La “Commissione femminicidio” diffonde balle (e i media battono i tacchi)

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Sen. Valeria Valente

di Giorgio Russo. Circola da qualche giorno una relazione stesa dalla “Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Femminicidio” riguardante le violenze sulle donne e ovviamente i “femminicidi” durante la fase di lockdown. È davvero un testo tutto da leggere e da gustare, forse il capolavoro tra i moltissimi scritti e pubblicati negli ultimi mesi dall’ampia compagine di Rosa Nostra. Vi si trova dentro una quantità di mistificazioni talmente impressionante da suscitare la risata prima ancora che l’indignazione. E non può essere diversamente: la realtà è quella che è, ossia l’Italia è uno dei paesi più sicuri e rispettosi delle donne. Servono dunque sforzi disumani per darne una rappresentazione falsata abbastanza da giustificare l’esistenza di tutto il reticolato di interessi e potere, di cui la Commissione stessa è parte integrante. Il carrozzone guidato da Valeria Valente fa tutto il possibile per riuscirci, e più che una relazione istituzionale partorisce un manualetto di manipolazione statistica e comunicativa, orientata a recare un messaggio solo, molto chiaro e netto: la violenza è praticata solo ed esclusivamente dagli uomini italiani, che non si sono contenuti nemmeno durante il periodo della pandemia. La grande menzogna in tutto il suo splendore, insomma. Vediamo qualche dettaglio.

C’è il capitolo sui “reati spia”, ossia quelli che, si dice, sono in grado di annunciare un reato più grave, usualmente l’omicidio. I reati spia presi in considerazione sono la violenza sessuale, i maltrattamenti in famiglia e lo stalking. Quasi con rammarico la relazione non può che prendere atto che da gennaio a maggio 2020 tutti quei reati sono calati a picco, per l’ovvio effetto del lockdown. Per scovare la “magagna”, allora, si fa un paragone con i dati del 2019, riuscendo a dire che, nonostante la quarantena, anzi proprio a causa di essa, comunque i maltrattamenti in famiglia sono aumentati. Lo si riesce a dire giocando in modo volutamente confusionario con dati esposti un po’ in valore assoluto un po’ in percentuale. Si prenda questa frase: “Per quanto riguarda le violenze sessuali, la percentuale di vittime si attesta sempre oltre il 90 per cento, fino a raggiungere nelle ultime due settimane di marzo 2020, il picco del 100 per cento”. Ma che vuol dire? Il 90% di che? Mistero, confusione calcolatissima, un po’ per rendere difficoltoso lo smascheramento della menzogna, un po’ per poter dire in ogni caso che gli uomini sono riusciti a essere violenti anche durante la pandemia. Peccato che tutto il capitolo sui “reati spia” sia destituito di fondamento, in quanto basato totalmente sulle denunce presentate. Che, com’è noto a chi non è (o non fa) l’analfabeta giuridico, non significano nulla. Si tratta di innocenti che sono stati segnalati in quanto possibili autori di reati. Come queste denunce vadano a finire da dieci anni a questa parte l’abbiamo detto spesso: metà in archiviazione, il restante 35-40% in assoluzione, complice il cancro delle false denunce (che per la Commissione ovviamente non esistono). Per questa ragione, il capitolo sui reati spia andrebbe stralciato per manifesta infondatezza o irrilevanza.


Un modo come un altro per gonfiare il dato.


Grande maestria mostrano gli scribacchini al soldo della “Commissione femminicidio” quando affrontano il capitolo intitolato “La fuga dalla violenza”, ovvero le risultanze delle richieste d’aiuto durante il lockdown. Qui si rasenta il romanzo “Alice nel paese delle meraviglie”, dove risulta vero tutto e il contrario di tutto, tranne ciò che dovrebbe esserlo. La fonte dei dati sono nientemeno che il numero 1522, il coordinamento D.I.Re. e gli altri numeri di servizio forniti dai centri antiviolenza sul territorio. Tutti ampiamente interessati a dire che la violenza è dilagante (ne va della loro stessa sopravvivenza), dunque in pieno conflitto d’interessi. E infatti questo dicono, ma non tutti. Qualcuno afferma che le telefonate e le segnalazioni sono aumentate a dismisura, qualcuno invece no. Il report è costretto, per non farsi scoprire, a dar conto anche di questi ultimi, senza porsi nessuna domanda su una così grande diversificazione delle rilevazioni. Anche perché, altro colpo da maestro, spaccia come normale la versione lunare delle donne inizialmente messe ai ferri dagli aguzzini, quindi impossibilitate a chiamare o segnalare maltrattamenti, e poi improvvisamente liberate. Ciò a spiegare l’andamento irregolare dei dati provenienti dal territorio. A cui, lo ricordiamo, abbiamo contribuito anche noi, con un paio di contatti farlocchi al 1522, che però sono sicuramente finiti nei conteggi di cui parla la Commissione. Che avrebbe in realtà una fonte ben più istituzionale e corretta, perché disinteressata, a cui attingere: la app “YouPol” della Polizia di Stato, concepita apposta, con tanto di geolocalizzazione, per intervenire in casi di reale emergenza. Quella sarebbe una fonte interessante e molto vicina alla realtà. Proprio la Polizia ci aveva detto che avrebbe reso presto pubblici i dati sulle segnalazioni ricevute. Invece non è mai uscito nulla, e nella relazione della Commissione ci si limita a… descrivere la app e il suo funzionamento (!!!). Possibile che una Commissione Parlamentare non possa chiedere i dati delle segnalazioni ricevute sulla app al Ministero dell’Interno? La verità è semplice: certo che può. Anzi, ha già da tempo quei dati. Solo che, essendo oggettivi, reali e soprattutto minimali, non fa gioco diffonderli. E dunque anche questo capitolo può prendere tranquillamente la strada già presa da quello sui “reati spia”.

Il capolavoro assoluto però è, e non poteva essere diversamente, il capitolo sul “femminicidio”, ovvero su quel fenomeno inesistente nel nostro Codice Penale, che però dà il nome alla suddetta Commissione. Si deve dare la prova che la Commissione serve, e dunque che c’è un’emergenza assoluta ed è così che si sale sulla giostra della mistificazione. Prima però diamo i dati reali: i “femminicidi”, ipotizzando come accettabile la definizione della Polizia di Stato, sono sempre stati pochissimi. Durante il lockdown sono (ovviamente) calati a dismisura. Che fare allora per far apparire ciò che non è? Prima cosa: ampliare il concetto di “femminicidio”. Abbiamo sempre detto che si tratta di un concetto elastico, che si allunga o si accorcia a seconda delle convenienza. Ecco allora che il report della Commissione intende come tali non gli omicidi ispirati da senso di possesso frustrato (“o mia o di nessuno”), da gelosia o da mascolinità tossica, ossia il fu “delitto passionale”, che è poi l’accezione utilizzata da Polizia di Stato. No, furbescamente conta come tali gli omicidi commessi da fidanzati/mariti/conviventi o ex fidanzati/mariti/conviventi. Dunque il cuore della definizione, da sempre basata sul tipo di movente, viene spostato sul tipo di autore. A buon peso, per rincarare debitamente la dose, si aggiungono anche “altri che siano stati vicini alla vittima”, quindi anche zii, nonni, vicini di casa, amici, colleghi di lavoro. Praticamente tutti, restano fuori gli sconosciuti, che nei casi di omicidio sono sempre una minoranza risibile. Astuto. Ma disonesto. Già basandosi sul movente le falsificazioni erano all’ordine del giorno, come abbiamo dimostrato con costanza su queste pagine. Togliendo di mezzo il movente e mettendo al centro il tipo di autore, si ha la possibilità di gonfiare ancora di più il dato. Insomma è un gesto disperato quello della Commissione, per poter gridare all’emergenza.


Presto o tardi la verità verrà fuori.


Ma non basta ancora. Per assicurarsi che non arrivi troppo presto qualcuno a smascherare il trucco, di nuovo si usa la furbesca confusione tra dati in valore assoluto e dati in percentuale, con il paragone rispetto all’anno passato. Basta leggere ciò che è scritto nella relazione per capire che non ci si capisce un piffero. E che tutto è volutamente costruito a questo scopo. L’obiettivo è far sì che gli oppositori siano in difficoltà a smentire il tutto, ma anche sovrapporre il piano “omicidi di donne” e “femminicidio”. Quest’ultimo viene nominato poco, in realtà, quanto basta per confondere le idee e scambiare tutte le donne uccise per vittime di “femminicidio”, a prescindere dal sesso dell’autore o dal movente. Come il gioco delle tre carte fatto dai truffatori, così il documento della Commissione distrae il lettore mettendogli inizialmente davanti qualcosa (il tipo di autore di delitto invece del movente) che poi fa sparire nascondendolo in mezzo a un pastone dove l’autore del delitto non conta più, visto che si parla di “omicidi di donne” in termini generici. Che in quanto tali non si capisce perché dovrebbero essere più gravi degli omicidi di uomini, che peraltro rimangono infinitamente di più. Insomma, pur di poter dare motivo di allarmarsi e di rendere indispensabili centri antiviolenza e Commissioni varie, il documento mette in scena uno spettacolo pietoso, dove viene fatta a pezzi non solo la verità, ma anche la correttezza statistica e la caratura istituzionale di un documento che così diventa l’apoteosi della distopia e della bugia di Stato. Ben intesi: ci sono indubbiamente donne uccise da uomini per motivi passionali. Tragedie irreparabili e assurde che, fortunatamente, sono pochissime. Restiamo fanalino di coda al mondo per questi casi e c’è da andarne fieri. Solo che dirlo comporterebbe mandare Valeria Valente e la sua congrega a lavorare davvero, e non a trastullarsi inventando emergenze che non ci sono, arraffando soldi pubblici gettati a pioggia da ministeri e regioni.

Tutte cose che un giornalismo degno di essere chiamato tale dovrebbe rilevare. Alla lettura di quello scartafaccio immondo prodotto dalla “Commissione femminicidiio” un buon giornalista dovrebbe alzare il telefono, chiamare la Senatrice Valente e seppellirla di domande critiche, a cui certamente lei non saprebbe rispondere. Dopo di che dovrebbe uscire un articolo spietato, in grado di restituire all’opinione pubblica la verità delle cose. Invece i giornalisti italiani battono i tacchi, come soldatini obbedienti. Hanno tutti, chi più chi meno, aderito al fascio-sovietico “Manifesto di Venezia”, dunque non possono rischiare di venire richiamati dall’Ordine o di perdere il lavoro. Ecco allora che ti partoriscono aborti come quello de “La Repubblica”, che titola così: “Aumentano i femminicidi: 77% delle vittime uccise in famiglia, complice il lockdown”. Una bugia. Una falsità. Non la si può chiamare diversamente. L’autore Paolo G. Brera (una vecchia conoscenza la cui onestà intellettuale è già stata rilevata in passato da questo blog) andrebbe crocefisso nella sala mensa dell’Ordine dei Giornalisti per averla scritta, e insieme a lui gli altri che hanno ripreso la notizia negli stessi termini. L’incipit di Brera però è monumentale per sfacciataggine: “Non li ha fermati neppure il coronavirus. Gli uomini che odiano le donne, quelli che le uccidono dicendo magari che le amavano troppo”. Invece di smontare pezzo per pezzo la porcheria prodotta dalla “Commissione femminicidio”, insomma, lui e tutti gli altri ne riportano pedissequamente numeri (manipolati) e conclusioni infondate, probabilmente suggerite o copia-incollate da qualche comunicato stampa concordato all’interno della cupola rosa. Così va: i lettori di Repubblica e degli altri media mainstream continueranno a credere che in Italia le donne vengano uccise come mosche o maltrattate sistematicamente. Noi continueremo a dire che non è così, anzi è proprio il contrario. Presto o tardi la verità verrà fuori. E qualcuno pagherà per tutto il veleno sparso e il male fatto alle relazioni tra uomini e donne, il tutto per un pugno di soldi e il mantenimento del proprio scampolo di potere.


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