Le discriminazioni “positive” della Regione Lazio

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

Le sue tematiche sono ora sviluppate da una nuova piattaforma:

LA FIONDA

https://www.lafionda.com

disoccupazioneCome ogni fenomeno socio-economico, la disoccupazione è un problema che va studiato a fondo per poter elaborare soluzioni efficaci. E non ci si può fermare soltanto ai numeri e alle statistiche. Capire da cosa derivi il livello di disoccupazione, aggregato o disaggregato nelle sue varie componenti, significa spingersi ben oltre lo studio del mondo del lavoro e delle imprese. Significa anzitutto ampliare la visuale facendo uno screening dettagliato delle offerte formative, della loro numerosità e qualità, ivi inclusa l’attività di ricerca. Significa anche fare ogni sforzo per capire sul piano culturale qual è la percezione che dell’impiego, dipendente o indipendente che sia, hanno le varie componenti della società.

Insomma è un’attività complessa, ma che uno Stato serio dovrebbe impegnarsi a fare, se davvero vuole operare per il benessere collettivo, perseguito attraverso la piena realizzazione dei singoli. Purtroppo la serietà del nostro Stato è ben rappresentata dai politici di ogni livello e dai media che li supportano. Ecco allora che quando si parla di disoccupazione tra le varie rilevazioni salta sempre fuori quella che distingue per sesso: sono di più gli uomini occupati sul totale rispetto alle donne con un impiego. Orrore! Patriarcato! Maschilismo del mercato! Occorre correre ai ripari e garantire alle donne più occasioni d’impiego per “pareggiare” il dato maschile. Ma come fare? Con le “discriminazioni positive”, ovviamente.


Un po’ come dire “la merda profumata”.


Le parole sono importanti. La discriminazione raramente è buona cosa, ma vuoi mettere come suona bene se ci piazzi vicino “positive”. Un po’ come dire “la merda profumata” o “la gioiosa sofferenza”, diventa tutta un’altra cosa! Ecco allora che si concepiscono iniziative come quella più recente della Regione Lazio chiamata “Innovazione sostantivo femminile“. Un bel milioncino di euro destinato a sostenere l’apertura di nuove imprese, anche individuali, purché abbiano un carattere di innovatività e possibilmente utilizzino o abbiano a supporto qualcosa di riconducibile all’information technology. E fin qui tutto bene, se non fosse che si aggiunge un requisito essenziale: le agevolazioni sono riservate alle sole “imprese femminili”.

Non che le imprese abbiano un sesso (o forse sì? Devo controllare se c’è una sigla apposita nell’acronimo LGBTeccetera): devono averlo le titolari, che devono essere appunto femmine. Sennò non è possibile accedere nemmeno a un centesimo di quel milione di euro che Zingaretti mette a disposizione per aprire aziende o attività professionali che propongano soluzioni tecnologiche avanzate, si occupino di automazione, robotica o fabbricazione digitale. Tutti settori che, basta dare un’occhiata agli iscritti e laureati nelle università che si occupano di questi settori avanzatissimi, contano una presenza femminile che si aggira attorno all’1-2%.


Favorire pochissime o nessuna, sfavorire i tantissimi competenti.


Questo significa che la montagna di uomini competenti nella materia tecnologica, chi lo sa, magari pure dei geni del settore, verranno tagliati fuori, a meno che non aprano l’azienda intestandola alla zia o alla mamma. Ma a parte gli escamotage, costoro non riceveranno alcun aiuto dalla Regione Lazio per dare impulso alla produttività e alla meravigliosa inventiva italiana. E questo avverrà perché, per interesse politico e mediatico, la priorità è poter dire di aver fatto qualcosa per “potenziare il femminile” (women empowement, la bestemmia del momento), anche se di femminile nell’ambito quasi non ce n’è. Queste sono le “discriminazioni positive”, favorire pochissime o nessuna, sfavorire i tantissimi competenti, per poter dire di essere pro-rosa.

Il tutto senza chiedersi se ci sono motivi profondi e specifici per cui poche donne scelgono le facoltà ipertecnologiche, o se per caso l’inferiore disoccupazione femminile non sia frutto di deliberate e libere scelte orientate all’impegno familiare e non allo sfruttamento produttivo da parte di donne che, magari, ritengono più valido occuparsi di casa, figli e famiglia invece che andare a competere nel mondo del lavoro. Quante sono costoro? Perché eventualmente fanno quella scelta? Posto che non esistono né leggi né pratiche che tengano le donne forzosamente fuori dal mondo del lavoro, non sarà che il tasso di disoccupazione deriva da cause che vanno studiate a fondo? Io credo di sì. E credo che scelte politico-gestionali come quella della Regione Lazio siano inutili e ideologiche. Ma soprattutto discriminatorie verso il buon senso, la buona amministrazione, la buona politica. Merda profumata, insomma.


ACQUISTA “LA PARABOLA DEL CRICETO”
CARTACEO o E-BOOK
Anche su: Amazon, IBS, Mondadori, Feltrinelli

lpdc banner

ACQUISTA “LA PARABOLA DEL CRICETO”
CARTACEO o E-BOOK
Anche su: Amazon, IBS, Mondadori, Feltrinelli


Iscriviti per ricevere la newsletter settimanale di “Stalker sarai tu”:

Loading

 

Leave a Reply

Your email address will not be published.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: