Donne ed economia globale alla base del regime?

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Le poche volte che mi è capitato di essere interpellato dai mass-media, dopo aver ascoltato e preso atto delle mie posizioni, mi è sempre stata fatta la stessa domanda: “ma perché secondo lei le cose starebbero così?”. Intendendo, con quel così, l’orgia propagandistica relativa ai diritti delle donne, alla violenza sulle stesse, alla necessità di privilegiarle ovunque possibile (“discriminazioni positive”) a discapito di chiunque altro, specie se uomo, con il connesso giro di business a carico delle casse pubbliche, posti di lavoro, consulenze, carriere politiche. Ogni volta prima di rispondere mi si è impastata un po’ la bocca. Perché la domanda è legittima, ma la risposta è complessa e articolata. Difficile da sintetizzare in modo razionale senza dare l’impressione di essere un buffo complottista che attribuisca a una misteriosa Spectre la responsabilità del delirio infernale in cui ci troviamo a vivere. L’unica via d’uscita è schematizzare l’argomento, ma soprattutto portare dati, fatti, oppure opinioni di persone decisamente più autorevoli di me.

Un primo passo è scorporare tutto insieme e mettere da parte il giro d’affari che ho sempre riportato a Ro$a No$tra. Lo espungo dalla tematica più che altro perché ha alla base delle ragioni evidenti: nel momento in cui lo Stato mette sul piatto un centinaio di milioni di euro all’anno, è ovvio che attorno ad esso si riuniscano sciacalli e parassiti. Che pure in qualche modo devono giustificare la loro presenza. L’unico modo è convincere lo Stato che quelli sono soldi ben spesi, che esiste un’emergenza nazionale da affrontare. Per convincerlo della bugia basta coinvolgere nel business chi lo gestisce (i politici) e innescare con la propaganda una domanda artificiale di servizi. Così nascono i milioni di donne vittime di violenza, che poi in realtà, dati alla mano, non sono che poche migliaia. Sempre troppe, ma comunque troppo poche per giustificare tutti quei soldi dati a babbo morto.


“Donne potenziate” che vogliono tutto e lo vogliono subito.


legge codice rossoArchiviata così la sezione “vittimismo a carico dello Stato” della narrazione femminocentrica della realtà, rimane tutto quel gigantesco romanzo fatto di “woman empowerment”, “discriminazioni positive”, privilegi, corsie preferenziali ovunque possibile, nella formazione come nella professione o nei tribunali. Un romanzo raccontato, anzi urlato dai media e dagli opinion maker (politici in primis), ma indotto da chi (o da cosa)? Perché questa spinta a sminuire fino all’umiliazione o all’annientamento qualunque aspetto di maschilità, spingendo al massimo della propulsione qualunque aspetto che si colleghi alla femminilità? C’è un disegno dietro? Non risponderò di sì, proprio per non passare da complottista da strapazzo, ma citerò un po’ di dati.

Li reperisco da un corso on-line americano per imprenditori di successo. Non è fuffa all’italiana, intendiamoci. Se ci sono due cose che gli americani prendono serissimamente, oltre alle armi, sono i soldi. Quando si tratta di business, finance, fortune, da quelle parti si fanno riflessioni profonde come quelle che nel nostro povero e bistrattato continente facevano i filosofi su altri temi. Il corso della statunitense “Inclusionary Leadership Group”, organizzazione formativa dedita a dimostrare il valore di equità e inclusione nel business, apre dunque uno squarcio sul motivo per cui ci troviamo circondati da “donne potenziate” che vogliono tutto, lo vogliono subito, specie se lo si può strappare agli uomini.

Le donne sono l’economia degli Stati Uniti, dicono. E i numeri gli danno ragione: l’83% degli acquisti di consumo viene fatto o è influenzato direttamente dalle donne. Si parla di 7 trilioni di dollari, un ammontare pari all’economia cinese e indiana messe insieme. Non solo: l’89% delle decisioni finanziarie è preso da donne, che da sole controllano il 40% degli investimenti finanziari, cui si aggiunge usualmente un altro 30% ereditato dal marito (perché in genere muore prima lui…). Sono le donne a influenzare l’acquisto di auto nel 70% dei casi e di servizi sanitari nell’80% (si ricordi che in USA la sanità è privata, cioè è business). Ancora: negli USA i celibi tendono a stare in affitto, ma puntano all’acquisto di una casa quando si sposano, segno che le donne muovono anche il mercato immobiliare. Per non parlare del mercato edilizio o delle ristrutturazioni: in una casa appena acquistata ogni donna vuole dare il proprio “tocco”, ed ecco che parte il rifacimento del bagno o della cucina.

Non è dunque una Spectre malvagia e nascosta a porre ossessivamente al centro dell’attenzione le donne. Ci sono ottime probabilità che si tratti di mere tendenze di mercato e di un calcolo, cinico ma redditizio, su chi detiene una maggiore propensione alla spesa per consumi. È ragionevole pensare che ciò che vale per l’economia statunitense, una delle più potenti al mondo, valga sostanzialmente per tutto il globo, per lo meno nel mondo occidentale o occidentalizzato, ed ecco spiegata la diffusione capillare del virus propagandistico che ormai impone il mantra women first in ogni possibile occasione. Dove c’è una donna, girano soldi, questo è il punto. Qualunque centro antiviolenza lo può testimoniare, parlando di denaro di tutti, ma vale anche nel comparto del consumo privato.


Una brodaglia costellata di oggetti inutili.


Prima che la globalizzazione fagocitasse tutto, sia in termini economici che culturali, le risorse erano gestite concordemente tra uomo e donna, sia che la famiglia fosse monoreddito sia che fosse bireddito. Investimenti e acquisti erano condivisi e vigeva un’etica del risparmio, usualmente destinato al capitolo salute o studi dei figli. Tra i diritti che la globalizzazione ha avvitato a forza nella testa delle donne è che quel sistema chiamato famiglia (anzi: “rete formale-informale della persona”, come vorrebbe ribattezzarla qualche malato di mente) è una gabbia che le impedisce di perseguire la propria felicità, intesa come licenza di spendere i soldi propri, e se possibile anche del marito o ex marito, come diavolo le pare. Quel rompiballe che la portava in pizzeria invece che nel ristorante chic per mettere da parte la differenza in vista dell’università della figlia o del figlio, va tolto di mezzo. Così si può andare al ristorante chic senza problemi. Magari insieme al trombamico, che paga pure volentieri, così il guadagno è doppio. Vero, dopo che lui è uscito di casa, buttato via il preservativo usato, ci si sente vuote dentro come vesciche spremute, ma basta dormirci su e il giorno dopo sorgerà un nuovo bisogno voluttuario da soddisfare, carta di credito in mano.

È spacciando questa forma deflagrante di emancipazione femminile che l’economia globale ha fatto irruzione nelle relazioni interpersonali, devastandole, costringendo le persone alla frammentazione e all’isolamento, in una brodaglia costellata di oggetti inutili che un grande e compianto filosofo contemporaneo, Zygmunt Bauman, ha definito “esistenza liquida”. Ed è stato un miracolo dal lato sociologico: solitamente gli stereotipi impiegano molto tempo per affermarsi. Eppure è bastato meno di un ventennio per far rispondere gli intervistati dall’ISTAT, nell’ultima indagine sugli stereotipi di genere, che è l’uomo a dover portare i soldi a casa ma è la donna a disporne come meglio crede (solo il 9% pensa che l’uomo abbia voce in capitolo). Non si concorda più nulla: lui porta a casa il malloppo (o lo invia tramite bonifico se si è separati), lei lo spende e così si emancipa. Punto.


Togliere di mezzo maternità e figli.


C’è un salto ulteriore nei programmi di chi ha bisogno di sfruttare al massimo le cifre fornite dall’“Inclusionary Leadership Group”: togliere di mezzo maternità e figli. Questi ultimi sono un vincolo di spesa davvero fastidioso. Oltre alla promozione dell’aborto indiscriminato, una delle soluzioni è ormai diventata la trasformazione dei figli stessi in prodotti che chiunque può acquistare. Trasversale e complementare al tutto è la criminalizzazione e marginalizzazione del maschio, con le sue dannate pretese di genitorialità, risparmio, oculatezza, valori, che si porta dietro dagli anni ’70/’80 del secolo scorso. Ed ecco allora che si apre la homepage del Corriere della Sera (ma anche del New York Times, o di qualunque altro mezzo di comunicazione) e a fianco di notizie riguardanti le donne (vittime di violenza o protagoniste di qualche vera o verosimile impresa) ci sono sempre pubbliredazionali di moda femminile, vacanze al femminile, la salute al femminile, il design al femminile e simili. La donna-target così si informa, più che altro si intrattiene, poi clicca e compra, subito o poco dopo, mentre tutto, dal clima alle relazioni umane, va a ramengo. E poi dicono che è tutta colpa del patriarcato.

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