“Femminicidio”: come ti stravolgo lo Stato di Diritto

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

Le sue tematiche sono ora sviluppate da una nuova piattaforma:

LA FIONDA

https://www.lafionda.com

di Francesco Toesca – La definizione di femminicidio è un sovramovente arbitrario, giuridicamente irricevibile, sensazionalistico e categoricamente inaccettabile, nei termini della logica e da un punto di vista giuridico. Una invenzione riguardo a propositi e motivi di un assassino, a discapito di ogni possibile approfondimento e senza nessun nesso con la realtà (accertata o presunta); un movente attribuito a priori prima del processo, basato sui sessi dei due soggetti coinvolti. Se una donna è uccisa da un uomo, il movente è sicuro. Non servono indagini.

Tale sovramovente si avvale di una percezione sociale appositamente distorta, che pretende di sostituire e prescindere ogni logica del Diritto e dell’analisi dei fatti criminosi; che si possa ipotizzare aprioristicamente che l’uccisione di una persona sia basata sulla sua appartenenza ad un genere a dispetto di ogni altra valutazione criminologica (il nostro codice penale è dettagliatissimo, tutela e centralizza il diritto alla vita di ogni individuo) è un assunto pretestuoso, perorato secondo un preciso percorso sensazionalistico proprio per aggirare i principi del Diritto – che appunto ne ridicolizzano i presupposti il-logici – e “confermare” assiomi arbitrari.


Attenersi alla logica del diritto.


E questo non perché tale ordinamento sia inadatto a capire questioni sociali e criminali o non affronti sufficientemente reati criminosi (il Diritto Romano, dal quale discende il nostro Codice Penale, è il tessuto dei Codici Penali di quasi tutti i Paesi del mondo; è stato realizzato, affinato, approfondito in secoli di avvenimenti sociali, politici, bellici, ha attraversato fasi storiche assai complesse in senso criminologico ed ha fronteggiato situazioni sociali e criminali assai peggiori della nostra, ma soprattutto si fonda su presupposti etici di altissimo spessore). Semplicemente, il nostro Codice Penale analizza profondamente ed in maniera compiuta gli avvenimenti omicidiari, inquadrandone e differenziandone le motivazioni (moventi) e l’accadimento nel suo svolgimento (tipo di omicidio) in maniera tutt’altro che superficiale, cosa che il termine femminicidio appunto pretende di fare.

Il percorso sensazionalistico scelto per sovradeterminare il Diritto Penale ed imporre una lettura forzata che non vi trova fondamento, si avvale della “pancia” dell’opinione pubblica, invertendo ogni rigore analitico ed anteponendo l’irrazionalità alla giustizia; con l’aiuto della maggior parte dei media e di politici compiacenti (se questa fosse una società maschilista farebbero entrambi il contrario), tale sovramovente pretestuoso ha trovato terreno fertile e pretende di essere accettato (e di fatto ci riesce) addirittura nel sistema-Stato, che dovrebbe attenersi alla logica del Diritto ed aborrire il sensazionalismo scandalistico che scavalca il dettato legislativo.


Potremmo mai parlare di obesicidio?


Appare difatti profondamente contraddittorio esercitare il potere giudiziario in maniera dettagliata ed analiticamente articolata (ricordiamo le migliaia di Leggi delle quali disponiamo) ed abdicare (guarda un po’, solo verso le donne) a qualsiasi principio di logica criminologica ed attinenza al sistema-legge, in tutti gli ambiti che riguardano le relazioni uomo-donna; nel momento in cui si accettano e “legalizzano” aggravanti o fattispecie di reato speciali ed infondate, applicate si badi bene solo verso un sesso, si contravviene ad un principio Costituzionale (siamo tutti uguali), si ammette la possibilità di adottare sovramoventi che sovrastano un intero impianto giuridico e ne invalidano tutti gli altri casi (se passa il principio che una persona non è stata uccisa per un movente fondato e dimostrabile quanto per uno “arbitrariamente supposto dall’opinione pubblica”, ecco che  torniamo al Far West), ed automaticamente si sminuiscono le stesse identiche fattispecie quando a lasciarci la pelle è un uomo, un bambino, un infermo, un disabile, un anziano. Potremmo mai parlare di obesicidio? Sarebbe un valido sovramovente che passa sopra a tutto?

In alcuni casi accertati si (ad esempio i deliri nazisti dello stragista di Oslo, o gli assassinii nelle scuole americane, dove è ben evidente che nessun altro movente se non la strage o l’omicidio indifferenziato fosse la principale ragione), ma non certo perché il “comune sentire” ritiene che gli uomini odino gli obesi al punto da ucciderli per il fatto di essere obesi, indifferenziatamente. Nei casi citati c’è sia la volontà dichiara ed evidente dell’assassino sia una serie di modalità (entrare in una scuola e cominciare a sparare a caso).


L’analisi dei fatti è cosa oggettiva.


Ora, voler attribuire diversa gravità alla morte di un uomo o di una donna è appunto non solo odioso dal punto di vista della giustizia ma anche pericoloso socialmente. Significa criminalizzare e punire le persone “a priori” e non per le loro responsabilità, cosa che nella nostra Costituzione e di conseguenza nel Codice Penale è espressamente escluso, poiché la responsabilità è sempre individuale. Se così non fosse, chiunque commette un reato potrebbe deresponsabilizzarsene. E’ del tutto pretestuoso inoltre affermare che quando un uomo uccide una donna lo fa per esercitare un potere su di lei e ritiene che la di lei vita gli appartenga: questo è ricorrente in tutti gli omicidi. Chiunque uccida un altro essere umano ritiene di poter disporre della vita dell’altro; non è dunque una caratteristica o condizione che confermi la relazione di potere tra uomo e donna in quanto tali.

Vediamo dunque molto semplicemente quali sono i punti chiave che definiscono l’uccisione di una persona e come la legge li affronta, la completezza ed oggettività delle varie fattispecie e perché parlo di sovramovente nella fattispecie inventata del femminicidio. Teniamo ben presente, da ora in poi, che se è vero che “la morte di una persona è un fatto tragico che va condannato senza se e senza ma” ed è fondamentale attenersi alla verità per non rischiare giustificazioni, è purtroppo vero che il compito di giudicare si muove appunto su un crinale sgradevole ma necessario. Niente di più e niente di meno. Inoltre, non si può attribuire a chi analizza gli eventi criminosi una volontà di giudizio etico o morale o una colpa per aver cercato il pelo nell’uovo (staremmo freschi). L’analisi dei fatti è cosa oggettiva che richiede oggettività e riportare i fatti ad una analisi approfondita non significa sminuirli nella loro gravità morale.


L’individuazione del perché non ha nessuna attinenza con un giudizio di merito.


Quattro principali definizioni di l’omicidio. 1) Colposo. Un passante sbuca dal buio mentre guidiamo. Si sgancia un carico da una gru ed uccide un operaio. Non c’è “colpa”, ma resta il fatto che a causa nostra una persona ha perso la vita. 2) Preterintenzionale. Non c’era la volontà di uccidere ma c’era un fatto minore messo in atto volontariamente che ha causato la morte. Un pugno dato per ferire che si rivela fatale, una spinta dalle scale che finisce con un trauma cranico. Può essere premeditato l’evento minore (domani vado a casa sua e gli do un pugno) oppure no. Il preterintenzionale comporta una responsabilità maggiore del primo, una nostra responsabilità diretta anche se non era la morte che volevamo causare, ma è meno grave del seguente. 3) Volontario. Lo dice il termine stesso. La volontà era quella di uccidere. Può essere premeditato, una sua aggravante, o no. Resta il fatto che la volontà di uccidere era chiara.

Già in queste tre definizioni vediamo la necessità logica di fare differenze; i tre contesti non possono essere trattati allo stesso modo. Cosa che il termine femminicidio fa. Una definizione arbitraria che si mangia secoli di giurisprudenza criminologia. Affermare che indipendentemente da queste definizioni logico-contestuali una donna uccisa è vittima di femminicidio è come spalmare fango sugli appunti di Einstein. Vediamo ora il significato di movente, che si somma alle precedenti definizioni e ne precisa i contesti: esso è ciò che muove una persona ad ucciderne un’altra. Il termine non ha attinenza con motivo ma con muovere. Questa precisazione è fondamentale per capire che l’individuazione del perché non ha nessuna attinenza con un giudizio di merito. Non tende ad individuare se ha fatto bene o ha fatto male. Per il Codice Penale qualsiasi sia il movente l’assassinio è sbagliato. Punto. Quale grado di responsabilità ha l’autore? Volontaria, colposa, preterintenzionale. Perché ha agito?


Si fa apparire una cultura per quello che non è.


L’analisi del movente ha, oltre ad un peso sulle conseguenze (non si può ad esempio equiparare un assassinio per scippo di pochi euro alla legittima difesa in caso di rapina armata. Ambedue colposi, preterintenzionali, volontari, premeditati o no, ma con una ulteriore articolazione che a parità di contesto ne quantificano in più o in meno la gravità ed il perché), una valenza sociologica, di analisi delle dinamiche relazionali, sia interpersonali che, ormai, strumentalmente “di genere”. Ed è qui che la falsa narrazione femminista si innesta, cercando disperatamente conferme alle proprie teorie preconcette e creandone se non ne trova. Ossia, il teorema delirante secondo il quale gli uomini odiano le donne e le sterminano (-cidio) in quanto donne ha bisogno di conferme tangibili che, non provenendo dalla realtà dei fatti, vanno create sovrapponendo un “secondo me lo hai fatto per questo motivo” che prescinde da ogni verità  e inventa l’inesistente, ignorando ogni vero movente.

In sostanza, quando non riesco a dimostrare ciò che non è (gli uomini non odiano le donne in base al loro essere donne, ma alcuni individui uccidono per altri motivi), mi invento una mia spiegazione arbitraria che sovrasta il discorso. A cosa serve stabilire perché lo ha fatto? Oltre a definire le responsabilità personali, ad analizzare la società; una società che ha centomila assassinii per rapina va analizzata secondo questo dato, mentre una che ne ha dieci ne riceverà una lettura diversa. Ecco spiegato come, a fronte di percentuali bassissime, la nostra società viene lo stesso definita femminicida; perché se ne distorcono i numeri e le valenze e si fa apparire una cultura per quello che non è. Se è vero dunque che la sociologia deve servire al benessere di una società, è altrettanto vero che la mistificazione di ciò che non è porta ad ignorare ciò che è, e questo è un atteggiamento criminogeno.

[Francesco Toesca sarà ospite nella puntata di stasera di Radio Londra intitolata: “Perché non possiamo non dirci anti-femministi”. Sui profili Facebook, YouTube, Twitter e VKontakte di “Stalker sarai tu”].


Leave a Reply

Your email address will not be published.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: