svantaggi maschili su pensioni, giustizia, emarginazione sociale, morte su lavoro e sulle strade, mancanza di indagini sulla condizione maschile, violenza femminile in famiglia, false accuse. Le menzogne sono così tante che servono menzogne ancora più grandi per nascondere le verità indicibili che farebbero crollare tutto il sistema legislativo e mediatico contro gli uomini.


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