I meme di “Freeda” all’assalto della famiglia

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LA FIONDA

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di G. Tarantini. C’è una tendenza nel pensiero LGBT che personalmente mal sopporto, quella a voler creare il nuovo mondo facendo tabula rasa del vecchio, una tendenza che mi ricorda vicende come il calendario rivoluzionario francese, col quale si tentò di cambiare la data di inizio anno al 22 settembre e di stravolgere i secolari nomi dei mesi. Credo che sia stato per colpa di questa tendenza bislacca che un mese fa è scoppiata la polemica tra la comunità LGBT e Arcilesbica, essenzialmente dovuta al fatto che tra le femministe c’è chi sostiene che un transgender, pur avendo il diritto di sentirsi donna, nei fatti non lo sarà mai. Questo basilare concetto sembra essere di ostacolo alle avanguardie più estremiste: nel calderone arcobaleno e rosa si vuole avere la libertà di ridisegnare tutto, senza mantenere alcun legame con la biologia e con quanto di culturale ci fosse prima. Un incessante demolire, dai più erroneamente interpretato come forma di progresso.

Cosa sono le parole se non dei meri contenitori da svuotare e riempire d’altro? Questo sembra pensare il cancellino esacromato nel suo inarrestabile procedere, senza voler risparmiare nemmeno il concetto di famiglia. Un meme targato “Freeda” è stato di recente lo stendardo delle nuove frontiere di questo tema, un variopinto compendio che si presenta così:

Il messaggio è chiaro: qualsiasi forma di convivenza è famiglia. Lascia perdere chi si fa in quattro per educare un figlio, per crescerlo e introdurlo nella società; non guardare a chi decide di assumersi la responsabilità, con la dovuta coerenza negli anni, di formare un nucleo familiare… famiglia è dove ti senti a casa. Il gioco sembra essere sempre lo stesso: concedere a chiunque un determinato status per non offendere nessuno, a costo di togliere significato a quello stesso status, il tutto nel nome del polipicamente corretto (nel senso che oramai sembra aver allungato i suoi tentacoli ovunque).


Mantenere più saldo che mai il rapporto con la cultura.


Non voglio discutere la condizione esistenziale di nessuno: tutti abbiamo il diritto di “sentirci in famiglia” ovunque ci pare. In situazioni di convivenza tra più persone si può essere “come una famiglia” o si può giustamente ritenere il contesto di convivenza con un partner un ambiente familiare. Tanto meno critico le unioni civili: è sacrosanto avere un riconoscimento di parentela legale con persone che si amano e con le quali si condivide la propria vita. Non si può però omettere il significato, sia sociale che filosofico, che il termine famiglia ha. Non si può omettere il fatto che nel pensiero di Aristotele l’oikos fosse l’unità fondamentale di una società. Possedere gli elementi necessari all’autosufficienza generativa e educativa del gruppo umano, era ciò che permetteva ad Aristotele di conferire alla famiglia una funzione centrale. Questa centralità è tutt’oggi confermata in sociologia, dove la famiglia è identificata come una relazione specifica che intrinseca il rapporto di una coppia con i rapporti fra generazioni. Il sociologo Pierpaolo Donati, autore del manuale di sociologia della famiglia (oltre che di numerose pubblicazioni sull’argomento), identifica la caratteristica essenziale della famiglia nel ruolo di umanizzazione degli individui. Mediare il passaggio dalla natura alla cultura (tramite l’educazione ed il compimento dei processi di crescita) è un compito distintivo della famiglia e necessario al mantenimento di una società.

Demolire questo significato essenziale di famiglia, ossia quello di essere il luogo di umanizzazione dei posteri, sostituendolo con un ampio messaggio di inclusione a qualsiasi idea personale e individuale di famiglia,  è solo uno dei tanti suicidi che stiamo commettendo in questo delirio del nuovo mondo. La sensazione è che oramai, assieme all’acqua sporca, si stiano gettando interi reparti maternità piuttosto che il bambino. Mantenere più saldo che mai il rapporto con la cultura diventa oggi la più alternativa delle posizioni, bisogna essere fieri di questa avanguardia/retroguardia e ricordare a chi relativizza ogni discorso, appiattendone tutti i significati, le parole di Parmenide: “Perché è l’incapacità che nel loro petto dirige l’errante mente; ed essi vengono trascinati insieme sordi ciechi, instupiditi, gente che non sa decidersi, da cui l’essere e il non essere sono ritenuti identici e non identici, per cui di tutte le cose reversibile è il cammino”.


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