Il politicamente corretto uccide. Specie quello rosa

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manchesterdi Giorgio Russo – Sta suscitando grande clamore in Gran Bretagna un rapporto indipendente relativo alla condotta tenuta dalla polizia di Manchester rispetto a numerosi casi di abusi sessuali a danno di minorenni. Si tratta di storie vecchie, datate al 2004, ma ancora non dimenticate. Il rapporto è stato commissionato dalla municipalità di Manchester, che ha deciso di vedere chiaro in una parte di storia della propria città che ha risvolti tanto terrificanti quanto universali.

Il nucleo della vicenda si impernia su numerosi casi di abusi sessuali su minori e induzione alla prostituzione minorile a danno di bambine e ragazze di età compresa tra i 12 e i 16 anni, tutte ospiti di case-famiglie (because Bibbiano is everywhere). Attorno ad esse per un lungo periodo gironzolavano come avvoltoi diversi uomini adulti di etnia asiatica, pakistani in particolare. Ad ogni occasione possibile ne agguantavano una, la drogavano e la stupravano. Nei casi più fortunati, le pagavano per prestazioni sessuali. In quelli più sfortunati partivano le sevizie, protratte fino alla morte.


Perché accadde questo a Manchester?


Il report parla di ben 97 uomini attivi in questa pesca infame e di almeno 57 bambine o ragazzine vittime del sistema. Ma sono numeri emersi soltanto oggi. Orrore nell’orrore, ai tempi la polizia di Manchester derubricò i casi in “prostituzione volontaria”, quando gli capitarono per le mani, o addirittura fece finta di non vedere, limitandosi a raccomandare alle ragazze di stare attente e assumere atteggiamenti quanto più prudenti e protettivi possibile. Nessuna indagine, nessuna investigazione, anzi una spiacevole venatura in più casi di victim blaming.

Perché accadde questo a Manchester? Il rapporto indipendente, così come tutti coloro che lo stanno commentando, non hanno dubbi: political correctness. A trattenere la mano della polizia e della giustizia fu la necessità di mantenersi nei ranghi del politicamente corretto. Ai tempi infatti, e ancora oggi, gli organi di polizia britannici sono vincolati ad azioni che non inducano la pubblica opinione ad avanzare accuse di “islamofobia”. Anzi la lotta contro l’islamofobia era allora tra le priorità della polizia di Manchester. Il fatto che gli stupratori fossero tutti pakistani, dunque musulmani, pose le autorità di fronte a un dubbio atroce, che risolsero rinunciando a tutelare le minori abusate. Che, va specificato, erano tutte inglesi e bianche.


“Il politicamente corretto uccide”.


“Il politicamente corretto uccide”, commentano oggi in UK molti esperti, riferendosi all’ultima vittima registrata, Victoria Aglogoa, morta a 15 anni nel 2003 a causa di un’overdose di eroina iniettatagli dal suo aguzzino cinquantenne pakistano, con la volontà di renderla inerme per meglio stuprarla. Un’osservazione estrema, ma che ha abbastanza riscontri e margini di verità da suscitare doverosamente una riflessione. Per restare in tempi più recenti, ad esempio, l’attivista anti-LGBT australiano Wilson Gavin si è suicidato dopo essere stato aggredito a valanga sui social per aver interrotto una gioiosa lettura di favole da parte di una drag queen in un asilo di Brisbane. Non ha retto alle pressioni dei vigilantes del politicamente corretto e si è appeso a un chiodo.

Quanto accaduto a Manchester è la prova della devastazione a cui può portare il politicamente corretto, quando declinato nella difesa di questa o quella minoranza arbitrariamente identificata. Le minoranze sono tante, infatti: dare la priorità a una significa trascurarne un’altra, colmare di retorica difensiva un gruppo significa renderne inerme un altro. Invece di garantire un’indeterminata e trasversale protezione a chiunque per il solo fatto di esistere, l’individuazione specifica di gruppuscoli da tutelare crea sfaceli, perché in linea di massima l’istinto di chi si trova dalla parte giusta, quella degli iper-tutelati, è di prendersi il braccio, dopo che gli è stata concessa la mano. La protezione diventa così motivo di licenza, la licenza induce all’arroganza e l’arroganza porta al predominio totalitario.


C’è però una differenza non trascurabile.


Se questo è chiaro, e i fatti di Manchester lo testimoniano in modo drammatico, molto più delle piccole e ignobili censure quotidiane che si registrano ovunque, Italia compresa (il cartellone rimosso, la pubblicità ritirata, il convegno fatto saltare o ostacolato, il film o la canzone censurati, il libro non pubblicato, specie se trattano di “altre minoranze” non toccate dalla benedizione del politicamente corretto), allora diventano chiari anche gli effetti della predominanza della “versione femminista suprematista” che la fa da padrone ovunque. Le minoranze più o meno in difficoltà sono tante, a ben guardare tutti facciamo parte di una qualche minoranza in difficoltà. Ma ci sono minoranze più minoranze di altre. A Manchester furono i pakistani musulmani, in Italia sono le donne in generale e quelle “vittime di violenza” in particolare.

C’è però una differenza non trascurabile. Il numero di musulmani in UK è davvero significativo, dunque può essere accettabile assumere politiche di integrazione (senza che però sfocino nella piena impunità). Il numero di donne vittime di violenza in Italia non è tale da giustificare iniquità gravi e talora mortali contro chi non fa parte della minoranza o non si adegua ai suoi dettami. Le censure, le disparità nei tribunali, nei media, nella società, i suicidi, le sofferenze (specie nei minori) generate dal politicamente corretto pro-donne in Italia non sono giustificate in nessun modo, né in termini generali (la tutela di un gruppo non può e non deve danneggiarne un altro), né in termini particolari, proprio per l’insussistenza reale del fenomeno.


La propensione degli immigrati a commettere violenza sulle donne è quattro volte maggiore di quella degli italiani.


Ma non è solo questo. C’è un altro aspetto che apparenta la situazione italiana a quella della città britannica. Parte della narrazione femminista suprematista sostiene che la violenza provenga dall’uomo bianco eterosessuale, che dunque va “rieducato” (in gergo significa: perseguito, criminalizzato e, come cura, femminilizzato a dovere). Quella stessa narrazione chiude un occhio, per coerenza, quando le donne subiscono violenza da persone non italiane. Cioè fa come la polizia di Manchester. E questo sebbene i numeri parlino chiaro: nell’ambito delle svariate violenze maschili contro la donna, la propensione degli immigrati a commettere violenza sulle donne è quattro volte maggiore di quella degli italiani. Quanto occorre attendere perché qualcuno si renda conto di tutto questo? Perché si comprenda che il politicamente corretto in generale e quello in “salsa rosa” in particolare crea sfracelli fuori controllo, opprimendo il libero pensiero, la libertà di parola e non di rado la vita stessa? Sarebbe il caso di rendersene conto e reagire subito, senza attendere fra molti anni un report come quello di Manchester. Che in Italia, per altro, chissà se uscirebbe mai.


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