Alle poste di Oristano il vero volto del femminismo

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo. La notizia è rimbalzata su molti siti e sui social network che si occupano di femminismo e parità: alle poste di Oristano si fa festa perché la presenza femminile tra i dipendenti ha toccato quota 64%. Si elevano grida di giubilo per questa cosa e un semplice dato statistico locale guadagna l’onore delle cronache come se si trattasse di un fatto straordinario. Cosa che in effetti è, ma al contrario di come viene raccontato. Si prenda l’articolo del sito locale “Link Oristano”, basta il sommario per capire che c’è qualcosa che non torna: “Poste Italiane, in provincia di Oristano presenza femminile al 64%. Il dato supera di 10 punti la media nazionale. Nuovi progetti per la parità di genere”. Il buon giorno si vede dal mattino, infatti il contenuto dell’articolo è ancora più esplicito.

Quel 64% viene infatti definito, riprendendo palesemente un comunicato stampa di Poste Italiane, probabilmente diramato dalla direttrice di zona (una donna), “un risultato più che positivo su un tema sempre attuale come quello della parità di genere sul lavoro”. Talmente positivo da venire qualificato anche da un’organizzazione indipendente, tale Equileap, che colloca Poste Italiane nella top-five delle società dove viene promossa la parità di genere. Su scala nazionale infatti per Poste Italiane lavora un 54% di dipendenti donne, cui la società mette a disposizione pure programmi specifici di gestione del rientro al lavoro in caso di maternità, per altro miracolosamente destinati anche a quei neo-papà che potranno assentarsi dal lavoro per stare con il pupo per la bellezza di sette giorni.


Il femminismo chiama “parità” ciò che è in realtà eliminazione della componente maschile e acquisizione del predominio.


Matteo Del Fante

Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane, certifica questo successo: “Il prestigioso riconoscimento di Equileap riflette il costante impegno dell’azienda a supporto della parità di genere ed è una testimonianza di una cultura aziendale basata sul rispetto e sulla valorizzazione della diversità”. Così attenti alla diversità e alla parità sono in Poste Italiane che le iniziative non finiscono qui. Previsti parcheggi rosa, flessibilità nel lavoro, sensibilizzazione e prevenzione pediatrica, misure di sostegno alla genitorialità, azioni formative e di sviluppo della leadership femminile nonché di diffusione di modelli d’ispirazione per le giovani generazioni, più alcune altre iniziative indirizzate anche agli uomini e alla paternità (sempre i famosi sette giorni di permesso).

Tutto questo è enormemente rilevante, perché è pienamente emblematico di due aspetti cruciali. Il primo è che la parità è solo una parola vuota con cui il femminismo maschera le sue vere intenzioni. Sì perché, basta guardare sul vocabolario, “parità” significa tot all’uno e un tot identico all’altro. Significa zero a zero, due a due. Significa cinque chili su un piatto della bilancia e cinque sull’altro. Significa fifty-fifty, non altro. Eppure Poste Italiane chiama parità uno sbilancio evidente a favore del personale femminile, prendendo Oristano come modello virtuoso. In termini di parità vera, Oristano dovrebbe ingenerare orrore e vituperio: le donne sopravanzano gli uomini del 15%! Ed è proprio questo il punto: il femminismo chiama “parità” ciò che è in realtà eliminazione della componente maschile e acquisizione del predominio.


Una delle più grandi e pericolose menzogne della storia dell’umanità.


Tolta la sottile crosta presentabile della “parità” si trova subito l’argomento: “eh ma gli uomini sono stati in maggioranza per decenni, ora tocca a noi”. Quand’anche fosse vero, quand’anche fosse concepibile che nel contesto di un’azienda privata, che dovrebbe come tale mirare all’efficienza, dunque al merito, si possano applicare regole di rivalsa o vendetta di genere, ebbene questa non è parità. È, per l’appunto, riscossione di un credito asserito, non dimostrato e non dimostrabile. È un piano preordinato, fin dalla prima ondata del femminismo, per sostituire la componente maschile, considerata come controparte, anzi nemica. E oltre al danno, la perfidia femminista aggiunge anche la beffa: chiama tutto questo “parità”, convincendo l’opinione pubblica mondiale di battersi per un principio in teoria sacrosanto. Ad Oristano si mostra la vera faccia del femminismo e i suoi veri obiettivi: far fuori gli uomini, prendendo tutti per il culo.

Nella normalità delle cose qualcuno, diverso da un libero cittadino non giornalista, né giudice, né autorità di qualsivoglia tipo, dovrebbe alzare la mano, prendere la parola e far notare a Matteo Del Fante e a Poste Italiane nel suo complesso che quello che stanno spacciando è una presa in giro e una mistificazione miserabile ma soprattutto pericolosa nell’ottica degli equilibri sociali. Ebbene, quel qualcuno non c’è. In teoria dovrebbe essere compito del giornalismo, un tempo definito “cane da guardia della democrazia e delle libertà”, in realtà esso è oggi il chihuahua che scodinzola obbediente ai piedi del pensiero unico dominante, specie se femminista. Non è solo una critica a povero sito “Link Oristano”, ma a tutto il mainstream che quotidianamente fa ben peggio della piccola testata locale sarda. Ossia diffonde e rende profondamente pervasiva una delle più grandi e pericolose menzogne della storia dell’umanità: il femminismo è per la parità di diritti e doveri tra uomini e donne.


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