Donne e fascismo: Moni Ovadia cerca l’applauso facile

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di Santiago Gascó Altaba – Moni Ovadia, probabilmente alla ricerca dell’applauso facile, dice la sua in vista del 25 aprile: “sotto il Fascismo le donne erano considerate delle fattrici o erano nei bordelli. Se sono diventate ‘cittadine’, è solo grazie alla resistenza anti-fascista che si è sviluppata successivamente”. Cosa più dell’attacco al fascismo e della ruffianata alle donne può arraffare un po’ di consenso, in occasione dell’anniversario della Liberazione? Peccato che ci siano tre punti critici rispetto alle sue osservazioni. Primo, Ovadia sembra intendere che il Fascismo fosse qualcosa di estraneo alle donne. A tutte le donne. Un ente esterno che imponeva, incurante della loro volontà, anzi, contro la loro volontà, un destino di vita. Evidentemente, se il Fascismo è un fenomeno estraneo per le donne, la logica vuole che il Fascismo sia addebitato all’altra parte dell’umanità, agli uomini.

Ma questa estraneità delle donne non spiega il loro coinvolgimento spesso molto attivo. L’esempio più eclatante è rappresentato dalla raccolta d’oro promossa dalle vedove dei caduti della Grande Guerra per finanziare la guerra d’Etiopia. Vedove, balie, nubili portarono le medaglie d’oro dei morti, orecchini d’oro, spille e anelli, esultando per questo spirito tipicamente femminile. Anni dopo, “la grande adunata delle forze femminili” portò il 28 maggio 1939, 70 mila donne a Roma. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, le organizzazioni femminili del Partito fascista contavano all’incirca 3.180.000 aderenti, un quarto dell’intera popolazione femminile di venti e più anni.


La verità dei fatti dovrebbe andare sopra tutto.


Secondo, così come è espresso, sembra che il Fascismo colpisse unicamente le donne. Quello che non si nomina non esiste: gli uomini, come al solito. Invece, per quanto riguarda la costruzione sociale dei ruoli, tanto gli uomini come le donne venivano sollecitati. “La maternità sta alla donna come la guerra sta all’uomo” era scritto sulle facciate delle case e sulle copertine dei quaderni che si usavano a scuola. I maschi venivano preparati “con la volontà formata ad ogni obbedienza”, dagli otto ai quattordici anni erano inquadrati nei “Balilla”, quelli fino ai diciotto anni negli “Avanguardisti”.  A molti uomini italiani si prospettava un futuro incerto, con la mobilitazione militare per la guerra d’Etiopia nel 1935, l’intervento a sostegno dei franchisti in Spagna dal 1936 in poi, la conquista dell’Albania nel 1939 e infine la seconda guerra mondiale. La risposta alla domanda su quale costruzione sociale abbia recato maggior danno, se agli uomini o alle donne, è facilmente intuibile: basta contare i caduti in guerra. I morti hanno smesso di vivere.

Terzo, è assolutamente falso che le donne fossero unicamente o fattrici o prostitute. Durante il fascismo le donne rappresentavano oltre un terzo dell’intera popolazione attiva del paese. Negli anni Trenta, più di un quarto della forza lavoro in Italia era femminile, e una donna su quattro, tra i quattordici e i sessantacinque anni, risultava attiva. In almeno un milione e mezzo di famiglie – il 16% del totale nel 1931 – le donne fungevano da principale sostegno. In milioni di altre, contribuivano al reddito familiare. Infine sul concetto “le donne sono diventate ‘cittadine’ solo grazie alla resistenza anti-fascista che si è sviluppata successivamente”, vale la stessa critica: il discorso o vale per tutti, uomini e donne, o non vale per nessuno. Dunque Ovadia, se vuole fare qualcosa di utile, torni ad aprire qualche libro di storia, magari di quei pochi oggettivi che restano, e studi prima di parlare. Certo, dire le cose correttamente non gli porterà più tanti applausi e consenso, come accade con la propaganda spicciola, ma la verità dei fatti dovrebbe andare sopra tutto. Giusto, Ovadia?


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