La nemesi di “Sex and the city”

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LA FIONDA

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di Redazione – Gran parte dei peggiori soggetti femminili in circolazione nell’intero mondo occidentale, fortunatamente una minoranza, sebbene molto dannosa, si è formata nella percezione di se stessa e nel suo ruolo sociale in anni di comunicazione pubblica dove la liquidità consumistica veniva di proposito spacciata come forma di emancipazione. Dal maschio anzitutto, ma anche dai figli e da ogni altro vincolo sociale. La realizzazione di se stesse era avere un lavoro, se possibile di alto livello ma non necessariamente, giusto per la sopravvivenza: al loro superfluo avrebbero comunque provveduto gli uomini. Che però andavano scollati, tenuti lontani, relegati nella figura del toyboytrombamico. Meglio anzi se declinato al plurale, perché emancipazione è anche scrollarsi di dosso cose antiquate e vincolanti come la monogamia e la fedeltà. Puah, che schifo…

Per anni, chi era donna e giovane una ventina d’anni fa ha dovuto ingoiare metamessaggi del genere, dove la significanza biografica era collegata strettamente a qualcosa che si spacciava come libertàindipendenza e che invece era mera licenza, ovvero quella forma di libertà che prescinde dagli altri, dall’ambiente circostante e dalle condizioni generali. Una forma di individualismo spinto alle estreme conseguenze, l’unico che, imposto come premessa, consentisse di far passare come significativo lo shopping compulsivo, la sregolatezza, l’abuso (di alcol o droghe), la promiscuità, la bizzarria. Tutto questo entrava nel sangue delle ragazze e ragazzine che si nutrivano di “Melrose Place”, “Beverly Hills 90210” e soprattutto del telefilm che più ha plasmato le mine vaganti dell’oggi: “Sex and the city”.


Adesso scorra. Scivoli via. Da sola.


Candace Bushnell

Ma che ne è delle protagoniste del telefilm, oggi? Non le attrici, proprio le protagoniste del plot. Non è difficile immaginarlo. Sono fisicamente sfatte, esteticamente tenute su dalla chirurgia, con relazioni sessuali sempre frequenti ma sempre meno soddisfacenti e con uomini di qualità sempre inferiore, mano a mano che il loro appeal decade. Hanno un gatto o un cane, talvolta nemmeno quelli. Non hanno più i genitori (e se li hanno sostanzialmente li ignorano o li odiano), non hanno figli perché hanno preferito “la carriera” (e se li hanno li trattano come incidente di percorso, salvo usarli per garantirsi il mantenimento dell’ex marito). Hanno al massimo qualche amico o amica con cui hanno relazioni stanche e poco significative. Vanno al lavoro, sì, ma ormai solo per abitudine: sono una zavorra per se stesse oltre che per l’azienda. Provvedono a darsi un senso partecipando a qualche comunità ideale, possibilmente estremista: quella femminista in primis, ma anche di caratura minore (vegani, animalisti, fricchettonisti simil-liceali e così via). In una parola sono sole e vuote. L’uniche cose piene che hanno sono la scarpiera e il guardaroba. Quante se ne incontrano così oggi? Tante, troppe, pur essendo una minoranza. E l’uomo che casca nelle loro grinfie e si azzarda a investirci qualcosa in termini affettivi è bello che fritto.

Come possiamo essere così tanto sicuri che sia così? Perché la miserrima condizione che abbiamo descritto è esattamente quella di Candace Bushnell, 60 anni, la creatrice proprio di “Sex and the city”. “Mi pento di aver preferito la carriera alla possibilità di avere dei figli e una famiglia”, dice in un’intervista. “Ora sono veramente sola”. Una sacrosanta nemesi per chi ha dettato a intere generazioni un modello di donna che si emancipa non solo evitando vincoli, ma addirittura disprezzandoli attraverso il disprezzo di se stessa. E a guardarsi intorno, rilevando ogni giorno un impressionante numero di donne prive di relazioni significative e per questo profondamente amareggiate e incattivite, ossia un vero capitale affettivo dissipato, non viene proprio da essere empatici e solidali con Mrs. Bushnell. Ha voluto liquefarsi suggerendo a intere generazioni di fare lo stesso? Bene, adesso scorra. Scivoli via. Da sola.


NO AI LOCALI GRATUITI ALLA CASA DELLA DONNA DI MILANO

(firma la petizione su change.org)

 


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