L’ONU imboccato dal femminazismo italiano

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Ogni quattro anni l’ONU fa il giro delle sette chiese. Ossia chiede a tutti gli stati membri un po’ di riflessioni e statistiche sui diritti umani, così da metterli insieme per produrre poi un po’ di report con cui disinformare il mondo. Perché, ormai è accertato, essi vengono poi elaborati sotto dettatura delle lobby internazionali più potenti, che piegano fatti e numeri alle necessità del progetto planetario che hanno in mente. Il fatto che quei rapporti poi escano con il marchio ONU garantisce che diventino un punto di riferimento per i tentacoli delle lobby stesse a livello locale. Ormai totalmente in bolletta, quel residuato bellico perfettamente inutile che è l’ONU ha trovato però il modo di risparmiare: invece di mettersi lì e faticare per falsificare i dati reali in arrivo, ha installato una rete di falsari direttamente nei principali paesi membri.

In questo modo il lavoro arriva già mezzo fatto. Se a fornire i dati su scala nazionale sono soggetti già costituitisi come marionette dei grandi centri di potere, si ha la certezza di non doverci lavorare troppo sopra. Basta incollarli insieme, farci qualche grafico, riempire la narrazione esplicativa di termini conformi al dettato, e le nuove leggi e direttive per il mondo intero sono bell’e fatte. E non importa che siano bocconi avvelenati quelli che poi vengono ficcati nelle gole dei cittadini di tutto il mondo, ci sono in ogni caso abbastanza zucchero e melassa da coprire il saporaccio. Una funzione assolta egregiamente da formule come “equità”, “parità”, “diritti umani”, e tutte le altre formule che ben si conoscono. Raccolte al volo e sbandierate dalle istituzioni e dalle parti politiche più complici del sistema lobbistico, quelle parole chiave danno l’accesso nelle società al veleno preparato a livello locale e distribuito su scala internazionale.


Un quadro falsato che l’ONU assorbirà come cosa reale.


Questo è il momento del passaggio dell’ONU tra i vari paesi per raccogliere le varie versioni nazionali della narrazione tossica generale. Di recente è passato anche in Itala e qualcuno ne ha dato notizia, già prefigurando quali menzogne verranno trasmesse ai decisori di New York. Il procedimento è apparentemente complesso: sessioni di scambio informazioni a livello nazionale, con passaggi poi anche all’Assemblea plenaria del Palazzo di Vetro, dove possono dire la loro anche le varie ONLUS e ONG. L’esito dovrebbe dare lo stato dell’arte di ogni paese (e dunque del mondo) sulla strada dell’affermazione dei diritti umani, ma pare che in Italia la cosa sia stata interpretata in modo un pelo parziale. A trasmettere i loro report locali sono state infatti organizzazioni come Pangea Onlus, Be Free, Lega internazionale delle donne per la Pace e la libertà. Indovinate un po’ di cosa si occupano costoro?

Esattamente: donne, situazione femminile, stato delle donne. E infatti solo di questo parlavano i loro report, che sono stati acquisiti dall’ONU a inizio ottobre scorso. Report che parlano di un’Italia retrograda, dove predominano le forze medievali che difendono la “famiglia naturale” (orrore!) con iniziative pubbliche ultraconservatrici come il “Fertility day” o il “Family day”. Iniziative, dicono le ONLUS citate, palesemente “anti-genere” e “anti-donna”. Come se le due cose fossero sinonimi e come se i “diritti umani” si esaurissero completamente nei “diritti delle donne”. Insomma, il quadro presentato avvicinerebbe il nostro paese a un’Arabia Saudita o a uno Yemen, in uno scenario falsato che l’ONU assorbirà come cosa reale, restituendocelo masticato e marchiato come rilevazione internazionale.


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Sto parlando di contenuti di questo tipo: “L’Italia non ha intrapreso azioni sistematiche volte a promuovere cambiamenti nella percezione pubblica stereotipata e sbilanciata dei sessi e a trasformare la cultura patriarcale basata su rapporti di potere diseguali e discriminatori tra donne e uomini in ogni ambito della vita. Mancano politiche di uguaglianza inclusive, coerenti nel tempo e adeguatamente finanziate su tutto il territorio nazionale. Ad esempio, nonostante le leggi esistenti, i meccanismi di rappresentanza paritaria sono ancora inadeguati e deboli”. Frasi del genere sono passati dalle bocche fameliche di soldi e privilegi delle ONG rosa all’ONU come se fosse tutto vero e normale. Le direttrici dei loro report sono la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne, i “femminicidi” dilaganti, la salute riproduttiva (ovvero promozione dell’aborto indiscriminato), il paygap. Menzogne in gran parte, in parte fatti parossisticamente sovradimensionati.

Insomma è come se la sezione antiterrorismo dell’ONU avesse chiesto una relazione sulla situazione a una commissione unificata ISIS-Al Qaeda, da un lato. Dall’altro è come se la sua sezione per le politiche ambientali avesse chiesto consiglio ai maggiori produttori di plastica nel mondo. Il grave è che tutto ciò viene fatto scientemente. L’ONU, o meglio le lobby che ormai lo governano, sanno benissimo che si tratta di dati parziali, interessati e ideologici, e sa anche che è suo dovere restituirli istituzionalizzati alle sue centrali di diffusione locale: il Consiglio d’Europa, l’Unione Europea e le altre organizzazioni sovranazionali di altre aree. Che trasformeranno le osservazioni in raccomandazioni, che su scala nazionale e locale diventeranno leggi, modalità informative dei mass media e prassi sociali votate alle “discriminazioni positive” a danno degli uomini. Se dunque qualcuno si fosse chiesto dove sta la principale fonte del male che ammorba le relazioni tra uomini e donne oggi, e dove dunque si dovrebbe opporre un’opera di ferma interdizione, ebbene in questo passaggio quadriennale dell’ONU tra i tentacoli del sistema troverà una possibile risposta.


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