La circolare INPS e l’aberrante superpotere dei centri antiviolenza

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LA FIONDA

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di Alessio Deluca – Settimana scorsa l’INPS pubblica la Circolare n.54, con oggetto “Sgravio contributivo per l’assunzione a tempo indeterminato da parte delle cooperative sociali di donne vittime di violenza di genere ai sensi della legge taldeitali…”. Molti tra i lettori e follower di queste pagine fanno un salto sulla sedia e ci segnalano l’iniziativa come qualcosa di aberrante. Il solito privilegio, si dice, la solita forzatura anticostituzionale, l’usuale “discriminazione positiva”. Sicuramente, diciamo noi, ma riteniamo che sia opportuno non limitarsi all’indignazione superficiale. Cerchiamo di capire assieme i motivi profondi per cui questa circolare e i suoi contenuti sono qualcosa di formidabilmente vergognoso.

Anzitutto sbarriamo la strada a prese di posizione meramente ideologiche e diciamo chiaramente che l’INPS di per sé non c’entra nulla. L’Istituto sta solo ottemperando ad alcune disposizioni di legge, dunque di fatto non ha alcuna responsabilità. Inoltre, sebbene molti abbiano numerose riserve sulla loro natura e funzionamento, nemmeno le cooperative sociali possono essere tirate in mezzo. Tra i loro scopi c’è (lo dice il nome) quello di favorire sul piano sociale i soggetti svantaggiati o in difficoltà. Che siano dunque oggetto di sgravi non deve indignare: ipotizzando che il loro lavoro sia trasparente, è giusto che se ne possano giovare. Idem dicasi per i beneficiari: una persona che sia stata vittima di violenza e perciò sia stata costretta a un percorso di uscita e di riappropriazione della propria vita, potrebbe trarre molto giovamento da un impiego a tempo indeterminato. Detto questo, però…


Chi e come riconosce la donna vittima di violenza di genere?


Giuliano Poletti

Però nella circolare INPS, così come nelle leggi cui fa riferimento, non si parla di persone, ma di donne, in particolare di donne vittime di violenza di genere. Nella perfetta logica della “scomparsa dei fatti”, di cui abbiamo parlato di recente a Radio Londra, si esclude a priori che possano esserci anche uomini vittime di violenza di genere. Il che, oltre che infondato, profila una palese incostituzionalità delle leggi che così stabiliscono (in particolare il Decreto del Ministero del Lavoro dell’11/05/2018, citato dalla circolare stessa, firmato dall’ex ministro Giuliano Poletti), in contrasto con l’Art.3 della nostra Carta Fondamentale. Non c’è nemmeno bisogno di evocare i tanti uomini gettati sul lastrico da separazioni predatorie, finiti alla Caritas o a fare i “barboni”. Restando sul punto si è già di fronte a una disposizione di legge orribilmente discriminatoria, inaccettabile dal punto di vista legale ed etico. Che però nell’Italia del femminismo dilagante è passata senza colpo ferire.

Ipotizziamo però per assurdo, come si fa talvolta in matematica, che non ci siano uomini vittime di violenza di genere, e che dunque la legge fotografi una realtà fattuale: solo le donne hanno diritto a godere di questo beneficio. Anche in questo caso ci si imbatte nel vero motivo di scandalo: chi certifica lo status di vittima di violenza di genere? Non è irrilevante perché esso comporta, in caso di assunzione, sgravi contributivi davvero importanti, ovvero minori entrate per le casse dello Stato, dell’INPS in particolare. Servirebbe dunque la massima cura e criteri ben definiti per individuare la “donna vittima di violenza di genere” cui concedere il beneficio. Di quei criteri non c’è traccia, né nel citato Decreto del Ministero del Lavoro, né tanto meno nella circolare dell’INPS. Dunque chi e come riconosce la donna vittima di violenza di genere?


L’innesco di logiche di scambio.


Ecco l’aberrazione, al punto 3 della circolare INPS: “L’incentivo in esame spetta per l’assunzione di donne vittime di violenza di genere, inserite in percorsi di protezione, debitamente certificati dai servizi sociali del comune di residenza o dai centri anti-violenza o dalle case rifugio di cui all’articolo 5-bis del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119″. La legge menzionata è quella retoricamente detta come “legge sul femminicidio”, una iattura che contiene un numero imprecisato di aberrazioni giuridiche e soprusi legalizzati. Tra di esse, il potere per servizi sociali e centri antiviolenza di certificare lo status di “vittima di violenza”. In assenza di indicazioni e criteri specifici, quella certificazione può essere fatta in modo del tutto arbitrario da soggetti spesso al centro di polemiche per la scarsa professionalità (i servizi sociali pubblici) e da mere associazioni, i centri antiviolenza, sottratte a ogni tipo di controllo.

Il legislatore ha lasciato evidentemente che la mano gli venisse guidata proprio dai potentati che si giovano oggi del potere di collocamento al lavoro di donne il cui status di vittima non dovrebbe essere certificato da nessuno se non da un magistrato giudicante, nel momento in cui condanna un o una eventuale carnefice. I benefici citati dovrebbero cioè essere riservati soltanto a persone (donne e uomini) cui una sentenza, anche solo di primo grado, attribuisce ufficialmente lo status di parte lesa. Nessun altro dovrebbe avere questo potere. Tanto meno soggetti informali come i centri antiviolenza: la totale assenza di controlli su di essi potrebbe infatti permettere l’innesco di logiche di scambio con le beneficiarie: “io ti segnalo per gli sgravi, magari ti faccio passare davanti a quell’altra donna davvero vittima di violenza, ma ad ogni stipendio ci fai una donazione, o ci fai un forfait complessivo in percentuale sulla totalità degli stipendi che prenderai”.


Un’attività arbitraria e discriminatoria.


soldiChi controlla che davvero non accada così? Nessuno: i centri antiviolenza sono intoccabili, è noto, e il loro status giuridico di associazioni li sottrae da qualunque controllo. Anche per questo, si sussurra da molte parti, richiedono e ottengono con grande disinvoltura contributi in contanti e in nero quali percentuali sui risarcimenti eventualmente ricevuti dalle loro clienti in fase giudiziale. Si dirà che la nostra posizione è ideologica, essendo radicalmente contro i centri antiviolenza e le discriminazioni sessiste come quelle sopra citate stabilite per legge. Può darsi, ma c’è anche una posizione da ordinari cittadini desiderosi di avere certezza che le norme non aprano la strada a truffe o danni all’erario e non distribuiscano potere a chi lo possa esercitare impropriamente. Un interesse che dovrebbe essere trasversale a qualunque cittadino, uomo o donna che sia.

Di fatto, oltre a confermarsi la necessità di arrivare quanto prima a un’abrogazione del Decreto-legge 14/08/2013 e ciò che ne è conseguito, siamo di fronte all’ennesima illegalità discriminatoria stabilita a norma di legge, passata nell’ordinamento senza colpo ferire grazie a un principio che rappresenta l’esecrabile nucleo della cultura femminista che oggi detta legge: “l’uomo è sempre carnefice, la donna è sempre vittima”. Se dunque ci sono motivi per indignarsi e mettere nel conto l’ennesima aberrazione, essi non sono legati all’iniziativa in sé di dare supporto a chi è in difficoltà, ma è l’immenso potere, conferito a soggetti privati e fuori da ogni controllo, di esercitare nel concreto un’attività arbitraria e discriminatoria che ha ricadute dirette sul bilancio dello Stato. In attesa dell’occasione di poter presentare quel conto a chi di dovere.


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