GREVIO, il mondo immaginario e le pretese

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GREVIOdi Giorgio Russo – Puntuale come l’influenza stagionale, e accolto con uguale entusiasmo, giunge anche quest’anno il report di GREVIO sullo stato di applicazione in Italia della famigerata “Convenzione di Istanbul”. Ben centoundici pagine di delirio dove si descrive un mondo immaginario e, sulla base delle relative fantasie, si declina una lunga serie di pretese, sempre le solite, ma con qualche innovazione interessante rispetto al passato. Prima di analizzarle, però, ricordiamo brevemente cos’è “GREVIO”.

Si tratta di un’organizzazione internazionale indipendente (dunque non istituzionale), composta da un rappresentante eletto in ogni paese sottoscrittore della Convenzione di Istanbul, con il compito appunto di fare il cane da guardia rispetto all’applicazione della Convenzione stessa. La nomina della rappresentante italiana in GREVIO è naturalmente in mano alle maggiori corporate antiviolenza nazionali, D.I.Re. in primis, ma non solo. Ad oggi essa risponde al nome di Simona Lanzoni, Vice-Presidente della Fondazione Pangea, una delle tante onlus con le mani in pasta ovunque sul piano internazionale.


Emergenza ‘sti cazzi.


GREVIO, che significa “Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence”, gruppo di esperti nelle azioni contro la violenza contro le donne e la violenza domestica, lavora alacremente tutto l’anno per monitorare se e quanto viene applicata la Convenzione di Istanbul nei vari paesi e dice cosa questi dovrebbero fare per adeguarsi meglio. Riporta le sue osservazioni direttamente al Consiglio d’Europa, soggetto di cui parleremo più avanti. Di fatto è dunque la longa manus della rete dei centri antiviolenza sullo scenario europeo e internazionale.

Leggere il report GREVIO appena uscito è come addentrarsi in tutta la bibliografia di Harry Potter, nel “Signore degli anelli” di Tolkien e nell’intera letteratura distopica mai prodotta, Orwell e Zamjatin compresi. Sì, perché il perno di tutto sono il dilagare della violenza contro le donne, da un lato, e di una mentalità maschilista dall’altra, in Italia. Una vera e propria opera di fantasia, come più volte dimostrato in queste pagine. Negli ultimi dieci anni viene depositata una media di 50 mila denunce all’anno di donne contro uomini per violenze di vario genere, con una media di 5.000 condanne all’anno (un misero 10% delle denunce) per gli stessi reati e una propensione degli immigrati a commettere violenza contro le donne 4 volte superiore a quella degli italiani. Emergenza ‘sti cazzi, direbbero a Roma, insomma, se si parla di violenza sulle donne.


GREVIO ha la faccia di legno di sostenere una boiata del genere.


Quanto alla cultura maschilista, GREVIO ritiene che dilaghi in Italia perché tutto viene riportato alle politiche familiari e alla questione maternità, con l’eterno spauracchio del Congresso di Verona, del DDL 735 e Pillon. Il rapporto non nasconde le sue preoccupazioni per le spinte verso il mantenimento diretto e la bigenitorialità, concetti che alle compagne del GREVIO fanno orrore. Sottinteso per loro è che la genitorialità è solo materna, da un lato, e dall’altro che mamma deve anche essere mantenuta. Ecco perché i discorsi sulla maternità non piacciono: putacaso si decidesse di parificare i ruoli fin dalla nascita del bambino, toccherebbe andare a lavorare, fare carriera e soprattutto smettere di chiagnere per poter poi fottere a spese dell’ex marito. Insomma, crollerebbe tutto il castello, non sia mai.

Ma non sono solo questi i temi “nuovi”. A fianco del solito piagnisteo per dare più soldi ai centri antiviolenza (te pare?), si lamenta che si parli troppo poco di educazione di genere nelle scuole e nelle università, che sembrano fare resistenza alla fuffa fatta di trans negli asili e lauree in “politiche di genere”. Vivaddio un po’ di sale rimane nelle zucche dei direttori scolastici e dei rettori, a dispetto delle circolari e delle leggi che aprono le porte a quelle porcherie. Non solo: sussistono, dice Grevio, troppi ostacoli verso la promozione di eventi di sensibilizzazione. In un’Italia dove anche la sagra del carciofo di Poggibonsi è dedicata alle donne, e dove chiunque “sbagli” mezza parola a parlare di donne viene messo in croce (vedi quel poveraccio di Amadeus), GREVIO ha la faccia di legno di sostenere una boiata del genere.


GREVIO impone che l’attenzione sia solo là dove gira il business.


Ma non è la peggiore. Non manca infatti nella relazione GREVIO il pippozzo di ogni anno contro quelle istituzioni pubbliche che non danno appalti e soldini ai centri antiviolenza che non comunicano almeno i codici fiscali delle assistite. Al centro del mirino soprattutto l’odiatissima Regione Lombardia, che proprio di recente ha fatto marameo al CADMI che voleva papparsi il centro antiviolenza di Corsico, andato in crisi per mancanza d’utenza (un po’ come tutti), senza però sottostare alle sacrosante regole di trasparenza. Del caso singolo abbiamo già parlato qui, ma vale la pena ricordare che la Convenzione di Istanbul a cui le pretese uterine del GREVIO si appigliano è, nella gerarchia delle fonti legislative, subordinata alla Costituzione, a sua volta subordinata alle direttive europee, tra cui quella sulla privacy (il famigerato GDPR), che naturalmente consente allo Stato, in quanto soggetto istituzionale sovraordinato, di conservare qualunque dato sensibile dei cittadini.

Insomma le nostre eroine sanno che la loro Convenzione vale, su questo tema, quanto un regolamento condominiale, forse anche meno, però ci provano. E lo fanno con la già menzionata faccia di legno, perché la carta di Istanbul non parla mica solo di femminucce da difendere. Parla di “violenza domestica”, ivi comprendendo anche quella subita dagli uomini (e dai minori). Eppure GREVIO non si sogna minimamente di chiedere un riequilibrio con l’apertura di centri antiviolenza per uomini o iniziative di tutela a favore dei bambini maltrattati (in gran parte da donne). La Paperopoli, la Gotham City, il mondo immaginario di GREVIO impone che l’attenzione sia solo ed esclusivamente per le femminucce, ossia là dove gira il business.


Il Consiglio d’Europa NON è una istituzione facente parte dell’Unione Europea.


Tutto molto noto, molto consueto, si dirà. Vero, ma la ciliegina sulla torta è l’evidenza che i media hanno dato a questo mucchio di sciocchezze, quale è un documento rivendicativo redatto dalla lobby che vive sul sovradimensionamento di un fenomeno minimale. Un’evidenza data per di più in malafede (chi si somiglia, si piglia). Andate a pescare gli articoli che parlano del report GREVIO e notate: tutti sono corredati da foto con bandiere o colori dell’Unione Europea, per farci credere che le baggianate di GREVIO siano qualcosa che abbia a che fare con le istituzioni comunitarie, che tutta quella robaccia senza fondamento “ce la chieda l’Europa”. Niente di più falso e mistificatorio.

GREVIO infatti, come detto, riferisce e deposita i suoi piagnistei al Consiglio d’Europa che NON è un ente, un soggetto, una istituzione facente parte dell’Unione Europea. Assomiglia per nome al Consiglio Europeo, che è, quella sì, un’istituzione UE, ma nonostante l’assonanza il Consiglio d’Europa non c’entra nulla con Bruxelles e Strasburgo. Di fatto è un entità totalmente inutile, creata indipendentemente dalle istituzioni comunitarie nel secondo dopoguerra come ente autonomo. Arrivato vicino alla chiusura per inedia, è poi resuscitato facendosi cinghia di trasmissione dell’ONU in Europa. Di fatto è un ente utile come una Comunità Montana nel Tavoliere delle Puglie. E come tutte le cose inutili e non istituzionali, non sapendo che fare, combina pasticci o inventa trattati internazionali graditi alle lobby. Dunque niente panico: il report di GREVIO al Consiglio d’Europa non conta nulla. E’ un solipsismo onanistico usato per ingannare i fessi che pensano si tratti di Unione Europea, e un batacchio in mano a una lobby tossica e speculatrice per bussare con più forza alla porta del bilancio dello Stato italiano e del Parlamento. Non resta che sperare che presso quei palazzi ci si doti presto di buoni e spietati buttafuori.


 

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