La vicenda Piredda-Pitzalis non è ancora all’epilogo

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Giuseppe Piredda e Roberta Mamusa

[ATTENZIONE: questo articolo contiene fotografie che potrebbero urtare la sensibilità di qualcuno]

di Redazione. Si è tenuta oggi a Cagliari la conferenza stampa indetta dai signori Piredda e Mamusa, genitori di Manuel Piredda, morto in circostanze tragiche, nell’ambito di una vicenda molto nota a livello nazionale. La sopravvissuta, Valentina Pitzalis, che ha riportato gravissimi danni fisici, col tempo è assurta a simbolo delle donne vittime della violenza maschile, e questo ha aiutato molto a dare un risalto molto ampio all’intera storia. All’interno della quale però, secondo i genitori del giovane, qualcosa non torna. Non hanno accettato che, dopo essere morto, il figlio venisse ricordato come un mancato “femminicida”, per di più maldestro. Soprattutto non ritenevano e non ritengono Manuel capace di ciò che gli viene attribuito. Anzi ritengono che sia stato lui la vittima. Da lì la battaglia per far riaprire le indagini, un lungo percorso che qui non ricorderemo (il web trabocca di articoli sulla vicenda), limitandoci agli ultimi fatti: la Procura di Cagliari, investita del compito, alla luce di alcuni rilievi peritali, mette sotto indagine Valentina Pitzalis. Terminate le indagini, un mese fa il Procuratore Aggiunto Gilberto Ganassi chiede l’archiviazione del caso.

Oggi la famiglia Piredda-Mamusa ha annunciato che si opporrà all’archiviazione, richiamandosi proprio alle motivazioni in essa contenute: “Gli esiti peritali degli accertamenti disposti dal giudice per le indagini preliminari hanno stabilito che Manuel è deceduto per asfissia prima che il suo cadavere fosse raggiunto dall’incendio sviluppatosi nell’andito”, scrivono nel comunicato stampa, e che “le ustioni riportate da Valentina Pitzalis non siano compatibili con la dinamica da lei riferita”. In sostanza il Pubblico Ministero pare ammettere che Manuel sia deceduto per asfissia, ma non per i fumi dell’incendio. I suoi polmoni non ne avevano traccia, dunque il ragazzo era già cadavere quando è stato raggiunto dalle fiamme. Il dilemma è cosa possa aver causato l’asfissia prima dell’incendio. Tutto questo fa dire ai genitori del ragazzo che Manuel è stato ucciso e poi il suo cadavere sia stato bruciato nel tentativo di nascondere le prove. Il sottinteso è che a commettere il tutto sia stata Valentina Pitzalis la quale, incapace di contenere l’incendio, ne sia poi rimasta coinvolta. Un’ipotesi che però non sembra sia bastata per convincere i magistrati a proseguire nell’azione penale e da qui nasce la richiesta di archiviazione.


“Sono i capelli di chi lo ha ucciso”.


Per opporsi alla quale, però, la famiglia Piredda-Mamusa fornisce alcune foto autoptiche dove il pool che affianca la famiglia ha notato qualcosa che pare essere sfuggito agli inquirenti: alcuni capelli nella mano sinistra, rimasta protetta dall’incendio, stretti tra pollice e indice, le dita della “presa”.

Se le cose in quella casa sono andate come riportato, in verità in modo non sempre coerente, da Valentina Pitzalis, quei capelli non dovrebbero esserci. Nessuna colluttazione tra i due, nessun contatto fisico, ha sempre detto Pitzalis: ma allora quei capelli di chi sono? Perché Manuel li ha sulle mani? A ciò si aggiunge, dice il comunicato stampa, che Manuel è stato ritrovato con una sciarpa attorno al collo. “Manuel è quindi morto per asfissia meccanica con mezzi soffici, così come ha spiegato il nostro medico legale professor Vittorio Fineschi, luminare di fama mondiale”, dicono i suoi genitori. Che a questo punto, come richiede la procedura, si oppongono all’archiviazione proponendo nuovi elementi d’indagine: occorre esumare il corpo di Manuel, verificare che quei capelli ci siano davvero e di chi siano, “perché sono i capelli di chi lo ha ucciso”, concludono nel comunicato stampa.

Le foto diffuse dalla famiglia in effetti parlano chiaro e, com’è comprensibile da parte di due genitori increduli e addolorati, a questo punto si vogliono esperire tutti i tentativi consentiti per vedere i dubbi fugati o confermati. La legge lo consente, è giusto che ci provino. E chi si è sempre professata innocente, ossia Valentina Pitzalis, dovrebbe essere felice di questa iniziativa, se sa di non avere nulla da temere. Il problema è che, essendo diventata un simbolo e in buona parte anche uno strumento di marketing, è circondata da cattive consigliere e da tutto il malanimo tipico di chi campa anche o esclusivamente con l’industria dell’antiviolenza. A fronte del normale esercizio dei propri diritti da parte dei genitori di Manuel, si è infatti messa subito in moto la ben nota macchina del fango, che tra influencer, loro profili fake e follower autentici, dopo aver fatto di tutto per mettere sotto la pressione mediatica i giudici, ha subito organizzato un assalto con post derisori, volgari e aggressivi verso i genitori di Manuel e di chi li aiuta. Vero è che la vicenda ha creato due “partiti” che si odiano (macabra ironia) a morte. Vero è anche che non di rado dal lato che sostiene l’innocenza di Manuel ci sono state intemperanze molto sbagliate. Ma è vero anche che i genitori di Manuel non ambiscono certo ad aumentare la propria popolarità o a ricevere più like follower: sono semplicemente alla ricerca della verità all’interno di un sistema che esige prove inconfutabili prima di dichiarare innocente un uomo e colpevole una donna (prove che, a sessi invertiti, spesso sono un optional). Dall’altro lato c’è chi invece della popolarità ha fatto un mestiere, con tutto il proprio codazzo di odiatori e bulli dediti alle loro “campagne contro odio e bullismo” (come si diceva stamane), e che come tale non si fa remore a ballare il proprio cinico e macabro balletto pubblico su un uomo morto, una donna deturpata e resa disabile, e su una famiglia che cerca soltanto, a norma di legge, di trovare pace per sé e per il proprio figlio.

[N.d.R.: le foto autoptiche sono state pubblicate previo permesso della Fam. Piredda-Mamusa]


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