L’ultimo Rambo: il pessimismo dell’eroe e l’avvento del matriarcato

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LA FIONDA

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Sylvester Stallone nel ruolo di Rambo

di Giacinto Lombardi – Lei è una ragazza dolce e coraggiosa che, giunta alla maggiore età, vuole conoscere il suo padre naturale, che però vive in Messico, terra di mafie orrende, di trafficanti di droga e carne umana, assassini senza coscienza, bruti senza umanità e compassione.
Rambo, lo zio che l’ha cresciuta, cerca di fermarla parlandole di quanto oscuro e terribile è il cuore dell’uomo, anche la nonna cerca di fermarla parlandogli dell’essere più indegno della terra che ha avuto il coraggio di abbandonarla dopo la morte della mamma.

Lei però, ottenuto l’indirizzo del padre da una falsa amica, affronta il viaggio, si presenta alla sua porta, e lui la respinge. Diretta e innocente, gli chiede perché se ne fosse andato. La risposta del padre non smentisce la descrizione che di lui le avevano fatto: “A un certo punto mi sono accorto che tua madre e tu per me non significavate più niente”. E’ terribile sentire quelle parole dirette a una ragazza splendida come lei. Scandalizzano, uccidono l’anima, eppure qualcosa ti dice che non è reale, non è possibile, è solo la feroce descrizione del padre imposta da un regime nazifemminista che non conosce sfumature: il mondo dei maschi è così, un eroe e cento bastardi.


Dopo quattro anni crollava il muro di Berlino.


Lei fugge via in lacrime, si rifugia dalla falsa amica che la vende ai trafficanti di donne e di sesso che la drogano per ucciderle l’anima. Non è solo per prostituirla, ma per toglierle l’innocenza, per oscurare quello sguardo di bambina che osserva e giudica implacabile, che pone l’anima dannata davanti a se stessa. Rambo, quando non vede tornare, capisce tutto e va a salvarla, da solo, ma lo prendono e lo massacrano di botte. Viene salvato da una giornalista, torna al suo ranch con la nipote in crisi di overdose. Non la porta in ospedale, non si fida; la porta a casa sua, ma la ragazza muore prima di arrivare. Lui sa che i demoni messicani andranno a cercarlo e ordisce la sua vendetta.

Gli orchi, feriti nell’onore, cadono nella trappola: una carneficina, sono tutti cattivi, eccetto la ragazza. Anche lui è cattivo, in una frase si rivela: quando lei gli dice “ma tu sei cambiato”, risponde: “Io lotto tutti giorni contro me stesso”. In questa frase però sembra di vedere la morte del mito di Rambo e di Rocky Balboa, non il senso di giustizia aveva animato il primo Rambo, né lo spirito sportivo aveva nutrito Rocky, ma la loro natura violenta e vendicativa. Non è rimasto niente di quel Rocky 4 che gridava al mondo “se io posso cambiare, se voi potete cambiare, tutto il mondo può cambiare”? Era il 1985 e dopo quattro anni crollava il muro di Berlino.


Un eroe che uccide ma non redime.


Mikhail Gorbaciov

Quando i banditi armati di suv e armi automatiche arrivano al ranch, Rambo si fa trovare pronto, le trappole sono piazzate, nessuno di loro si salverà. Il cavaliere solitario, il pistolero senza paura farà quello che lo stato non sa fare: piazza pulita, sterminio dell’invasore, l’altro è il sudamericano che insidia il sogno americano, non merita l’arresto, il processo, la galera e forse una redenzione, deve morire, deve morire nel cuore dello yankee insieme all’idea che anche altri vogliono essere liberi.

Gli anni ottanta sono finiti, allora gli altri erano i russi e si facevano rispettare, erano bianchi, erano biondi, avevamo armi e non andavano in America in cerca di fortuna. Oggi gli altri sono messicani e sudamericani, non hanno ideali, non hanno istruzione, non hanno una buona educazione alle spalle, hanno solo bisogni e ambizioni, non meritano il rispetto dei russi di Gorbaciov. Rambo, come il De Niro di Taxi driver e il Charles Bronson de Il giustiziere della notte, si muove come se lo Stato non esistesse, non esistessero le leggi, gli ospedali, la polizia, come se fossimo sempre nel Far West. Ci sono solo un eroe solitario, una massa informe e minacciata e branchi di lupi affamati alle calcagna del popolo. E l’eroe è un eroe che vendica, che uccide ma non redime. Non è cambiato niente?


Una giustizia che non verrà mai.


Rosaria Costa

Eppure la rivoluzione femminista è fatta, il potere è donna, la scuola è donna, la televisione è donna, il giudice è donna, l’avvocato è donna, le laureate sono più dei laureati, la morale è donna e la Costituzione repubblicana è una vecchia signora garantista che non serve più. Omicidi e femminicidi sono al minimo storico eppure le donne si sentono insicure, la legge è tutta a favore del femminile ma dicono che siamo in un patriarcato e le donne si sentono discriminate, l’impiego pubblico è donna, la sanità è donna, la comunicazione è donna, la televisione è donna… ma il PIL è fermo da 25 anni e la popolazione italiana è ferma dagli anni settanta. Femminile non significa libertà per tutti, non significa accoglienza, non significa giustizia ed equilibrio nel giudicare, significa doppia difesa ma solo per se stesse.

C’erano gli anni ottanta, c’era Pertini, c’era Reagan, c’era Gorbaciov e c’era una donna in una chiesa al funerale del marito ucciso dalla mafia che piangeva e gridava: “io vi perdono ma anche voi dovete cambiare”. Quel mondo non c’è più, ora c’è una donna che finge di accettare un approccio e il giorno dopo ti denuncia per stupro e il giudice le deve credere perché aveva bevuto un bicchiere, c’è una moglie che in una causa di separazione dichiara di avere sempre subito il dovere coniugale e per lo stato è violenza sessuale, c’è una donna che dice sì, all’inizio volevo, ma poi mi sono pentita e lui ha continuato e per lo stato è violenza sessuale, anni di galera e lauti risarcimenti; c’è una donna che accusa, una vita distrutta, dopo 5 o 10 anni l’uomo è assolto ma lei non paga niente, la casa è sua con i figli e il mantenimento e per il bene supremo dei figli la situazione è stabilizzata e non si cambia ma una vita è annientata e reclama una giustizia che non verrà mai.


Urge ritrovare il maschile sano e generoso.


Giulia Bongiorno

Il mondo è cambiato e anche noi dobbiamo cambiare: c’è una donna che dice “ci vogliono leggi sfacciatamente femministe” e diventa ministro della Repubblica, le donne vogliono il potere in quanto donne e se il popolo non le vota gli si toglie il diritto di preferenza, decidono loro.
Il mondo è cambiato e anche noi dobbiamo cambiare. C’era un mondo di ragazzi e ragazze che si stava svegliando da un lungo sonno dei sensi e forse della ragione. Ragazzi che speravano nel rock e di trovare la strada. Oggi c’è un omone drogato di viagra e di dollari che crede di scambiare impunemente carriere con sesso e muore in galera insieme a killer seriali e stupratori di bambini, questo è un mondo viziato, non un mondo libero.

C’è un’attrice seminuda sul carpet rosso e una schiera di patetici ometti impomatati che sbavano per rubare uno scatto per lettori frustrati. Una ragazza in minishort siede in metrò in posizione ginecologica: se guardi sei un poveretto, se ti giri sei misogino, se critichi è violenza sulle donne. L’unica cosa che puoi fare è aprirti un blog e dire quello che pensi, la narrazione è tutto. Qualcosa non ha funzionato in questi ultimi decenni, le cose non vanno come dovrebbero andare, urge un approccio diverso ai problemi del mondo. È tempo di cambiare, urge ritrovare il maschile sano e generoso, il coraggio di giudicare, di punire ma anche di redimere e di curare, di combattere ma col rispetto dell’avversario e la compassione per il caduto, capace di comprendere che dietro il reo ci possono essere persone legate a lui da unione profonda che soffrono e sperano e in un riscatto.


Qualcosa è stato rotto in questo equilibrio.


Franco Basaglia

Serve il coraggio e la sensibilità di narrare la verità dell’uomo, quella nascosta, quella che non si vede, quella che parla del suo bambino interiore e dei processi oscuri in cui l’anima si è smarrita, quella che parla di una luce sempre accesa nel profondo della coscienza, una fiammella che appena nutrita può tornare a risplendere e restituire dignità. L’uomo deve ritrovare se stesso, perché le donne sono mamme, ma siamo noi le grandi madri, un palazzo visto dal di fuori è un simbolo maschile che si erge verso il cielo ma, visto dall’interno, è una casa che accoglie e protegge. San Pietro è una piazza racchiusa in due grandi braccia che ricevono e accolgono ma al centro c’è una fontana e un obelisco a ristabilire l’equilibrio; un’auto, una nave fendono l’aria e le onde ma all’interno sono un utero che accoglie e protegge.

Siamo noi la sintesi tra maschile e femminile, tra giustizia e libertà, tra sentimento e ragione in questo equilibrio tra gli opposti si gioca la battaglia tra il bene e il male. Franco Basaglia era un uomo ma ci vuole un cuore di madre per sentire il dolore cosmico del malato di mente buttato in un manicomio dell’ottocento e la forza di un uomo per generare l’antipsichiatria e chiudere l’inferno per salvare le anime perdute e dimenticate. Qualcosa è stato rotto in questo equilibrio, se in tribunale il soggettivo femminile prende il posto dell’oggettivo e il soggettivo del maschile non ha alcun senso e diritto di esistere; se le definizioni ideologiche e pregiudiziali prendono il posto della realtà, allora l’equilibrio è violato e questo impone una reazione da chi ha passato la vita a cercare la retta via.


Nel mondo antico le divinità non erano perfette.


I film come questo Rambo sono tossici, ci parlano di un eroe antico, strumento degli antichi matriarcati incapaci con le loro leggi, la loro organizzazione e la loro corruzione di far fronte alle minacce esterne e ricorrono agli eroi, a uomini straordinari che affrontano il minotauro, uccidono mostri, accecano il ciclope e altri esseri del passato immeritevoli di esistere nella nuova civiltà… ma oggi abbiamo lo Stato, le leggi, la giustizia, la sanità, la cultura, non servono questi eroi sterminatori, serve un altro modello di uomo.

Nel mondo antico le divinità non erano perfette, vi era Efesto brutto e di cattivo carattere perché chi lavora nelle fucine col ferro e col fuoco diventa brutto e scorbutico, ma era ugualmente venerato da tutte le città ove fioriva l’artigianato. Vi era Penia, che era vecchia e brutta, eppure aveva il suo posto nell’Olimpo perché ce lo aveva nella realtà quotidiana: rappresentava la condizione di bisogno, di mancanza, di necessità che caratterizza la condizione umana. Dalla sua unione con Poro, dio dell’ingegno, nacque Eros, che non era bello ma amava la bellezza, non era sapiente ma amava la conoscenza, era bisognoso di tutto ma tutto amava e tutto cercava industriandosi con le sue mille qualità.


Di sicuro è tempo di reagire.


Questo misto di mancanza e di ingegnosità è la condizione umana che da sempre è l’anima del racconto, ciò che oggi vediamo nel racconto di regime è il tradimento della narrazione: esecrazione per l’uomo desiderante e industrioso, giustificazione per ogni nequizia femminile contrabbandata per emancipazione, elogio della mantenuta e dileggio del lavoro e della scienza visti come privilegio da tassare e sminuire; sono questi i segni di un matriarchismo tossico che avvelena il paese da decenni ma chiamato impropriamente patriarcato senza capire nulla di patriarcato e matriarcato e di quel delicato equilibrio tra i due sistemi che regola una società più sana e più prospera. Questa narrazione “tossica” è così generalizzata che fa pensare a una congiura internazionale, a una mano invisibile che dà ordini da chissà dove e tutti devono obbedire. Dov’è il centro di questa immane congiura che colpisce ogni forma di narrazione, dal giornalismo al cinema, dalla televisione al romanzo? Ancora non lo sappiamo, sicuramente è anche a Hollywood, di sicuro è tempo di reagire e intraprendere nuove strade.


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