La task-force della Bonetti partorisce un “Mein Kampf”

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo. Quella voluta dal Ministro Elena Bonetti è stata una delle decine di task-force venute di moda nella seconda fase della pandemia. “Think-tank” spuntati come funghi tra istituzioni incapaci di gestire le emergenze e dunque del tutto inidonei a progettare una ripartenza. Ecco allora esperti ed espertoni pronti a stabilire non si sa bene cosa, visto che la sovranità di decidere starebbe al Parlamento. Consulenze, si dice. Consigli, suggerimenti, indicazioni “illuminate” su come affrontare il dopo-coronavirus. In alcuni casi, è stato chiaro da subito, si è trattato di consessi cui la politica sarà lesta nell’immediato futuro ad attribuire i propri fallimenti (le famose task-force capri espiatori); in altri casi si è trattato di cogliere l’occasione per riaffermare una visione della realtà che il coronavirus in buona parte aveva messo in crisi. A questa seconda categoria, le task-force di persuasione ideologica, appartiene quella denominata “Donne per un nuovo rinascimento”, voluto dalla Bonetti all’interno del Dipartimento Pari Opportunità.

Dopo settimane di duro lavoro, le dodici signore chiamate a riscrivere il futuro del paese nella declinazione in rosa, sotto la presidenza del Ministro Bonetti stesso, hanno partorito un documento di 27 paginette, buona parte delle quali occupate da grafiche e grafici riportanti statistiche altrui (in genere ISTAT). Un po’ pochino per menti così illuminate e nell’ottica di ridisegnare il profilo del paese declinandolo in rosa, ma vabbé: pare fossero tutte volontarie, cioè pare non abbiano ricevuto un euro di compenso, quindi non si può pretendere di più. Anche perché, al di là dell’estrema sintesi, il contenuto del documento è quanto mai significativo. Nel momento in cui, a seguito della pandemia, ci si è ritrovati con una strage di uomini (e molte meno morti femminili) e una sostanziale crisi delle donne nel gestire la vita durante la fase di restrizione, come certificato dalla CGIL, il Ministero fa proprio un documento che per contenuti può tranquillamente essere equiparato al “Mein Kampf” di Adolf Hitler. Questi, nel suo libro, si dilungava a spiegare perché i tedeschi avrebbero dovuto liberarsi degli ebrei e in che modo. La task-force della Bonetti fa la stessa cosa, ma con meno giri di parole e sostituendo l’Italia alla Germania, le donne ai tedeschi e gli uomini agli ebrei.


È questa “parità” o criminalizzazione calcolata?


La nostra chiave di lettura è esagerata? Bene, invitiamo tutti a leggere il documento partorito dalla task-force bonettiana, però nella versione scaricabile qui, dove abbiamo evidenziato in giallo i passaggi attribuendo ad ogni evidenziatura un commento (i commenti sono visibili solo se si usa un reader PDF aggiornato, N.d.R.). Qui ci limiteremo a qualche nota di massima, a giustificazione della nostra chiave di lettura di una relazione che appare scioccante come uno schiaffo, fin dalle prime righe dell’introduzione del Ministro. “Le conseguenze dell’epidemia sul piano economico e sociale hanno aggravato le diseguaglianze esistenti tra uomini e donne anche in quei Paesi occidentali, come l’Italia, in cui si lavora costantemente per la piena parità tra donne e uomini, ben sapendo che l’obiettivo è ancora lontano“. Questo è l’incipit del suo intervento, che distilla in una frase tutta la tipica e grande menzogna del femminismo: si parla di disuguaglianze tra uomini e donne, ci si dichiara mobilitati per la piena parità e si declama che tale parità è di là da venire. Questa è la copertura, l’alibi, la maschera usata normalmente dal femminismo per coprire il proprio reale obiettivo: la liberazione delle donne dalla componente maschile, la nientificazione dell’uomo. Perché se l’obiettivo fosse davvero la parità, allora alle iniziative per promuovere le donne negli ambiti dove predominano gli uomini dovrebbero corrispondere uguali iniziative per promuovere gli uomini laddove predominano le donne. Cosa che naturalmente non accade, non è mai accaduta nella storia del femminismo e tanto meno viene auspicata dal documento ministeriale. Non c’è alcun interesse alla parità. L’obiettivo e scacciare, opprimere, eliminare gli uomini per sostituirli con le donne. Non è forse questo un nuovo “Mein Kampf”?

Negli otto capitoli, introduzione inclusa, in cui è suddiviso il documento della task-force questo obiettivo viene declinato nei modi più diversi. Si va dagli schiaffi e dall’umiliazione al personale medico e paramedico di sesso maschile (“quando parliamo di eroi, parliamo in realtà di eroine“, autocertifica la Bonetti nell’introduzione), buona parte del quale caduto durante la battaglia al covid-19 proprio in quanto uomo, all’auspicio che nelle professioni si possa portare una quota maggiore del “modo tipicamente femminile di lavorare”. Cioè? Più preparazione, professionalità, efficienza, puntualità, precisione, creatività, coraggio, spirito di sperimentazione? No, affatto: portando “più umanità”. Che è forse ciò che serve meno in gran parte dei settori produttivi o di ricerca scientifica. Eppure per la Bonetti è qualcosa di irrinunciabile, nell’ottica di eliminare le discriminazioni e gli stereotipi, ossia nell’ottica di un’asserita parità. È ovvio che si riferisca solo a quelli che, se mai ci sono, colpiscono le donne. La sua parità è questa, una parità impari, un equilibrio squilibrato, una bilancia sbilanciata. Ma, lo ripetiamo per chiarezza, non è un inciampo del pensiero, il suo. Si tratta di qualcosa di calcolato e consolidato nel femminismo: far passare per parità quella che è mera eliminazione del maschio. Dubbi in proposito? Alla fine della sua introduzione il ministro specifica che la task-force non si occuperà della violenza maschile contro le donne perché c’è già un programma nazionale dedicato. Non alla violenza intergenere, magari comprensiva delle relazioni omosessuali. No, solo di una di quelle esistenti: quella maschile. È questa “parità” o criminalizzazione calcolata?


Sullo sfondo si staglia il ghigno angosciante di Joseph Goebbels.


legge codice rossoBasta leggere il prosieguo del documento per rendersene conto. Non lo ripercorreremo riga per riga qui, sarebbe troppo lungo. Di nuovo rimandiamo al documento in PDF con i nostri commenti. Ci limiteremo a segnalare che il giochetto della “parità” che nasconde “l’esclusione” maschile è disseminato dappertutto, intervallato da chiacchiere altisonanti e di principio che non hanno alcun significato reale, sebbene il documento si presenti come denso di proposte già cantierabili. Uno degli elementi più gravi, considerando che si tratta di un documento ministeriale, è l’acquisizione come cosa vera del gender pay gap, la famosa bufala del divario salariale di genere. Fuffa smentita ormai da anni, buona solo per la propaganda di regime. Normale che la si legga su “Alley-Oop” del Sole 24 Ore o su altri quotidiani del mainstream, quindi. Ma fa molta impressione leggerla anche in un documento istituzionale. Per il resto, i problemi segnalati si riducono alla dicotomia lavoro-gravidanza, al fatto che poche donne scelgono percorsi di studio e professionali legati alle discipline scientifiche (STEM) e che in genere in famiglia quella che si sacrifica di più, quella che soffre di più, la più discriminata e oppressa è sempre lei: la donna. Si tratta di problemi creati da politiche prive di senso, lontane anni luce dalle realtà familiari moderne? O da un impianto culturale troppo arretrato delle élite politiche rispetto al vissuto delle persone? Figuriamoci. La colpa è degli uomini e della cultura “patriarcale” che impongono. Non lo si dice in modo esplicito (almeno un po’ di pudore in questo l’hanno avuto), ma lo si legge chiaramente tra le righe.

Le soluzioni proposte a questi problemi sono le solite due: indottrinamento e discriminazioni “positive”. Si vanta, il documento, del gran numero di CdA sciolti perché non rispettavano le percentuali di genere. Una volta i posti di responsabilità si ottenevano solo avendo la tessera del Partito Nazionale Fascista, oggi essendo donne. E chi non obbedisce, viene sciolto, se si tratta di organismi pubblici. Per quelli privati si pensano a incentivi o vie riservate: il concetto di “quota rosa” viene declinato in tutte le sue devastanti possibilità e applicato un po’ ovunque, dall’ambito produttivo a quello scientifico e di ricerca o scolastico. Ovunque possibile, questa è la soluzione un po’ per tutto, via gli uomini e dentro le donne, per il solo fatto di essere donne. Da ottenersi per legge o tramite incentivi, ma questo è: via gli uomini e con umiliazione. Chi tra di loro si è fatto un mazzo così per raggiungere la posizione X, deve sapere che i suoi sforzi valgono zero nel momento in cui c’è chi può raggiungerli senza fare nulla, solo per diritto acquisito. Non è nemmeno più un fatto di merito, è proprio volontà di umiliare. Come quando quelli là rapavano a zero e tatuavano numeri sulle braccia degli internati. E quando ciò non basta, serve l’indottrinamento: parola nascosta da vari eufemismi (persuadere, incentivare, spingere, induurre…), ma da applicarsi ad ogni livello, a partire dalla scuola. Fin da quando è possibile, occorre convincere le donne a soperchiare gli uomini e questi ultimi a sentirsi in colpa e a “stare puniti”. Poco importa che per natura le prime, ad esempio, siano pochissimo portate per le STEM e i primi sì. La natura va forzata con la persuasione più tentacolare. E sullo sfondo si staglia il ghigno angosciante di Joseph Goebbels.


Un’era di oscurità.


Le politiche per la famiglia meritano un commento a parte. In nessun punto, ripetiamo nessun punto, del documento si profila la possibilità che la componente maschile possa essere messa in condizione di dare un apporto fattivo nell’ambito della gestione familiare e domestica. L’uomo è un peso, con la sua mania e smania di lavorare e far carriera, dunque è assente e lascia tutto sulle spalle della donna, che deve lavorare e pensare alla casa. Manco fossimo nel 1920. Il bello è che il risultato sarebbe lì, a portata di mano: una riorganizzazione dei tempi di lavoro tale da permettere agli uomini di dare il loro apporto. Una ricerca della CGIL ha dimostrato, ad esempio, quanto lo smart-working sia stato gradito dagli uomini, proprio perché dava loro maggiore possibilità di stare coi figli e occuparsi della famiglia. Invece no: secondo la task-force anche questo è stato un privilegio per i maschi. In ogni caso non è a loro che bisogna guardare per risolvere la situazione di difficoltà delle famiglie. La soluzione sono i servizi pubblici: asili, scuole, centri estivi, dove accogliere i piccoli e i piccolissimi. Un auspicio che fa tremare le vene ai polsi considerando da chi proviene: un’amministrazione che fa capo a un orientamento politico (la sinistra) con fin troppi legami non chiariti con eventi orribili quali il Forteto o la Val D’Enza. “Bambini” è l’unica parola che questi dovrebbero evitare di pronunciare, eppure si sprecano nel documento richiami al potenziamento di strutture dove lo Stato possa prendersi cura dei figli altrui, magari (ma questo il documento non lo dice, lo temiamo noi) affidando le strutture al CISMAI o a qualche organizzazione di transessuali pronti a salire in cattedra per insegnare ai nostri figli cosa siano l’amore, il sesso e la tolleranza.

L’abbiamo scritto nei commenti al documento: anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Così accade anche per il “Mein Kampf” della task-force bonettiana. Verso la fine del capitolo dedicato al lavoro si dice: “Riformare la normativa che regola i congedi parentali, favorendo la corresponsabilità tra uomini e donne nella cura familiare. Rafforzare ed estendere la durata dei congedi di paternità”. Ben svegliati, verrebbe da dire. Questo è l’unico punto in tutto il documento in cui si faccia riferimento a una forma vera di parità e corresponsabilità. Vero è che lo si fa solo nell’ottica di permettere alle donne di far carriera e raggiungere l’anelato obiettivo di prendere il posto degli uomini, ma a noi pare che in questo caso il movente sia irrilevante. Perché un’iniziativa del genere incontrerebbe il favore di un’amplissima platea di genitori maschi, che non vedono l’ora di lavorare meno per potersi occupare dei figli e tornare dunque a fare i padri. Oggi il neo-papà ha due settimane di congedo, la mamma ha svariati mesi. Una vergogna, un’umiliazione. Le durate dovrebbero essere molto più estese, perfettamente parificate e magari pure obbligatorie per legge, fin dalla nascita del figlio. In quella direzione sembra andare quell’unico punto equo e giusto del documento ministeriale. Ma è palesemente un contentino: parificare i genitori alla nascita porterebbe alla necessità di parificarli davvero anche qualora questi si separino. E ciò, com’è noto, non avverrà mai per iniziativa femminista. L’obiettivo, che emerge bene da questo novello “Mein Kampf” ministeriale, è dunque quello di eliminare, rendere inutile e nientificare l’uomo, in tutti i suoi aspetti. Tra di essi c’è da tempo e non può non esserci ancora, forse tra i principali, l’annullamento del ruolo maschile-paterno. La domanda a questo punto è: quest’era di oscurità, discriminazioni e ingiustizia che con faccia tosta hanno chiamato “un nuovo rinascimento”, gliela lasceremo fare o no?


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