Le capriole logiche di Antonio Polito

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Antonio Polito
Antonio Polito

di Fabio Nestola – Polito, Polito, che mi combini… Nella smania di prendere posizione contro la mancata rappresentanza femminile nella tascfors, si erge a rappresentante dell’intera cittadinanza. “Tutti gridiamo scandalizzati che non ci sono le donne”. Tutti chi? Spero sia ancora legittimo avere una propria opinione, anche se non allineata al mainstream. Io ad esempio ho una posizione diversa rispetto all’ossessione delle quote rosa, e come me diverse altre persone, donne e uomini. Non per questo ho la presunzione di delirare “siamo tutti contro la strumentalizzazione del vittimismo di genere”.

Devo toccare un tasto sensibile. Il problema nasce quando il criterio capacità passa in secondo ordine, prevale l’appartenenza alla doppia X. C’è bisogno di un aiutino, una spintarella legalizzata, una raccomandazione prevista per decreto? Corsie preferenziali per una categoria protetta… mi chiedo: non suona offensivo? O meglio, mi chiedo se per caso dietro la facciata progressista si nasconda un intento squalificante, ghettizzante,  addirittura umiliante. Sono un accanito sostenitore della competenza femminile in quanto competenza, non in quanto femminile.


Mi piacciono le persone competenti, poi chissenefrega del genere!


Voglio essere libero di salire in aereo e vedere un pilota donna. Voglio essere libero di affidarle la mia sicurezza senza remore. Voglio essere sicuro della sua competenza, senza dovermi chiedere “ma questa sta qui perché è brava, o perché è entrata grazie alle quote rosa? Prima di lei c’erano mezza dozzina di piloti XY migliori, ma nella Compagnia le quote azzurre erano esaurite?”. Questo dubbio non deve nemmeno sfiorarmi, rivendico il diritto di pensare che occupi quel posto perché rappresenta l’eccellenza e basta. Non solo voglio, ma devo essere sicuro che sia il top, da lei dipende se arrivo a destinazione o mi schianto prima.

Allo stesso modo, voglio essere libero di entrare in sala operatoria con un chirurgo donna. Voglio essere libero di affidare a lei la mia vita senza masturbazioni mentali. Voglio essere sicuro della sua assoluta competenza, senza dovermi chiedere “ma questa sta qui perché è brava, o perché ha rivendicato le quote rosa? Non solo voglio, ma devo essere sicuro che rappresenti l’eccellenza, da lei dipende se mi sveglio o no dall’anestesia. Mi piacciono le persone competenti, poi chissenefrega dei titoli, dei curricula, delle opinioni, soprattutto del genere.  Biagi e Bocca – giusto per citarne due di scuola opposta – alla penna davano del tu pur senza avere titoli altisonanti. Hanno lasciato tracce nella storia del giornalismo che molti plurilaureati di oggi nemmeno possono sognare.


Non è vero che la pensiamo tutti come Polito.


Sai fare bene il tuo lavoro? Ok, fallo, poco importa se non hai tre master e il dottorato di ricerca, se leggi la Bibbia o il Corano o nessuno dei due, se ti radi il viso o metti il rossetto. Magistrati, sindacalisti, avvocati, giornalisti, docenti universitari, parlamentari ed esperti governativi dovrebbero garantire l’eccellenza, l’incarico comporta competenza  e dedizione a prescindere dal cocktail di cromosomi di chi lo ricopre. Ho sempre diffidato delle quote in genere, non solo rosa. I dirigenti RAI nominati in quota-partito ne sono la prova: siamo certi che abbiano sempre rappresentato il meglio? E i dirigenti delle partecipate statali? E tanti altri settori che pur non richiedendo quote di genere richiedono quote di potere? L’Italietta forse sarebbe meno Italietta senza quote. Rosa o azzurre non fa differenza.

Quindi la teoria vittimistica secondo la quale dalla task force una donna eccellente verrebbe esclusa  inquantodonna non mi convince affatto. Non è vero che la pensiamo tutti come Polito, se ne faccia una ragione. Poi il nostro eroe scivola di brutto avventurandosi nel terreno sdrucciolevole della giurisprudenza: cita un esempio per il quale ne esistono diverse migliaia di senso diametralmente opposto. È lecito chiedersi che dimestichezza abbia con il Diritto di Famiglia. Con la casistica reale voglio dire, chi se ne occupa da decenni sa che si discosta parecchio dalla teoria dell’impianto normativo.


Ricordiamoci che c’è anche un padre.


La casistica più frequente, da 40 anni, è quella che riguarda genitori che vogliono occuparsi dei figli ma si scontrano con gli affidatari (o collocatari, non cambia nulla) che costruiscono barricate di ogni tipo per relegarli ai margini, per ostacolarli anche oltre il limite della legittimità. Polito ha mai conosciuto genitori che sono costretti a lunghe, umilianti e costose dispute giudiziarie per farsi riconoscere un pernottamento in più con i figli? Ha mai visto padri elemosinare un pomeriggio in più, un’ora in più, una telefonata in più? Ha mai letto gli atti di guerre feroci per far rientrare bambine e bambini sottratti e portati illecitamente all’estero? Ha mai visto le assoluzioni di genitori falsamente accusati di azioni turpi, compresi abusi sessuali sui minori, al solo scopo di allontanarli dai figli?

Non sono fenomeni di nicchia, sono decine e decine di migliaia; se volesse avventurarsi a scrivere di questi casi ne avrebbe fino alla fine della carriera. Invece Polito usa un esempio virtuoso, per carità, ma assolutamente anomalo. La tipologia “devi occuparti maggiormente di tuo figlio” è talmente minoritaria da risultare ininfluente dal punto di vista statistico. Lo inviterei a consultare qualsiasi associazione forense, gli confermeranno che le guerre più diffuse – e più aspre – sono per contendersi i figli, non per il contrario. E veniamo all’analisi del suo story-telling. È impossibile non  notare come le istanze della signora di allargamento delle frequentazioni padre-figli arrivino quando cambiano le proprie esigenze lavorative. L’improvvisa pulsione verso un maggiore coinvolgimento paterno non nasce dalla consapevolezza che sia un diritto della prole, ma dalla difficoltà materna di occuparsene come prima. Il principio non è poi così nobile, mi sembra evidente. Tradotto: visto che la babysitter non è più disponibile serve un’alternativa che oltretutto è gratis: ricordiamoci che c’è anche un padre, utilizziamo lui.


Basta chiedere per avere la garanzia di ottenere.


Il buon Polito prova ad etichettare il tutto come una discriminazione femminile per favorire un privilegio maschile: “Le scelte di lavoro del padre non sono in discussione”. Non conosco nei dettagli la vicenda, ma dall’articolo non sembra che il padre abbia “scelto” in un secondo tempo di lavorare fuori città, la sua situazione abitativa e lavorativa non è cambiata rispetto a quanto stabilito dal tribunale. Inoltre non si tratta mai di una scelta indolore, sarebbe il caso che Polito si informasse almeno un po’, tutti gli oneri di accompagnamento dei figli sono a carico del genitore non collocatario. Chilometri, tempi, costi.

Ancora: “alla donna è stato detto, esplicitamente o implicitamente, di scegliere tra la carriera e i figli. Mentre gli uomini possono avere entrambi per diritto naturale”. Eh no, questo è vittimismo ad oltranza. Vittimismo cieco, becero ed ignorante, profondamente ignorante. Senza offesa, ignorante inteso nel senso squisitamente etimologico del termine: colui che ignora. E Polito dimostra di ignorare parecchio sulla casistica delle separazioni. Ma dove vive, a Gardaland? Se volesse informarsi potrei mostrargli diversi metri cubi di sentenze nelle quali gli uomini non ottengono affatto ciò che vogliono, come dice lui. Tutti sanno che per i padri in tribunale la strada è sempre in discesa: basta chiedere per avere la garanzia di ottenere, schiere di giudici non aspettano altro che accogliere acriticamente qualsiasi istanza maschile. Ma per favore…


La condivisione dei compiti genitoriali è già prevista dal nostro ordinamento, dal 2006.


Un minimo di onestà intellettuale dovrebbe farci considerare che quello attuale è un periodo sicuramente particolare ma limitato nel tempo, una emergenza che prima o poi dovrà risolversi. Le scuole non rimarranno chiuse per sempre, le attività extrascolastiche non saranno vietate per sempre, le babysitter non saranno indisponibili per sempre. Quindi non è corretto insinuare che alla signora sarebbe stato imposto di rinunciare alla carriera per fare la mamma a tempo pieno; come non è corretto affermare che gli uomini (n.b. – non “quell’uomo” ma tutti gli uomini) non devono rinunciare a nulla “per diritto naturale”. Tattica femminista d.o.c.: una donna – una – lamenta un’ingiustizia, ed ecco che la Grande Colpa di Genere ricade sull’intera popolazione maschile. Il tribunale ha stabilito delle regole ed un tizio non fa altro che rispettarle,  ed ecco che irrompono patriarcato, oppressione maschilista e prevaricazione di genere.

Da ultimo, la notizia per la quale è nato l’intero articolo di Polito: la protagonista elabora un proposta di legge e la presenta al Ministro Bonetti ; “prevede che in tempo di Covid si possa ottenere dal giudice entro 15 giorni dal ricorso la divisione fifty-fifty della cura dei figli, dove le condizioni lo consentano ovviamente: metà mese ciascuno, fino a emergenza conclusa”. Polito, Polito… Ma come si può non cogliere la contraddizione? La condivisione dei compiti genitoriali è già prevista dal nostro ordinamento, dal 2006. Una ripartizione dei tempi e dei compiti di cura, nella misura che possa garantire alla prole un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori già c’è. Almeno sulla carta, ma c’è. Poi la realtà dei fatti e la corposa giurisprudenza che se ne è sviluppata raccontano che alcuni  genitori, sempre gli stessi, lottano con accanimento per mantenere una posizione prevalente rispetto all’altro.


Il padre quindi può esistere nella misura in cui deve alleviare i fastidi della ex.


I motivi? Per principio, o per punire l’altro, o per soddisfare il proprio ego, o per lo status sociale, o per i vantaggi accessori che essere genitore prevalente comporta… o per tutti questi motivi insieme. E lo fanno col beneplacito dell’intero sistema giudiziario, che continua ad essere ancorato al vecchio modello monogenitoriale, assegnando ruoli prevalenti ad una certa categoria di genitori e ruoli marginali ad un’altra categoria. Qualcuno spieghi a Polito, sentenze alla mano, quali sono queste categorie. Un genitore è considerato “migliore” di default, deve avere un ruolo centrale nella gestione della prole; da contrapporre al ruolo periferico nel quale viene sistematicamente relegato l’altro. Da notare che le rivendicazioni del ruolo prevalente, le pretese di maggiori tempi rispetto all’altro nella gestione dei figli, arrivano proprio da quella categoria di genitori che Polito si affanna a definire penalizzati perché sarebbero costretti ad avere i figli per più tempo. Una capriola logica.

Ultima osservazione sui tempi della proposta. Ripartizione fifty-fifty valida “in tempo di Covid” dice Polito, dopodiché cosa accade? Oggi la ripartizione dei tempi è squilibrata, anche dopo l’affido condiviso, nonostante l’affido condiviso. Una corposa compartecipazione paterna, prevista dalla legge ma sistematicamente aggirata, potrebbe tornare durante l’emergenza sanitaria. Una deroga temporanea insomma, in via del tutto eccezionale. Quindi il diritto dei figli alla bigenitorialità viene sistematicamente violato, tuttavia può essere ripristinato “in tempo di Covid” ma, si badi bene, non come diritto della prole bensì come soddisfazione delle esigenze materne; il padre quindi può esistere nella misura in cui deve alleviare i fastidi della ex. Magari la tendenza all’equiparazione sopravvivesse alla pandemia, è il sogno di milioni di persone. Invece sembra che, finita l’emergenza, si debba tornare in fretta ai ruoli stereotipati di genitore prevalente e genitore marginale. Il fifty-fifty della genialata descritta nell’articolo regredisce alla “normalità” della casistica mortificante eighty-twenty. Ditelo a Polito.


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