Dove sono le donne?

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LA FIONDA

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di Santiago Gascó Altaba – Il Comune di Napoli ha varato misure per dare accoglienza e ospitalità gratuita a donne sole e con figli minori e persone LGBTQI vittime di violenza domestica durante l’emergenza Covid-19, in strutture alberghiere per un totale di 25 posti letto. Leggendo questa notizia me ne è venuta in mente un’altra che aveva occupato per qualche giorno le pagine dei principali notiziari del mondo: i senzatetto di Las Vegas erano stati sistemati in un parcheggio all’aperto a seguito del Coronavirus, soggetti alle inclemenze del tempo. In un parcheggio, ognuno in un posteggio sull’asfalto, come le macchine. Per deformazione professionale mi è venuto spontaneo setacciare tra le fotografie e i video le persone a seconda del sesso, a conferma di un dato che è ormai assodato: ovunque nel mondo, al di là della nazione, i senzatetto sono circa per un 85% maschi. Dalla visione delle immagini a Las Vegas, vi raccomando di guardare anche voi, si direbbe che l’asimmetria tra uomini e donne sia ancora più marcata. Le donne, tranne che per quelle del personale d’assistenza, sono pressoché latitanti. Dove sono le donne?

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Siccome ormai tendo a pensare male, ho messo in relazione le due situazioni di Napoli e di Las Vegas e mi sono fatto alcune domande: se invece di uomini fosse stata una maggioranza di donne, sarebbe immaginabile una situazione simile, dove il comune di Las Vegas classifica le senzatetto come se fossero bestiame assegnando loro dei posteggi su un parcheggio per farle dormire all’aperto sull’asfalto? Il Comune di Napoli, che dà accoglienza gratuita alle donne, offre lo stesso servizio ai senzatetto (che presumibilmente sono perlopiù maschi)?


“Perché non ci sono gli uomini?”.


Ma il titolo di questo articolo, “Dove sono le donne?”, pone la domanda sbagliata: dove sono le donne tra i senzatetto, tra i minatori, tra gli incidentati al lavoro, tra i suicidi, tra i condannati a morte, tra i torturati, tra i carcerati, tra i forzati, tra i caduti in guerra, tra le vittime civili di razzie…? Io non voglio, e mi auguro che non lo voglia nessuno, una presenza più numerosa delle donne in tutti quei ambiti di sofferenza dove gli uomini prevalgono. Io non desidero quote di sofferenza che implichino un aumento della sofferenza femminile. Io voglio quote di benessere che implichino una riduzione della sofferenza maschile. Dunque la domanda corretta è: “Perché non ci sono gli uomini?”.

Perché non ci sono gli uomini tra quei cittadini tutelati dal Comune di Napoli? Perché non ci sono gli uomini nei divieti dell’ONU che per decenni hanno escluso le donne dai lavori forzati? Perché non ci sono gli uomini nelle normative che tutelano la genitorialità? Perché non ci sono gli uomini, centinaia di studenti maschi caduti, nelle campagne internazionali contro Boko Haram? Perché non ci sono gli uomini nelle campagne delle ONG o nelle risoluzioni ONU che tutelano i conflitti armati e la violenza, escludendo in alcuni casi persino i bambini? Perché non esistono per gli uomini specifiche sezioni, così come esistono per le donne, nei libri-relazioni annuali di Amnesty International, malgrado le vittime maggioritarie di violazioni di diritti umani siano uomini (non ci sono specifiche sezioni nemmeno quando risultano più numerose le vittime dei minori maschi rispetto alle donne complessivamente)?


La sofferenza maschile non è soltanto invisibile, e una sofferenza pretesa.


O ancora: perché nelle relazioni dell’ONG “Nessuno tocchi Caino” contro la pena di morte non c’è scritto la cosa più ovvia, che il 98-99% delle condanne eseguite nel mondo colpiscono gli uomini? Perché non ci sono gli uomini in sezioni apposite con le proprie storiche sofferenze e problematiche, alla pari delle donne, nei libri di testo scolastici? Perché i testi scolastici riferiscono sempre delle streghe (spariti il 20% di vittime maschili), della loro storia e sofferenza, e non ci sono mai i galeotti (tutti maschi), la loro storia e sofferenza, fenomeno molto più duraturo nel tempo e complessivamente molto più numeroso? Perché la sofferenza maschile non trova dimora negli scritti femministi? Perché la storiografia femminista menziona appena (quando lo fa) argomenti rilevanti come le condizioni lavorative, l’atroce stato delle prigionie, la schiavitù di produzione, le torture…?

La sofferenza maschile non è soltanto invisibile, e una sofferenza pretesa. Pretesa dalle donne, da tutte le donne, e anche dagli uomini, che molto spesso la tramutano in un sacrificio volontario. Gli uomini si sostituiscono alle loro donne più care nei momenti di sofferenza, rischio e pericolo. Lo fanno da quando il mondo è mondo. E, ancora più sbalorditivo, molti di loro lo fanno guidati da un senso del dovere innato e incomprenso, lo fanno a vantaggio di perfette sconosciute, il cui unico valore è quello di essere donna. Non è mai esistita nella Storia dell’umanità una civiltà che abbia anteposto la sicurezza maschile alla sicurezza femminile. Non è mai esistita una società che abbia imposto le corvé in maggior misura alle donne, che le abbia tassate di più, che le abbia più spesso incarcerate, che le abbia sottoposte alle peggiori torture escludendo gli uomini, che le abbia riservate, soltanto a loro, alle condanne a morte, che le abbia spedite verso la morte in episodi micidiali, come le guerre, i cataclismi o le esplorazioni pericolose, che le abbia assoggettate a peggiori condizioni lavorative secondo normativa,… Il contrario invece è successo molto, troppo spesso.


Il femminismo ha deriso la sofferenza maschile.


Sono convinto che ancora oggi la stragrande maggioranza di quei senzatetto che dormono sull’asfalto a Las Vegas sceglierebbe di buon grado di sacrificarsi e di continuare a dormire sul duro asfalto se venisse loro prospettato che il loro sacrificio avrebbe permesso una donna di trovare dimora sotto un tetto. Cavalleria, galanteria, sacrificabilità. Un gesto denominato fino ieri amore. Sarebbe ingiusto attribuire quest’asimmetria al femminismo. Questi sacrifici e sofferenze storiche maschili avvengono dagli inizi dei tempi. Se tra gli esseri umani c’è qualcuno che deve patire, si privilegia l’uomo. Sacrificio e sofferenza maschile pretesa sempre dalle donne, concessa il più delle volte dagli uomini. In questo il femminismo non ha cambiato nulla, continua a pretendere il sacrificio maschile e una protezione speciale per le donne. Ma ha aggiunto un elemento completamente nuovo: il racconto, la narrazione, che ha rivoluzionato la lettura di questa sofferenza maschile e privilegio femminile. Non è più dovuto ad un gesto di amore che le donne una volta riconoscevano e onoravano, ma è diventato un atto di giustizia, un risarcimento dovuto alle donne per il danno recato. Le donne a Napoli hanno il diritto di dormire sotto un tetto gratuitamente per il danno recato, gli uomini vadano pure a dormire per strada.

Il femminismo ha deriso la sofferenza maschile, ha capovolto la realtà storica, ha affermato di essere loro, le donne, quelle che si sono sacrificate lungo tutto la Storia. Sono state loro a pagare un dazio molto più pesante nella costruzione del mondo e nella bonifica o difesa del territorio, le vittime maggioritarie di Chernobyl e di Fukushima, del corpo dei pompieri quando accorrevano al World Trade Center. E non importa se è tutto falso, perché loro comunque lo volevano fare ed è stato a loro impedito dagli uomini. Loro volevano esplorare i territori inospitali, misteriosi e pericolosi, volevano affrontare le belve selvagge e lanciarsi contro le schiere nemiche sulla prima linea del fronte. Volevano essere libere là dove non sono mai esistite porte e dove persino i bambini/adolescenti maschi si avventavano più spesso delle donne (per assurdo è esistita una Crociata dei bambini, dove non è mai esistita una Crociata delle donne). Questo incredibile racconto non solo rimuove qualsiasi sofferenza maschile, forzata o concessa volontariamente (a favore delle donne), cancella qualsiasi riconoscimento delle donne del sacrificio maschile e fa diventare la maggiore protezione e tutela delle donne una atto di giustizia, un risarcimento.


L’uomo è la vittima scontata, naturale, spendibile.


Invece, il motivo per il quale il Comune di Napoli offre posti gratuiti solo alle donne vittime di violenza è lo stesso per il quale il governo si preoccupava di trovare  posti  in strutture alberghiere per le donne immigrate e lasciava gli uomini immigrati nei centri di accoglienza gremiti: perché sono donne. Il motivo per il quale il Comune di Las Vegas fa dormire i senzatetto su un parcheggio è perché (almeno la stragrande maggioranza di loro) sono uomini. Questa è, ed è sempre stata perlopiù la Storia dell’umanità, né più né meno. In linea di massima sarei disposto a cedere il mio posto a vantaggio di una donna, un bambino o qualsiasi altra persona bisognosa, qui o a Napoli o sul Titanic. Ma non sono più disposto a cederlo a favore di una lunatica imbevuta di femminismo che, incapace di riconoscere questo sacrificio, me lo sputa in faccia e si ritiene creditrice di un risarcimento per un danno perlopiù immaginario frutto di una narrazione femminista (storica e attuale) talmente assurda e falsa che ci prende tutti per imbecilli.

L’uomo è la vittima scontata, naturale, spendibile, il metro universale di qualsiasi violenza, tortura, prigionia, lavoro disumano o strage. Se un sesso deve essere sacrificato, massacrato, questo è naturalmente il sesso maschile. Nella descrizione di avvenimenti mortiferi, catastrofi naturali, eccidi, attentati, torture o guerre, le vittime menzionate sono i poveri, i giovani, i malati, i leader sindacali, gli attivisti dei diritti umani, gli anziani, i bambini, le donne… Mai gli uomini. Parola innominata anche quando a morire sono tutti maschi negli eccidi, dove sono “scelti a caso tra la popolazione”, o nelle calamità; allora sono pompieri, militi, civili, lavoratori, partigiani, o, più genericamente, persone… Il termine “uomo” non ha un valore a sé stante,…” (La grande menzogna del femminismo, p. 206).


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