Lo chiamavano parità…

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LA FIONDA

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Santiago Gascó Altaba. Centinaia di enti nazionali e internazionali e migliaia di campagne e fondi pubblici a tutela delle donne. Nessun ente né campagna né fondo pubblico a tutela degli uomini. Lo chiamavano Parità… Scegliete l’argomento. Otterrette gli stessi risultati. L’uso del sigillo della Parità è particolarmente ardito (e irritante) in tre ambiti: la violenza, le separazioni e i diritti riproduttivi. Abbiamo parlato qui di legittima difesa. Senza necessità di allontanarmi da casa o di andare all’estero alla ricerca di sentenze incomprensibili, nel 2009 il Tribunale di Bassano del Grappa, località dove vivo, assolse per legittima difesa Angela Nichele. Dopo l’ennesima lite con il consorte, la 44enne Angela Nichele aspettò che il marito si addormentasse, andò nella legnaia, prese l’accetta e tornata in casa lo colpì con tre fendenti mortali alla testa. Legittima difesa.

In realtà l’asimmetria è evidente per qualsiasi tipo di violenza, anche lieve, per qualsiasi “vaffanculo” scritto su Whatsapp o per qualsiasi sguardo sgradito sul vagone di un treno. Quando incomincerò a trovare notizie di assoluzioni (o concessi gli attenuanti) per legittima difesa a uomini che non presentavano ferite rilevanti (o addirittura senza ferite) e che hanno accoltellato o ucciso una donna quando sono stati spinti, strattonati o semplicemente minacciati, così come avviene non di rado a sessi invertiti (ecco un altro esempio di accoltellamento e assoluzione di una donna, in Spagna), soltanto allora avrà senso incominciare a parlare di Parità.


Ecco qualche esempio ipotetico di diritto riproduttivo a confronto.


Idem nelle separazioni. Un vero campo minato. Il marito mette le corna. Colpevole. La moglie mette le corna, il marito l’ha trascurata. Colpevole il marito. Il marito abbandona la dimora coniugale. Colpevole. La moglie abbandona la dimora coniugale, aveva paura del marito. Colpevole il marito. Il marito si rifiuta di adempiere il suo dovere di procreare. Colpevole. La donna si rifiuta di adempiere il suo dovere di procreare, il marito è invasivo e non può forzare la moglie a fare sesso. Colpevole il marito. Figli, casa, macchina, soldi, cane… scegliete pure l’argomento, fa lo stesso. Lo chiamavano Parità…

Idem nei diritti riproduttivi, che si condensano in questa massima: la madre può riconoscere e disconoscere il figlio, il padre non può né riconoscere né disconoscere il figlio, tranne che per gentile concessione della stessa madre. No, non cercate nell’utero la ragione. Ecco qualche esempio ipotetico di diritto riproduttivo a confronto, dove l’utero non svolge alcun ruolo:


Nessun padre può chiedere un risarcimento per una paternità imposta.


Caso A. Qualsiasi individuo che non ha mai conosciuto suo padre biologico può avviare un’azione legale per conoscere la propria origine biologica, principio fondamentale contenuto nella Convenzione dei diritti umani, nei confronti di un presunto padre (vivo o morto) o di una presunta famiglia paterna. Può avviarla anche dal punto di vista patrimoniale, di eredità o di mantenimento, e anche se questa azione può sconvolgere la vita familiare del presunto padre e della famiglia paterna, e forse travolgerli nello scandalo. La stessa azione non può essere avviata nei confronti di una presunta madre. La legge protegge l’anonimato materno, al di sopra della stessa Convenzione dei diritti umani. Quindi nessun sconvolgimento, nessun scandalo, nessun patrimonio da condividere.

Caso B. Una coppia decide di congelare un embrione. Giunge il momento di decidere se affittare un utero o sopprimerlo. Nel frattempo i due si sono lasciati. La scelta compete a lei. Caso C. Una madre decide di partorire anonimamente e dare in adozione alla nascita il neonato. Il padre biologico viene a saperlo e chiede l’affidamento del figlio contro la volontà materna. Il figlio rimane in adozione. Il padre perde la causa. Caso D. Una madre può chiedere un risarcimento a vita per una maternità imposta (casi rari di aborti falliti oppure di anticoncezionali sbagliati, a volte 200 mila euro a volte 400 euro al mese per vent’anni di risarcimento). Nessun padre può chiedere un risarcimento per una paternità imposta, malgrado la numerosa casistica. Un esempio recente in questa notizia, dove il risarcimento è sì per la coppia (madre e padre), ma in realtà esiste per volontà della donna; se la donna avesse deciso di voler il figlio, al padre non sarebbe spettato alcun risarcimento. Nel mondo non esiste una sola causa vinta da un padre che non voleva esserlo, nei confronti di una donna o di una istituzione ospedaliera, malgrado l’enorme casistica, per “aver minato il suo diritto costituzionale all’autodeterminazione e, quindi, anche la scelta di non procreare”. I padri non hanno “diritto all’autodeterminazione”.


La madre può abbandonare il figlio sin dalla nascita.


Caso E. Una madre può chiedere un risarcimento per una maternità sbagliata (casi rari di donne inseminate con il seme sbagliato oppure scambi di bambini all’ospedale, a volte 315 mila euro di risarcimento). Un padre non può chiedere un risarcimento per una paternità sbagliata, malgrado la numerosa casistica di false paternità. Caso F. Una madre può chiedere un risarcimento per una maternità inesistente (danno biologico, casi rari di referto sbagliato, a volte 15 mila euro di risarcimento). Un padre non può chiedere un risarcimento per una paternità inesistente. Caso G. Una madre può avviare un’azione penale e chiedere un lauto risarcimento per sottrazione del figlio alla nascita (casi rari di furto dei figli all’ospedale), per il danno di non poter crescere il proprio figlio. Malgrado si tratti della stessa sottrazione a vita, e malgrado la numerosa casistica, un padre non può avviare la stessa azione legale né chiedere alcun risarcimento quando ad effettuare la sottrazione è stata la madre.

Caso H. La madre può abbandonare il figlio sin dalla nascita e darlo in adozione. Il padre che abbandona il figlio è tenuto a pagare un risarcimento (a volte 163 mila euro) per “il vuoto emotivo, relazionale e sociale dettato dall’assenza paterna sin dalla nascita” (Tribunale di Roma). Caso I. Una donna alla quale è stata nascosta l’incapacità di procreare del marito e le è stata impedita in vita la possibilità di diventare madre, può chiedere un risarcimento di danni morali e materiali. Nessun uomo può pretendere un risarcimento da una donna che nella vita lo ha privato di poter diventare padre.


Il padre è sempre colpevole quando contrasta la volontà della donna.


Caso K. Una minore abusata rimasta incinta, può scegliere di tenere il figlio o di abortire o di disconoscere il nascituro dopo il parto. Un minore abusato (da una donna adulta condannata dai tribunali), divenuto padre, non può decidere sulla sorte del figlio, è obbligato per legge al mantenimento del figlio. Caso L. Tranne per casi lampanti ed evidenti, una donna incinta può consumare alcol, tabacco o droghe in gravidanza, e trasmettere dipendenza ai figli, la Sindrome Alcolica Fetale (FAS), l’aids o altre malattie, senza rischiare di essere perseguita penalmente né dover indennizzare i figli per le lesioni o i danni morali futuri. Una madre può avviare una causa (penale) e chiedere un risarcimento nei confronti del padre (o di qualsiasi altro individuo) per lo stesso danno causato alla salute del feto per inquinamento, fumo passivo, stress, alimenti avariati, lesioni, colpi, trasmissione aids, manipolazione genetica o interruzione della gravidanza intenzionale. Qualsiasi azione che possa danneggiare la salute del feto è perseguibile penalmente, l’autore rischia risvolti penali.

Caso M. Una madre può avviare una causa (penale) nei confronti del padre (o di chiunque) per aver recato la morte del feto in maniera dolosa o colposa (ad es. colpendo la donna incinta o in un incidente stradale). Un padre non può fare causa alla madre per aver recato la stessa morte del feto mediante l’aborto. Caso N. Una madre può avviare una causa (penale) nei confronti del padre per essersi opposto attivamente alla decisione materna di recare la morte del feto impedendole di abortire. Un padre non può fare causa alla madre quando, al contrario, è lei che cerca di salvare il feto. In pratica il padre è sempre colpevole quando contrasta la volontà della donna, tanto nel caso che cerchi di uccidere il feto come nel caso che cerchi di salvarlo.


Il reato non è perciò appiccare o spegnere il fuoco ma infrangere la volontà di Nerone”.


Caso N. Due genitori possono avviare una causa per omessa diagnosi di malformazione del feto da parte del sanitario e chiedere un risarcimento civile per il danno recato alla loro vita, privati della possibilità di scelta tra abortire o non farlo. Il risarcimento spetta tanto al padre quanto alla madre. Alla madre sarà concesso molto probabilmente anche un risarcimento per il danno biologico, al padre no. Se la madre è stata puntualmente avvertita e ha deciso di non informare il padre, o di informarlo e di far nascere comunque il bambino disabile contro la volontà paterna, anche se si tratta della stessa disabilità del figlio e della stessa vita compromessa del padre, al padre non spetta per diritto nessun risarcimento. Al padre spettano o meno diritti a seconda della volontà materna.

Uno dei grossi problemi degli uomini è che tendiamo a razionalizzare tutto, cerchiamo di trovare i motivi logici per queste asimmetrie: ora nel “supremo interesse del bambino” (eufemismo beffardo che spesso vuol dire l’opposto), ora nell’esistenza di un utero, ora nella violenza di genere… Lodevole tentativo, ma nel mondo dell’irrazionalità, cioè del femminismo, non funziona. È molto più semplice: siamo in presenza di un “diritto penale d’autore” non scritto e applicato ad ogni ambito. Non si giudica l’evento in sé, ma l’autore e la volontà di questo. “Bruciare Roma non è un reato se è questo il desiderio di Nerone, ma spegnere il fuoco lo è se così vuole Nerone. Il reato non è perciò appiccare o spegnere il fuoco ma infrangere la volontà di Nerone.” (La grande menzogna del femminismo, p. 707; esempi di casi asimmetrici di violenza o di separazione si trovano numerosi all’interno dell’opera; nello specifico, sui diritti riproduttivi pp. 705-714, 725, 727, 730).


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