La cancel culture rosa-arcobaleno si appropria anche di Shakespeare

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

Le sue tematiche sono ora sviluppate da una nuova piattaforma:

LA FIONDA

https://www.lafionda.com

Kenneth Branagh
Kenneth Branagh nelle vesti di William Shakespeare

di Davide Stasi. Kenneth Branagh si è distinto negli anni per la rara capacità di riuscire a portare sullo schermo le storie complesse e poetiche di William Shakespeare. Davvero notevole il suo “Hamlet” del 1996, ma degne di nota anche le altre riduzioni cinematografiche dell’ “Enrico V”, “Molto rumore per nulla”, “Otello”, “Riccardo III”, “Pene d’amor perdute”. Branagh non è uno sprovveduto, studia e approfondisce riuscendo sempre a trattare un gigante come il drammaturgo inglese con rispetto sacrale, senza scendere a compromessi con il suo genio, nonostante le inevitabili semplificazioni richieste dalle produzioni cinematografiche. Insomma un personaggio tutto sommato meritevole, Branagh, sia come attore che come regista, nel suo rapporto con il bardo di Stratford-Upon-Avon. Se non fosse che con il suo ultimo film shakespeariano è riuscito a cancellare tutto il merito accumulato, oltre che la propria dignità di artista, e a fare un danno globale incalcolabile.

Il riferimento è a “All is true“, titolo orribilmente tradotto in italiano con “Casa Shakespeare”. Prima di parlare del massacro volontario rappresentato dalla pellicola, qualche premessa, giusto per intenderci. William Shakespeare visse tra il 1582 e il 1616 in Inghilterra. Non si sa molto della sua vita: è certo però che avesse frequentato le scuole di base, senza svolgere studi universitari, e che non fosse mai uscito dall’Inghilterra in vita sua. Nonostante questo contesto originario limitatissimo, con le sue 12 tragedie, 15 commedie e i suoi 10 drammi storici Shakespeare ha descritto tutto il mondo e ha disegnato con estrema precisione l’intera mappa dei sentimenti e dei comportamenti umani. Non c’è essere umano il cui carattere non sia reperibile in una delle opere dell’autore inglese, che è riuscito nella sua grandiosa e unica impresa semplicemente lasciandosi trasportare dalla propria ispirazione, da quella vita interiore toccata dal divino che soltanto alcuni, nella storia, hanno avuto il privilegio di sperimentare. Chi l’ha letto o abbia visto le sue opere lo sa; chi non l’ha letto o visto, si fidi: William Shakespeare è un gigantesco monumento alla genialità e alla profondità raggiungibile dall’essere umano. Insieme a pochi altri è quanto di più vicino a Dio sia mai vissuto su questa terra.


Niente di più falso, ma questo è il messaggio che Branagh fa passare.


Si tratta di una premessa fondamentale, che occorre avere ben chiaro prima di avventurarsi nella visione di “Casa Shakespeare”. Trattandosi di un film di Branagh ci si attenderebbe cura filologica, rispetto e rigore, con qualche concessione al linguaggio cinematografico. Invece no. La pellicola intende ripercorrere l’ultimo periodo della vita del poeta, quando decise di smettere di scrivere e di ritirarsi nella sua città natale, presso la sua famiglia, con sua moglie e le due figlie, una delle quali già sposata. Va ribadito: si sa pochissimo della sua vita privata e familiare e su quel minimo Branagh costruisce un racconto di pura fantasia. È importante sottolinearlo, perché la sua autorevolezza come autore shakespeariano induce lo spettatore impreparato a uscire dalla sala convinto di aver assistito a una rappresentazione del reale, della verità. Ed è grave, visto che sullo schermo invece scorre una mistificazione ideologica ben calcolata e calibrata, che consegna William Shakespeare legato e soprattutto imbavagliato alle truppe della cancel culture femminista e queer, desiderose di appropriarsi del suo genio, ove possibile, ma soprattutto di distruggerlo, essendo colpevole di provenire da un uomo, bianco ed eterosessuale.

Così l’intreccio si impernia sulla presunta fissazione di Shakespeare per Hamnet, suo figlio morto in giovanissima età (per motivi sconosciuti agli storici). Sconvolto dall’incendio del suo teatro, il poeta torna a Stratford-Upon-Avon deciso a non scrivere più e a dedicarsi al recupero della memoria di quel suo unico figlio maschio scomparso, cui era particolarmente affezionato perché, da vivo, aveva scritto poesie a suo dire di valore, a dimostrazione forse di un genio ereditario. Questo è il pretesto attorno a cui si innesta tutta una serie di altre vicende e scoperte che in realtà rappresentano un rosario di falsificazioni e recriminazioni. Lungo il film si scopre infatti che in realtà i versi tanto adorati dal capofamiglia erano stati scritti da una delle due figlie, che però non si era mai rivelata come autrice perché “il ruolo di una donna è sposarsi e fare figli, non scrivere poesie”. In realtà, ulteriore rivelazione, non li aveva scritti di suo pugno ma solo dettati al fratello che, in quanto maschio, andava a scuola e sapeva scrivere, mentre lei no. Ecco un’altra recriminazione femminista: il patriarcato storico, oltre a non riconoscere l’afflato poetico delle donne, non gli permetteva di esprimersi tenendole nell’ignoranza. Niente di più falso, ma questo è il messaggio che Branagh fa passare.


Kenneth Branagh, ora piccolo uomo e inutile servile regista inglese.


William Shakespeare

Non basta: Shakespeare fatica ad accettare che non fosse Hamnet l’autore di quei versi e intanto cerca di mettere una pezza ai vari scandali familiari. Uno causato dal comportamento ribelle dell’altra figlia: sposata a un puritano che a letto non la soddisfa, si fa soddisfare da un altro. La sua infedeltà diventa pubblica e il povero Shakespeare deve minacciare il testimone per evitare il ludibrio della figlia. Il concetto che passa è: se l’uomo non soddisfa, è giusto tradirlo e gli uomini attorno devono scusare la scorrettezza. Pure l’altra figlia, l’aspirante poetessa, incappa in uno scandalo: si sposa con un apparente bravo ragazzo, ma si scopre che un’altra era già incinta di lui. Proprio il giorno delle nozze, la giovane muore di parto insieme al nascituro. Questi uomini che non se lo sanno tenere nei pantaloni e si comportano da mascalzoni! E le morti di parto, ah le morti di parto! Tutto ciò manda in fumo la speranza (in realtà una fissazione) del poeta di avere un nipote maschio a cui lasciare i suoi molti averi, visto che l’altra figlia aveva avuto solo una figlia femmina. Sullo sfondo la moglie “sacrificata” di Shakespeare, anche lei analfabeta, che però impara a scrivere (grazie alle figlie) alla fine del film, davanti a uno Shakespeare contrito dal senso di colpa per aver passato la sua vita a Londra a fare carriera, abbandonando cotali donne al loro infame destino. Questo risulta dunque il più grande drammaturgo dell’umanità dal film di Branagh: un pupazzo fissato in un maschilismo irredimibile e schiacciato dal senso di colpa suscitato dalle donne che ha attorno, che lo accolgono con benevolenza solo quando lui si piega e rinuncia al suo orribile atteggiamento patriarcale.

Un falso a trecentosessanta gradi, sia per la storia sia per la furbesca e costante denuncia femminista sottesa a tutta la narrazione. Solo in un momento Shakespeare si ribella e fa notare che tutto il benessere della famiglia, la protezione, la ricchezza è dovuta al suo genio e al suo sacrificio personale. È l’unico momento in cui un estimatore del poeta può prendere respiro, l’unico varco di verità. Ma dura poco: il suo sfogo viene sbranato dalle pretese delle donne di casa, ma soprattutto viene annullato dal colpo di scena. In un lungo dialogo con il Conte di Southampton emerge che Shakespeare in realtà era gay, per lo meno bisessuale, e il Conte era il suo amante. Dunque quel po’ di genio che rimane intatto dopo il massacro femminista è comunque da ascrivere a un’assenza di eterosessualità, o per lo meno a un’eterosessualità dimezzata. Una tesi  sostenuta da alcuni critici ma mai avvalorata, e che non rappresenterebbe affatto un problema, se non fosse che il messaggio del film si inserisce in un contesto puramente ideologico dove le pulsioni maligne e alleate di femminismo e teoria queer rileggono la storia imponendone la propria versione. Cancellando il valore intrinseco di uno dei più grandi uomini mai vissuti, ne cancellano il genio, o ne prendono in buona parte possesso. Kenneth Branagh con questa mostruosità di film ha dato un contributo notevole alla cancel culture. La sua sarà la lettura che comunemente si farà di William Shakespeare, perché la gente comune va al cinema o guarda i film in streaming, non va a teatro a guardare le opere del poeta inglese e tanto meno le legge. Quello che resterà nella memoria collettiva, dunque, sarà una mistificazione sulla storia e su uno dei maggiori fondatori dell’umanità nel suo complesso. Lo si dovrà a Kenneth Branagh, che uccidendo Shakespeare a quel modo ha cancellato in un colpo la sua intera filmografia, la sua credibilità di regista e attore, probabilmente per garantirsi in cambio, come uno spregevole Giuda, di poter lavorare ancora nel prossimo futuro. Chiunque ami Shakespeare gliela deve giurare in eterno a Kenneth Branagh, ora piccolo uomo e inutile servile regista inglese.


Leave a Reply

Your email address will not be published.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: