Le donne, le femministe e l’area grigia

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LA FIONDA

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di Alessio Deluca. È consentito agli uomini di parlare di donne, femminismo e altri argomenti correlati? Stando alle femministe, no. Se lo si fa è mansplaining, una delle tante forme di sopraffazione maschile. Non solo: non appartenendo allo stesso genere, non ci è consentito disquisire di qualcosa che non siamo in condizione di comprendere, né intellettualmente né emotivamente. Ci può anche stare. Magari è un po’ forzato come ragionamento, però fila abbastanza. Per filare appieno, però, dovrebbe essere reciproco: anche le donne, e in particolare le femministe, non dovrebbero lanciarsi a parlare o definire gli uomini e tutto ciò che è maschile. Invece lo fanno. Lo fanno ampiamente, sistematicamente. Oggi il racconto maschile è loro monopolio. È una delle tante contraddizioni del femminismo e ad esso ci appiglieremo per fare anche noi qualche riflessione sul nostro genere interlocutore.

Diremo allora che c’è una differenza siderale tra le donne e le femministe (e i femministi). Di queste ultime abbiamo parlato spesso, definendole di volta in volta nel modo più coerente con la realtà dei fatti. Fautrici di un’ideologia priva di basi storiche e attuali, totalizzante, illiberale e autoritaria, votata non alla parità nei diritti tra uomini e donne ma alla liberazione della donna dal patriarcato, cioè dagli uomini. Si tratta di sostenitrici di un’ideologia rabbiosa e livorosa, basata sull’emozionalità dei richiami, tradotti spesso in slogan con cui viene superata ogni gigantesca contraddizione. Scopo profondo del femminismo e delle femministe è la guerra al maschile, la sua rimozione e sostituzione, la nientificazione del maschile, soprattutto laddove sia possibile reperire denaro e potere. Per perseguire questi scopi, il femminismo non guarda in faccia a nulla: dalla mistificazione della realtà alla manipolazione delle statistiche, passando per l’occupazione militare dei media e delle istituzioni.


Il femminismo si pone all’esterno con la rigidità e il fanatismo di una setta religiosa.


La sua forza fa conto su diverse armi. Le due principali sono la sua capacità organizzativa sul territorio, che si estende come i tentacoli di una piovra dalle piccole associazioni su su attraverso le “commissioni di parità” all’interno delle istituzioni e gli agganci nelle redazioni che contano, fino ad arrivare a veri e propri coordinamenti facenti capo all’Unione Europea, all’ONU e ad altri organismi sovranazionali. Uno “Stato nello Stato e negli stati”, si potrebbe dire. La sua seconda arma è la capacità di tradurre in toni presentabili i propri scopi di dominio in una narrazione (oggi si dice storytelling) iper-semplificata, facile da comprendere e introiettare perché veicolata tramite impulsi emozionali che nulla hanno a che fare con la logica o i fatti. Niente di ciò che racconta il femminismo induce alla ricerca o alla riflessione. Tutto induce all’indignazione facile, alla commozione prêt-à-porter, allo sdegno uterino o intestinale, e con ciò riesce a prendere all’amo l’approccio mentale di ogni persona. La parità, dice, è un obbligo perché le donne sono sempre state oppresse e vittime per mano di uomini brutali e violenti. Per questo oggi meritano un risarcimento e gli uomini vanno tenuti a bada depotenziandoli in ogni forma. Un concetto semplice semplice, si digerisce e si interiorizza subito. In realtà una pillola che nasconde il nucleo velenoso della guerra all’uomo con l’involucro zuccheroso del richiamo alla “parità”.

Chi sono le sostenitrici di questo sistema ideale e pratico tossico più del veleno di un cobra per la società e le relazioni interpersonali, si sa. Non è il caso qui di disegnare l’ideal-tipo di femminista scendendo in particolari dettagli. Basta dire che cosa una femminista non è: una donna. Non si fa riferimento qui al sesso di appartenenza, che è irrilevante: esistono esseri viventi di sesso indifferentemente maschile o femminile che si fanno portavoce di quella mostruosità ideologica. Talmente mostruosa da degradare qualunque essere umano in una sottospecie a sé. Ciò che però va tracciata con nettezza è una linea di demarcazione profonda come un canyon tra le femministe e coloro che pretenderebbero di rappresentare, appunto le donne. Confondere le due realtà è un gravissimo errore, perché non esistono dimensioni più lontane ed antitetiche, in realtà. Per capire la portata dell’antitesi si può partire da un fatto che coinvolge un’altra grande organizzazione molto nota: la Chiesa e la sua morale sessuale. Dal Vaticano, fatta salva la bizzarra parentesi attuale, sono arrivate da sempre indicazioni, chiavi di lettura, paradigmi di comportamento e ideali, ordini di condotta sui comportamenti sessuali del “buon cristiano”. Che ha sempre ascoltato con interesse, regolandosi però poi nel merito come meglio credeva, rispondendo con ciò alla propria coscienza e non certo ai diktat del pontefice o delle gerarchie ecclesiastiche. Il paragone non è fuori misura: il femminismo si pone all’esterno con la rigidità e il fanatismo di una setta religiosa, con i suoi dogmi, le sue sacerdotesse, i suoi adepti e l’ambizione di parlare a tutto il “gregge” di pecorelle smarrite, le donne, sperdute in un crudele mondo patriarcale.


Di fatto la loro predicazione non ha alcun riflesso sulle donne reali.


Il rapporto che si instaura tra femminismo e donne però, replica le dinamiche della Chiesa. Il primo predica la liberazione enfatizzando l’orrore del matrimonio, della maternità e delle dinamiche naturali (che il femminismo chiama con disprezzo “tradizionali”), criminalizzando l’interlocutore maschile, affermando la natura di eterna vittima della donna e la necessità di ribellarsi a quella stessa natura. E tuttavia le donne continuano, nella quasi totalità e in silenzio, a desiderare gli uomini, a sposarli, a metterci su famiglia, a farci dei figli, a cercare insieme ad essi un equilibrio di sicurezza senza soffermarsi su teorie e isterie ideologiche della setta che pretende di rappresentarne gli interessi. Esse, ad esempio, ascoltano il femminismo schifare la vita di relazione e spingere per uno sviluppo professionale che possa paragonarsi a quello tradizionalmente maschile, ma restano scettiche. Sanno, perché non ci vuole molto a capirlo, che non c’è paragone tra una convivenza affettiva solida, pur tra alti e bassi, e una carriera sfolgorante inframezzata da coccole solipsistiche ai gatti di casa e a qualche toyboy di passaggio, atto a rendere ancora più pesante la solitudine e la frustrazione. Le donne sanno che non esiste più, se non in rari e fortunati casi, l’uomo in carriera che ti abbandona a te stessa e si disinteressa dei figli, dopo averteli fatti fare. Sanno che in linea di massima, tra flessibilità e mobilità, si è tutti nella stessa barca piena di buchi, ed è molto meglio essere in due a tappare le falle, a gestire la vita e la prole. Le donne sanno inoltre di poter scegliere e che nessun diritto in realtà è loro negato. Molte di loro, ancora oggi, scelgono non a caso di non lavorare e optare di essere madri di famiglia, per quanto questo sia un’eresia per le femministe. Che sono le loro severe papesse: le donne le ascoltano, si aspettano che altre più devote ne seguano i dettami, ma per sé continuano a decidere come gli pare.

Ciò che fanno le donne, in altre parole, è cercare un senso per se stesse, anche nell’esplorazione della vita di relazione. È una ricerca istintiva, che segue quel setting naturale che le femministe squalificano come “stereotipi”. Ed è lì che si apre il canyon tra di esse e le donne. Le femministe chiedono loro di pensare e di condursi in modo contrario alla natura, all’istinto. Ma, per quanto predichino, c’è una maggioranza (purtroppo) silenziosa che si fa un baffo del senso precostituito e precotto offerto dall’ideologia, talmente lontano dalla realtà delle cose da risultare incompatibile, se non addirittura fastidioso, esattamente come lo erano per i cristiani le prediche dei vecchi papi su cosa si poteva o non si poteva fare in camera da letto. In queste pagine da tempo si sostiene che il femminismo non solo non rappresenta le donne, ma anzi è nemico delle stesse. Il nucleo della sua predicazione e l’attuazione nel reale dei suoi dettami non va a vantaggio delle donne: distrugge semplicemente, come un letale elemento inquinante, la capacità dei due generi complementari di cercare e trovare un equilibrio utile ad affrontare l’avventura della vita. La schiacciante maggioranza delle donne lo sa. Se non lo sa, lo sente. Per questo alla fine ignora quella predicazione: la capacità creativa femminile vuole, pretende di potersi lanciare nella ricerca autonoma di un senso per sé, non tollera che qualcuno la privi dell’emozione dell’esplorazione. È qualcosa che va detto in modo finalmente chiaro, dunque: le femministe in realtà predicano per se stesse, le loro giaculatorie restano confinate all’interno della echo-chamber dove raccolgono un manipolo di adepte fanatizzate. Di fatto la loro predicazione non ha alcun riflesso sulle donne reali.


Il grido delle donne è la chiave di volta per la pianificazione di una nuova normalità nel vivere civile.


Sussistono però tre problemi in questo quadro. Il primo, come si è detto, è che pur in tutta la loro autoreferenzialità tendenzialmente psicotica, le femministe hanno raggiunto quote di potere davvero preoccupanti, dove possono concretamente nuocere (e di fatto è ciò che accade). Da lì riescono ad attivare le proprie clientele e qualche quota di giovani donne vuote di senso e in vena di ribellismo a buon mercato, che è poi l’immancabile bassa manovalanza di cui si servono sempre le ideologie totalitarie. Il secondo problema, va detto con sincerità, è il silenzio delle donne di cui si è parlato. Già, insieme agli uomini, hanno lasciato che venisse smontato tutto il sistema delle agenzie normative che collaboravano alla costruzione di un senso condiviso (la scuola, le parrocchie, ogni altro centro di aggregazione sociale), permettendo con ciò la liquefazione dell’esistenza comunitaria. Non a caso nei paesi dove ci si è opposti assieme alla deriva le donne sono ancora orgogliosamente donne, con un’identità solida e definita, e gli uomini sono ancora uomini.

Resta il fatto che oggi, pur agendo all’opposto dei dogmi del femminismo, le donne non alzano la voce e non operano per riportare il femminismo nella cuccia irrilevante dove meriterebbe di stare. C’è molto disinteresse e molta inazione in queste donne, ed è comprensibile: impegnate nella costruzione di una vita degna di essere vissuta, in un mondo complesso e sempre più fatuo, non sentono lo stimolo di attivarsi e farsi argine di una deriva che però, dovrebbero comprendere, rischia di travolgere il loro presente e ancor più quello dei loro figli e delle loro figlie. Chi si oppone al femminismo attende con ansia che la saturazione per le bravate e le soperchierie femministe raggiunga il limite della sopportazione delle donne. Un solo loro semplice grido di comando riporterebbe le cagnette idrofobe della falsa parità nelle lande inaridite del loro livore solitario. Dunque le donne sono molto attese da chi combatte da questo lato della barricata. Altro che misoginia o maschilismo. Loro, come tutto il fronte omosessuale (ma questa è un’altra storia), sono la chiave di volta per la pianificazione di una nuova normalità nel vivere civile.


Un basta! che risuoni fino alle future generazioni.


C’è poi il terzo problema, il più preoccupante di tutti, ed è quella che si può definire “area grigia”. Lì stanno tutte le donne a metà del guado, a mezza via tra la vigorosa autonomia di senso e il cedimento alla chiave di lettura precotta del femminismo. Sono le fiancheggiatrici, ovvero coloro che, pur ritenendo il femminismo eccessivo e fuori dalla ragione, se ne fanno tiepide sostenitrici. Sono quelle donne che a domanda rispondono: “io sono femminista”, senza sapere di preciso cosa davvero significhi. Sono quelle che, messe di fronte agli orrori e alle mistificazioni, assumono un atteggiamento concessivo e indulgente. Ricordano i tempi che furono, quando i comunisti guardavano ai brigatisti come a “compagni che sbagliano”, ma pur sempre compagni. Le donne nell’area grigia sono convinte che il femminismo possa garantire loro qualche vantaggio, che possa davvero battersi per qualche diritto negato (anche se non saprebbe nemmeno definire quale), e per questo lo supportano, pur se solo tiepidamente. Possono essere donne arrabbiate per qualche disavventura cocente, turbate per un cattivo rapporto col padre, o avere altri motivi di vuoto interiore che rendano fertile la loro mancanza di senso al seme putrescente del femminismo. Dunque, senza magari parteciparvi attivamente, se ne fanno complici, ci sperano, lo diffondono come portatrici sane. Quest’area grigia ha dimensioni significative, e dovrebbe essere dovere di tutte le donne e di tutti gli uomini, oltre che degli antifemministi, aggredirla per rompere il suo incantesimo e assottigliarla fino a farla sparire o almeno fino a contenerla affinché non si espanda ulteriormente.

Ciò che resta, da queste classificazioni, da questo nostro concederci di parlare di qualcosa che “non ci compete”, sono alcuni concetti di base. Le donne sono la metà della nostra identità e noi siamo la metà della loro. Così è da sempre e così sarà sempre. Veneriamo il loro essere, saranno sempre croce e delizia per noi e noi lo saremo per loro. Niente è più lontano della misoginia per un antifemminista. Tanto che se una supplica possiamo porgere alle donne, è proprio quella di far sentire la loro voce, di unirla alla nostra. Di aiutarci a eliminare l’area grigia delle adulte possibiliste e quella nera delle giovani disorientate, finite preda di una fascinazione velenosissima. Quanto a ciò che rimane, il rimasuglio, il rifiuto, lo scarto, ovvero le femministe, esse sono e rimangono non la controparte, non l’avversario, ma il nemico, senza se e senza ma. Non il nemico degli uomini, ma il nemico di tutti. Deve essere chiaro a donne e uomini: essere antifemministi oggi è come essere antifascisti durante il Ventennio. Una nuova normalità, il ripristino della libertà e della giustizia si avrà solo riconoscendo ed esibendo la distanza tra il mondo reale delle relazioni e il mostro virtuale e tentacolare dell’ideologia femminista. Solo gridando forte quella differenza, insieme a un basta! che risuoni fino alle future generazioni. La forza di quel grido dipende senza dubbio dalla realizzazione di una lotta di resistenza condotta in comune.


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