Chi e come sta aprendo le porte alla pedofilia

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LA FIONDA

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di Alessio Deluca. Andiamo con ordine. La sigla “TED” significa Technology, Entertainment and Design, ed è il nome di un’organizzazione no-profit che dal 1984 ha assunto la missione di “diffondere idee” tramite brevi speech, cioè mini-conferenze, in genere tenute da personaggi di rilievo scelti dall’organizzazione stessa, o da personaggi non noti in grado di pagare la (folle) quota per accedere a un palco e raccontare le proprie idee. Insomma non c’è una grande selezione per predicare da un palco TED e la qualità degli interventi (molti sono visibili su YouTube) è oscillante. Capita allora che a parlare arrivi Mirjam Heine, giovane con l’unica qualifica di essere studentessa di medicina. Tema del suo intervento: la pedofilia. Poco dopo il suo speech in rete si diffonde, tradotto n varie lingue, il meme che vedete qui sulla sinistra.

Com’è evidente si attribuisce a TED e ad altre organizzazioni il tentativo di normalizzare la pedofilia, cosa che l’intervento della Heine sembrerebbe confermare. È a questo punto che interviene il sito italiano “BUTAC”, noto per il suo impegno a “sbufalare” le notizie false, sebbene sia spesso contestato per una spiccata parzialità e una netta tendenza conformista. In questo caso il sito vuole smentire il contenuto del meme e per farlo si riferisce direttamente al discorso pronunciato dalla Heine, chiedendosi se davvero avesse sdoganato la pedofilia. La sua risposta è ambigua: “nì”, scrive BUTAC. Dopo di che si appiglia al testo del discorso della giovane cercando di spiegare che no, non di sdoganamento si tratta: “Un pedofilo non è un malato che si può curare”, scrive BUTAC, “è una persona come me e voi che è nata con un orientamento sessuale diverso dal nostro, senza che questo debba per forza portarlo a essere un abusatore sessuale”. Un concetto derivato dalle parole della conferenziera, correttamente tradotte così: “la pedofilia è un orientamento sessuale immutabile, proprio come per esempio l’eterosessualità”. Venerdì abbiamo condiviso lo screenshot dell’articolo degli sbufalatori e sui nostri social si è scatenata l’ira del cielo, tra chi si indignava e chi invece aderiva al pensiero della Heine e di BUTAC. Proviamo dunque a fare un po’ di chiarezza.


Di solito queste trasformazioni forzate non attecchiscono.


Mirjam Heine

Le posizioni sono nette: da un lato c’è chi considera la pedofilia anzitutto un problema psichiatrico. Un problema particolare perché molto più grave e pericoloso per la comunità rispetto a quanto sia grave per chi ne soffre: se un pedofilo mette in atto nella pratica le proprie pulsioni patologiche, ad andarci di mezzo sono tra i soggetti più deboli, ovvero i bambini. Chi sostiene questa posizione ritiene che i pedofili vadano curati e monitorati con grande severità e, se colti a commettere abusi, puniti con grande durezza. Dall’altro lato c’è chi rifiuta l’idea che si tratti di una patologia psichiatrica e derubrica la questione a mero orientamento sessuale, pari all’eterosessualità o all’omosessualità. Ne discende che il pedofilo vada lasciato in pace e anzi visto con stima e favore se non fa nulla di male e resiste alle sue pulsioni. In questo viene visto quasi come un eroe da alcuni. Unico punto in comune: la severità delle pene nel caso il pedofilo “ceda alla tentazione” e commetta abusi, ma la seconda fazione resta comunque più “morbida” nei toni della prima. La questione in realtà è di facile soluzione: desiderare sessualmente qualcuno o qualcosa che non può esprimere un consenso o un dissenso razionale, o per natura non sia tale da poter essere desiderato, è a tutti gli effetti un’aberrazione psichiatrica. Desiderare sessualmente un bambino corrisponde alla zoofilia o alla necrofilia, che non sono orientamenti sessuali, ma deviazioni per svalvolati. Etero e omosessualità desiderano altri soggetti sessualmente maturi e in grado di esprimere un consenso o un dissenso. In quest’ottica sono orientamenti sessuali e non patologie. Non solo: il loro esercizio, proprio grazie al consenso, non determina danni o traumi profondi e incancellabili, cosa che invece accade con la pedofilia.

La questione potrebbe dunque anche chiudersi così, se non fosse che c’è un livello profondo, reperibile proprio nello speech della Heine, poi ripreso da BUTAC. Prima di dire che la pedofilia è una cosa normalissima, come l’etero e l’omosessualità, la ragazza usa la formuletta magica: “According to current research”, cioè “secondo le ricerche attuali”. Il riferimento è in buona parte ai “gender studies” che hanno inquinato sia le accademie umanistiche che la ricerca scientifica, la stessa secondo cui allattare i bambini al seno è discriminatorio verso gli altri orientamenti sessuali. Da veicolo di progresso e innovazione che era, insomma, la “current research” è diventata lo strumento di affermazione di una distopia orwelliana ideologicamente ben costruita: richiamarsi ad essa, dunque, non conferisce autorevolezza, ma è piuttosto una confessione in piena regola. Lo dimostra l’uso stesso delle parole, ovvero l’attribuzione di orientamento sessuale a ciò che in realtà è una pericolosa patologia psichiatrica. Il cambiamento del significato a significanti già ben definiti, l’attribuzione di nuovi significanti a significati non attinenti, l’invenzione stessa di nuovi termini, sono tutte strategie insite nella gender theory, come elaborata dal suo iniziatore, lo psichiatra-criminale americano John Money. Fu lui a inventare, ad esempio, il termine “parafilia”, utile a far passare deviazioni psichiatriche (di cui lui stesso soffriva) per normali preferenze sessuali. Di solito queste trasformazioni forzate non attecchiscono, di solito la realtà è più forte della mistificazione. A meno che, come si sa, quest’ultima non venga ripetuta ossessivamente e usata con grande naturalezza. Cosa che per la pedofilia è avvenuta e giustifica in parte il gran numero di persone che ritengono oggi ragionevole la posizione della Heine e di BUTAC. Che però ragionevoli non sono.


Pedofili uomini e donne (in pari proporzioni) escono sempre più allo scoperto.


Le parole non sono soltanto parole. Sono strumenti con cui definiamo e comprendiamo la realtà che ci circonda. Cambiarle significa voler sovvertire la realtà, anche per questo manipolarle è la prima cosa che fanno i regimi totalitari. Qualche esempio grottesco e qualcuno più realistico: se io comincio a definire “Porsche” la mia utilitaria e se convinco sempre più persone a fare la stessa cosa, alla fine per tutti le utilitarie saranno Porsche, e di contro le Porsche vere non varranno più nulla. Cioè cambiando il significato al significante, ipervaluto una realtà e ne svaluto un’altra, ovviamente realizzando una mistificazione. Un esempio nel reale si ha nel termine “famiglia”: da tempo tutto è diventato famiglia, anche la persona single con un cane e un gatto. Con ciò si qualificano realtà diverse allineandole a un modello considerato “alto”, che nel frattempo viene però squalificato: se tutto è famiglia, niente più lo è. Oppure: in Germania nel 1925 “ebreo” significava persona fedele alla religione israelitica, mentre solo dieci anni dopo arrivò a significare essere vivente del valore del ratto e nemico di tutti. Ancora: se trasferisco un’espressione normale, cioè tale da non allarmare l’individuo e le comunità, su una realtà anormale, cioè tale da creare pregiudizi difensivi nell’individuo e nelle comunità, finisco per qualificare come accettabile qualcosa che non lo è. Nel marketing si chiama rebranding, ed è questa l’operazione della Heine, appoggiata anche da BUTAC: l’orientamento sessuale di una persona non preoccupa nessuno, il problema psichiatrico che può degenerare in danno per qualcuno sì. Coprendo “psicosi violenta” con il termine “orientamento sessuale” si apre l’ingresso dell’accettabilità sociale per fenomeni devianti potenzialmente molto dannosi. Immaginate un pazzo con istinti violenti o omicidi e immaginate che tutti comincino a chiamarlo “birichino che ogni tanto fa qualche marachella”. Ecco: rubricare la pedofilia al pari di eterosessualità o omosessualità ha lo stesso effetto sovversivo della realtà. E a cadere nell’inganno linguistico sono ormai moltissimi. Un po’ per mancanza di chiarezza mentale, un po’ perché l’inganno è molto ben costruito.

“Ma se si trattiene e non fa nulla di male, a te cosa importa che sia pedofilo o no?”. Questa è la chiave di volta del discorso. Il dibattito sui nostri social l’ha messo chiaramente a nudo. In realtà è un diversivo, più o meno doloso, imperniato sulla differenza tra intenzione e azione. A tutti gli effetti un pedofilo che tiene per sé le proprie pulsioni e non abusa di nessuno, non merita di essere discriminato o disprezzato. È una persona con un grosso problema, probabilmente derivato da abusi pregressi (anche se la Heine dice che pedofili “si nasce”…), cui deve essere assicurata assistenza e monitoraggio affinché non salti il fosso e non cominci a nuocere a qualcuno. Ma se l’assenza di abusi concreti esclude il disprezzo preventivo, in ogni caso non può essere ragione di una promozione o di un apprezzamento del pedofilo. E dire che il suo è un orientamento sessuale come altri è a tutti gli effetti una “promozione” immeritata. Il mondo è pieno di persone con cattive intenzioni che poi fortunatamente non mettono in atto. Con questa logica dovremmo tutti avere un Nobel o venire encomiati pubblicamente. Eppure questo concentrarsi sull’ingiustizia del processo alle intenzioni funziona, attecchisce e i più restano muti di fronte al ragionamento, che così infetta strati sempre più ampi di opinione pubblica. Anche così si aprono le finestre di Overton e, a occhio, quella riguardante la pedofilia è già ampiamente spalancata. Ne parlavamo già più di un anno fa: negli USA si è affermata l’idea dei “pedofili virtuosi”, ossia quelli che resistono agli impulsi. Esistono associazioni e movimenti, che si ritrovano in rete e che pullulano sui social, talvolta timidamente, talaltra esigendo rispetto e considerazione proprio perché si mostrano e non fanno niente di male nella pratica: desiderano e basta. Giocando sull’intenzione non attuata e sulla modifica delle parole, pedofili uomini e donne (in pari proporzioni) escono sempre più allo scoperto, sempre più normalizzati. Non di rado con la giustificazione lunare che si “sfogano” tramite i porno ignorando quanto sia cruciale chiedersi quale pornografia consumino costoro e come venga realizzata.


Una pulsione all’aberrazione e all’abuso dipinta come una cosa tutto sommato normale.


Ci sono due aspetti, in questo senso, che vanno debitamente sottolineati. Il primo riguarda la realtà parallela ai profili social “presentabili” delle varie associazioni di pedofili, ed è la realtà che si incontra in gruppi Telegram, Twitter o di altri strumenti di comunicazione, dove vengono scambiati video, foto, contatti, esprienze, racconti con grande disinvoltura. Non è nemmeno più necessario addentrarsi nel “dark web” per vedere immagini d’inferno: poco per volta, complice anche questo tipo di normalizzazione, tutto sta diventando sempre più accessibile, sempre più a portata di mano, anche nella realtà di tutti i giorni. Segnalavamo nel novembre scorso come si stiano inventando “metodi educativi” alternativi che con vari pretesti pedagogici consentono a soggetti più che controversi di mettere piede negli asili e nelle scuole, con accesso libero ai corpi dei bambini. Lo sdoganamento attraverso le parole e i trucchetti logici sono una luce verde nel sentire comune a questo tipo di attività in un reale quotidiano che ha disfatto la famiglia e la figura paterna in particolare, ossia i più feroci bodyguard dei bambini. In principio è stata la Chiesa Cattolica che, rifiutandosi di fare i conti con questa anomalia al suo interno, di fatto ha contribuito a far sentire pedofili e pedofile legittimati a uscire sempre più allo scoperto e a dipingere la propria pulsione all’aberrazione e all’abuso come una cosa tutto sommato normale. Senza più padri e famiglie a interporsi, il resto del gioco è stato facile.

Un secondo aspetto risulta angosciante per noi stessi che scriviamo. Il post che abbiamo fatto sulla nostra pagina Facebook su questo tema è valso da piccolo laboratorio e l’esito dell’esperimento ci ha molto turbati. Abbiamo contato in tutto 18 profili allineati al punto di vista della Heine, di BUTAC e di tutti coloro che, nel rifiutare la necessità di tenere sotto stretto monitoraggio la pedofilia, si fanno promotori di una sua nobilitazione al rango di orientamento sessuale. Di quei 18 profili, 10 appartenevano a persone dichiaratamente omosessuali. Questo ci ha lasciati amareggiati per un motivo molto semplice: l’argomentazione tipica di un omofobo è che l’omosessualità è strettamente connessa alla pedofilia. Un concetto che noi consideriamo falsissimo, oltre che una sciocchezza colossale. Eppure quel nostro piccolo laboratorio ha restituito un risultato che in qualche modo rende ragionevole quell’argomento così assurdo. La spiegazione che ci siamo dati è che buona parte del mondo omosessuale risente ancora del bisogno di un riconoscimento e dunque finisce per “fraternizzare” con chi si trova ostracizzato. D’altra parte, a pensarci bene, se la pedofilia nel prossimo futuro davvero venisse considerata un orientamento sessuale, secondo il DDL Zan contro l’omotranslesbofobia diventerebbe automaticamente reato criticarla o condannarla, esattamente come l’omosessualità, a riprova della pericolosità concreta insita nella manipolazione delle parole. In questo senso vorremmo poterci rivolgere agli amici omosessuali: non sposate quelle cause. La vostra giusta battaglia l’avete vinta da tempo, l’omosessualità è considerata giustamente un altro normale orientamento sessuale. Non c’è alcun bisogno di partecipare a battaglie che tendono a normalizzare ciò che è tutto tranne che normale e le vostre stesse organizzazioni la pensano come noi. Anzi così facendo, oltre a portare acqua al mulino di persone malate, pericolose e potenzialmente criminali, fornite ottimo carburante a chi vi odia e vuole criminalizzarvi.


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