“Immuni”: più che una app, l’apoteosi del ridicolo

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo. Abbiamo atteso che si sgonfiasse l’ondata mediatica per affrontare in modo un po’ più ragionato la questione nata attorno alla app “Immuni” e alle sue famosissime icone. Volevamo cercare di raccogliere quanti più stimoli e chiavi di lettura possibile, prima di inquadrare una questione che, come spesso accade quando qualcosa finisce negli ingranaggi della mediatizzazione e della politica, è scivolata rapidamente nel ridicolo. Dunque partiamo dal principio: il Governo, come iniziativa di contrasto alla diffusione futura del coronavirus, propone ai cittadini questa applicazione da installare sui telefoni. Fioccano subito dubbi sulla sua compatibilità, sul funzionamento, sulla tutela della privacy e il complottismo di professione si scatena a disegnare i suoi soliti scenari orwelliani, improponibili per un paese che non ha manco gli occhi per piangere.

Di fatto, il centro della questione avrebbero dovuto essere la pandemia, da un lato, e le certezze sulla tutela della riservatezza per chi eventualmente avesse installato la app (circa un milione di persone, ad oggi). Invece tutto si è incentrato sulle icone con cui il software è stato presentato al pubblico: due persone alla finestra, a sinistra una donna con in braccio un bimbo piccolo, nell’altra un uomo seduto a un PC portatile. Tempo poche ore dalla sua diffusione e subito fioccano le accuse di “sessismo”: la donna, orrore, confinata nel ruolo di madre e al padre il privilegio di lavorare, ignaro dei doveri domestici. I programmatori della app, a quanto pare, non si erano posti il problema dello “stereotipo”. Con quelle immagini stilizzate volevano solo dire che la app riguarda tutti, e forse anche che potrebbe tutelare la “famiglia”, niente di più. In un paese normale così sarebbero state lette quelle figurine. Al massimo si sarebbe ammirata con dolcezza l’immagine di una madre e con pena quella di un padre che invece di godersi il figlio sgobba per quattro soldi. Nell’Italia del pensiero unico e correttissimo letture del genere non sono ammesse.


L’ennesimo rompimento di coglioni innescato dalle femministe.


Dalle nostre parti rappresentare una donna, colei che per natura allatta, con un bimbo in braccio è male. Non è questione di natura, è uno “stereotipo”. D’altra parte secondo il femminismo anche fare figli è uno stereotipo, e per questo l’aborto indiscriminato viene difeso come se fosse il mito fondante della società del futuro. Per quello stesso femminismo, minato da un infondato e irriducibile senso d’inferiorità, è inoltre fondamentale che la donna venga rappresentata a fare le stesse cose che fa un uomo. Non a farne di proprie, a modo proprio, con una propria originalità, ma a scimmiottare l’uomo. Questo significa rivalersi di secoli di “oppressione”: sostituirlo nei suoi ruoli e “confinarlo” a occuparsi di cose domestiche, anzi meglio ancora a far niente, basta che si tolga di mezzo. È da questa logica-illogica che nascono fior di meme e coglionelle: in realtà lei sta scappando col bambino e lui sta scrivendo all’avvocato, commenta qualche buontempone. Esperti di fotomontaggio giocano con le immagini, mettendo il pupo al computer e la coppia che si fa i fatti propri dall’altra parte. Su una cosa però si finisce un po’ tutti per concordare: di certo era tutto preparato.

Sì perché a un certo punto, mentre infuria la polemica su tutti i media, se ne esce una lesbica che vive in Germania, l’ex deputata Paola Concia, che fa un tweet al Ministro Bonetti, che a sua volta avvisa la collega del Ministero dell’Innovazione: quell’immagine va cambiata, è sessista. Attraverso questi canali surreali si arriva all’inversione, che a molti appare subito per l’appunto ampiamente pianificata: nella nuova versione è lui a cullare il bimbo e lei al computer. Le prese in giro non smettono ovviamente: lui sta cercando di capire come si cambia il pannolino, lei sta comprando scarpe su Zalando, commentano altri buontemponi. Ma stavolta c’è una grande differenza. Una enorme differenza. Nessuno protesta per la nuova configurazione, nessuno si offende per le prese in giro, non un fiato si alza dall’opinione pubblica. Anzi, in molti si dicono pienamente soddisfatti. Quello che voleva essere un atto rivoluzionario, un “sovvertimento” comunicativo, una ribellione iconografica è stato accolto dall’opinione pubblica come una rappresentazione normalissima. Unica cosa non considerata normale: l’ennesimo rompimento di coglioni innescato dalle femministe.


Una vittoria di Pirro che diventa apoteosi del ridicolo.


Laura Boldrini
Laura Boldrini

Sì perché quello che loro considerano “parità” in realtà già c’è, e da tempo. Un esercito di papà, e tra di essi intere divisioni di padri separati, hanno esultato di fronte alla nuova icona: sì, gentili signore, quelli siamo proprio noi! Per questo nessuno ha protestato, come forse speravano le femministe, che dunque si sono dovute accontentare del gusto agrodolce di averla avuta vinta per l’ennesima volta nel loro ennesimo capriccetto da quattro soldi. Ma in fondo rosicano: hanno reso palese a tutti che la loro rivoluzione è una non-rivoluzione, ma solo il vello di pecora steso sopra il corpaccio da lupo. Perché, si sa bene, non è l’inversione, anche solo temporanea, dei ruoli domestici che vogliono, ma l’annientamento del maschio. L’icona ideale per le femministe avrebbe dovuto escludere l’uomo, avrebbe dovuto rappresentare una donna sola col figlio e dall’altra parte il gatto o lo scopamico o il vibratore in attesa sul letto. Meglio ancora, per suggellare l’alleanza con gli LGBT: due donne o due uomini, magari con colori di pelle variegati; o magari tutti insieme in un’orgia indistinta, mentre il bimbo si prepara il biberon da sé nell’altra stanza. O magari mentre la mamma lo scaraventa fuori dalla finestra, come capita molto spesso (ma povera… aveva problemi psichiatrici o depressione post-partum, certo…).

Nemmeno un tweet di Paola Concia però può arrivare ad ottenere una modifica del genere che, quella sì, sarebbe stata una vera vittoria delle femministe, perché ne avrebbe rappresentato davvero il modello di donna e di vita che hanno nel cervello bacato. Di fatto, ottenere l’inversione delle figure ha coperto di ridicolo chi se ne è fatta promotrice: la Bonetti in primis, insieme alla Boldrini, che sale a cavallo della propria tiroide per far sentire meglio il proprio sdegno ideologico, ma anche la Carfagna, che coglie l’occasione per proporre nientemeno che una tassazione diversificata per sesso. Una roba talmente anticostituzionale che in un paese normale dovrebbe meritarle l’espulsione a vita dal Parlamento e il ritorno coatto ai calendari e alle cene eleganti di Arcore. Ed è così che la vittoria di Pirro di femministe che vogliono il papà a cullare il bambino nell’icona di “Immuni”, ma poi fanno le barricate contro la bigenitorialità nel post-separazione, nella somma finale diventa l’apoteosi del ridicolo. Con un unico importante risultato: le palle della gente comune sempre più gonfie, ormai in procinto di esplodere, per le isterie femministe e il richiamo che ottengono nella politica, nelle istituzioni e nei media, sempre molto zelanti a occuparsi di sciocchezze e sempre troppo pigri per occuparsi di come far ripartire un intero paese e le sue famiglie.


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