Gli uomini, le donne, la gelosia e il rifiuto

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di Giacinto Lombardi – Gli uomini devono imparare a gestire il rifiuto, riconoscere la libertà della donna a dire di no, è una questione di rispetto della libertà della donna, dice il filosofo femminista. Come discorso non fa una piega sul piano razionale e della deontologia delle relazioni umane, l’unico problema è che il femminista, uomo o donna che sia, pretende di affermare che rifiuto, gelosia, possesso e vendetta siano solo problemi degli uomini, quando in realtà sono problemi universali di uomini e donne, che si alimentano vicendevolmente nelle dinamiche relazionali. È incredibile come si sia persa completamente la visione d’insieme, l’approccio sistemico ai problemi relazionali e come sia facile cadere nella propaganda di ciò che va di moda.

Gli antichi attraverso i miti erano molto più bravi di noi a comprendere l’animo umano, ci parlano di Medea che uccise i figli avuti con Giasone, uccise il suocero, le cognate e la nuova fiamma del marito pur di punirlo per la sua intenzione di lasciarla e sposare un’altra. Fedra, moglie di Teseo, che cercò di sedurre il figliastro Ippolito, lui la rifiutò e lei lo accusò di stupro davanti a suo padre che lo cacciò e lo maledisse. Il povero ragazzo morì dilaniato da un cinghiale consolato soltanto dalla sua amata dea Artemide. Didone si diede fuoco perché Enea dovette lasciarla per poter continuare il suo viaggio verso l’Italia.  Per non parlare di Eris, dea della discordia, che fu origine della guerra di Troia per vendicarsi del fatto che non era stata invitata alle nozze di Peleo (padre di Achille) e della ninfa Teti.


Attribuire la gelosia, il dolore dell’abbandono, la ferita del rifiuto ai soli uomini è proprio un misero pensiero.


Attribuire la gelosia, il dolore dell’abbandono, la ferita del rifiuto ai soli uomini è proprio un misero pensiero. Rifiutare le profferte d’amore di una donna è ancora oggi quasi un sacrilegio che invoca le ire della dea Afrodite. Ci provò il povero Teseo, comandato in sogno dal dio Dioniso che  voleva Arianna tutta per sé,  a lasciare la ragazza su un’isola deserta, la sua collera mosse la dea dell’amore, che inviò stormi di gabbiani a lacerare le vele bianche della nave di Teseo, che fu costretto a cambiarle con quelle nere. Quando il padre Egeo, che da un’alta rupe scrutava il mare in attesa del figlio, vide di lontano le vele nere si buttò in mare dalla disperazione pensando che il giovane fosse rimasto ucciso nello scontro col minotauro. Non accadde nulla, invece, alla madre di Arianna, Pasifae, che si fece fecondare dal toro bianco generando il minotauro. Il re Minosse fece costruire un labirinto per nascondere il frutto dell’insana voglia della sua donna ma nessuna punizione colpì la regina per la sua sciagurata perversione.

Per non parlare di Eracle, tormentato per tutta la vita e costretto a distruggere ogni amore e amicizia dalla follia che puntualmente Giunone suscitava in lui, accecata dalla gelosia e dall’orgoglio ferito per il fatto che il povero Ercole era figlio di una delle tante scappatelle di Zeus, che amava tanto scendere tra i mortali a intrattenere le belle signore  Fu così che si compì la tragica vendetta della dea quando finalmente Eracle stava realizzando un amore stabile con la bellissima Deianira la quale, vedendolo arrivare con una ragazza a suo seguito, pensò che lui non la amasse più come prima. Per riaccendere la sua passione gli inviò la tunica regalatale dal centauro Nesso, ma la tunica era avvelenata e il grande Ercole fu preso da un tale bruciore che si uccise dandosi fuoco da solo. Né fu punita Alcmena, moglie di Anfitrione e madre di Eracle, per essersi unita al dio in assenza del marito in guerra, né Anfitrione si sentì disonorato dal tradimento della moglie anzi si onorò di adottare il figlio del dio e, come San Giuseppe, lo allevò nel migliore dei modi possibili a quell’epoca.


Mi sono comportato bene? Ho fatto il cattivo?


Ecco che i miti classici ci esibiscono il matriarcato, il substrato culturale di tutte le società moderne. Il patriarcato non ha intaccato la struttura matriarcale della famiglia: la gelosia, il possesso, la vendetta del tradito e del rifiutato, il dominio della volontà femminile sono rimasti intatti. Il domino del sentimento sulla libertà lo si eredita dalle madri, si origina nel rapporto simbiotico tra madre e figlio, nella cultura dell’ “io t’ho fatto, io ti disfo”,  dell’ “amor ch’a nullo amato amar perdona”, dell’amore come destino, dell’impossibilità di svincolarsi dalla passione che ottunde la mente. Oggi la vendetta della donna si arricchisce di nuove armi: false accuse, conflitti, rimproveri, scenate davanti ai figli e agli amici, svalutazione dell’uomo, costruzione del grande pregiudizio del maschio molesto, violento e stupratore, narrazione unilaterale di ogni conflitto di genere. La vedetta femminile oggi avviene attraverso le leggi e i media di regime dove si sta consumando la costruzione di un sistema avverso agli uomini.

Gestire il rifiuto significa fare un doppio viaggio agli inferi, nell’infanzia dell’uomo e nella propria infanzia, affrontare il miti sbagliati del matriarcato come libertà sessuale e quello del patriarcato come repressione sessuale della donna e libertinaggio degli uomini (come sostenuto da Friedrich Engels ne “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”). La famiglia nasce con il matriarcato che si abbina all’affermarsi delle aristocrazie, delle dinastie, dei clan e della città-stato e alla necessità della donna di accaparrarsi l’uomo e lo status sociale che gli apparteneva, in contrasto con la tradizione primitiva in cui tutti godevano di maggiore libertà in quanto non vi era nulla di cui appropriarsi oltre il ruolo fecondante del maschio e generativo della donna. Gestire il rifiuto significa affrontare un viaggio negli inferi della propria infanzia al cospetto dell’immagine sacra della madre: madre che nutre, madre che consola, ma anche madre che urla, madre che mena, madre che ricatta, madre che svaluta, madre che non è mai contenta. E del bambino che chiede: mi sono comportato bene? Ho fatto il cattivo?


Figure allevate all’insegna della cultura del femminismo.


Essere ricambiati rinnova l’immagine della madre consolatrice, essere rifiutati rinnova la ferita dell’infanzia, del bambino che chiede se si è comportato bene, del giovane rifiutato che continua chiedere perché, che ho fatto di male? E promette di cambiare come un bambino bastonato dall’arcigna madre, ma per la legge è stalking, è molestia, è violenza sulle donne. La madre contraddittoria apre una ferita profonda, genera la “posizione schizo-paranoide” elaborata da Melanie Klein, la persona rifiutata è vinta da un pensiero ossessivo la cui più grande necessità è poterlo esprimere, consegnare a qualcuno, un qualcuno che invece viene sollecitato dal becero femminismo mediatico semplicemente alla denuncia ai carabinieri, al ricorso ai centri antiviolenza, al dileggio mediatico.

Nessuna possibilità di appellarsi a un “telefono amico” per consigliarsi, nessun messaggio televisivo che lo aiuti a capirsi. Serve invece un messaggio diverso da parte delle istituzioni che dimostrino finalmente di riuscire a trattare con equità problematiche maschili e problematiche femminili. Serve una profonda rivoluzione dei centri antiviolenza oppure la negazione dei fondi pubblici. Lo Stato non può fare due pesi e due misure così come non si è mai vista una Task Force per il rinascimento maschile mentre oggi assistiamo all’obbrobrio del rinascimento femminile a carico del Ministero delle Pari Opportunità, gestito come sempre da figure allevate all’insegna della cultura del femminismo piuttosto che della funzione super partes dello Stato.


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