Marianna Manduca: quando la crociata copre le vere colpe

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

Le sue tematiche sono ora sviluppate da una nuova piattaforma:

LA FIONDA

https://www.lafionda.com

Saverio Nolfo e Marianna Manduca

di Alessio Deluca – La vicenda di Marianna Manduca e Saverio Nolfo sarebbe piuttosto semplice da inquadrare, se non fosse che su di essa si sono innestati diversi tipi di agenti inquinanti. Nel 2007 a Palagonia, provincia di Catania, la donna si separa dal marito Saverio, e i tre figli minori finiscono nella contesa, come spesso accade. Il 4 ottobre di quell’anno Saverio sperona l’auto della donna, picchia violentemente il padre di lei, che l’accompagnava, e la uccide con 12 coltellate, andando poi a costituirsi. Tra primo grado e Appello l’uomo assomma una condanna a 21 anni di carcere per omicidio premeditato. Prima del tragico epilogo, i due si sono tormentati in ogni modo, secondo il frequente e orribile copione delle separazioni conflittuali: denunce incrociate per lesioni, molestie, maltrattamenti, percosse. Non per stalking perché in allora, nel 2007, il reato non era contemplato nell’ordinamento italiano, ma è certo che, se fosse stato possibile, sarebbero fioccate anche denunce per atti persecutori.

Le denunce di entrambi, stando alle norme e alle procedure allora vigenti, non imponevano provvedimenti restrittivi da parte delle forze dell’ordine o dei magistrati. Lo spiega chiaramente l’ex magistrato Bruno Tinti sul Fatto Quotidiano: si parla di schiaffi, gesti di stizza, oggetti rotti, liti furiose. Niente che imponga, a norma di legge, interventi restrittivi o trattamenti sanitari obbligatori. Nemmeno quando Saverio mostra all’ex moglie un coltello, che usa per pulirsi le unghie. “Mi sento minacciata” denuncerà poi Marianna ai Carabinieri che però, stante la testimonianza, possono al massimo incriminare l’uomo per “porto di coltello in luogo pubblico”, pena un’ammenda e tanti saluti. Il problema è che poi Saverio proprio con un coltello ucciderà l’ex moglie, e questo diventa uno degli agganci attraverso cui in una storia terribile entrano diversi agenti inquinanti. Che insieme vanno a costituire quella che lo stesso Bruno Tinti chiama efficacemente “una crociata” ideologica. Non a caso le sue considerazioni sull’accaduto scatenano le critiche della counselor Nadia Somma. Critiche di principio, del tutto irrilevanti, se non per il fatto che riceverle da Nadia Somma rappresenta una piena conferma di essere nel giusto. Non a caso Tinti risponde poi per le rime, chiudendo la querelle.


La sciacallaggine del femminismo.


La crociata però monta ugualmente: l’inquadramento rigoroso dell’ex magistrato viene letteralmente seppellito e dimenticato da un’altra versione dei fatti che si costruisce e si stratifica mano a mano che la narrazione femminista necessita di eroine martiri a giustificazione della propria lettura ideologica della realtà. La storia di Marianna Manduca, Saverio Nolfo e dei loro tre figli si colora così di altre sfaccettature. Anzitutto, come detto, ci si aggancia alla storia del coltello. Se le forze dell’ordine e i giudici, si dice, avessero perquisito la casa dell’uomo, quando Marianna ha denunciato di essersi sentita minacciata, avrebbero trovato il coltello con cui poi lui l’ha uccisa, avrebbero potuto sequestrarlo ed evitare l’omicidio. Una sciocchezza. Probabile che in casa avrebbero trovato diversi coltelli: anche sequestrandoli tutti, Saverio avrebbe potuto facilmente procurarsene altri. E in ogni caso non c’è prova che Saverio l’abbia uccisa proprio con la lama che le aveva mostrato pulendosi le unghie. Ma la forzatura serve per accusare gli inquirenti di non aver fatto il possibile per salvare la donna. E questo non è l’unico aggancio: “è stata uccisa dopo aver presentato dodici denunce!”, è il grido di battaglia di chi si imbarca per la crociata. Omettendo furbamente di dire che anche Saverio aveva presentato denunce contro l’ex moglie e che le querele di quest’ultima, come detto, riguardavano fatti bagatellari. Quand’anche mandate in procedimento, avrebbero fruttato qualche multa per Saverio, niente di più. Difficile che chi premedita un omicidio si faccia fermare da un paio di ammende.

Insomma la crociata poggia sul nulla, eppure riesce ad affermare una versione dei fatti che diventa quella ufficiale: la morte di Marianna è colpa diretta di un uomo violento e indiretta delle istituzioni sorde al suo grido d’aiuto. Quest’ultimo aspetto diventa poi il principale nel momento in cui il tutore dei tre minori, un loro zio, chiede allo Stato un risarcimento denunciando proprio i magistrati che avrebbero omesso atti d’ufficio. Dopo qualche intoppo burocratico, la denuncia parte e ai tre figli della coppia viene riconosciuto un risarcimento di 250 mila euro, contro cui però lo Stato fa ricorso. I magistrati, si sostiene, hanno fatto in allora tutto ciò che gli era possibile fare, non c’è alcuna colpa a loro carico, dunque il risarcimento non va concesso. Tra un ricorso e un’impugnazione, la vicenda deve approdare nel prossimo futuro in Cassazione, che deciderà definitivamente se i figli di Marianna e Saverio abbiano diritto o no a quel risarcimento o se lo debbano restituire. E tuttavia anche sulla vicenda che riguarda i tre ragazzi, oggi maggiorenni, e sul loro diritto a ricevere un risarcimento si innesta la sciacallaggine del femminismo in una delle sue peggiori versioni, quella politica. Diversi soggetti, tutti appartenenti alla sfera della sinistra, si schierano infatti a favore del risarcimento e, implicitamente, contro la magistratura catanese.


Tanti saluti alla divisione dei poteri e a Montesquieu.


Francesca Puglisi

Farlo porta una serie di vantaggi propagandistici. Consente di dire che i giudici non sono preparati ad accogliere le denunce delle donne, o che le leggi vigenti sono ancora troppo poco restrittive e severe nel reprimere l’innata violenza maschile contro le donne, o che i finanziamenti per tutelare le vittime sono ancora troppo pochi, o tutte queste cose assieme. Un boccone allettante per chi sulla mitizzazione di eventi a conti fatti ancora molto rari in Italia, per fortuna, ha impiantato un bel business e un ampio giro di clientele politiche. Va in questa direzione addirittura la produzione di una fiction ispirata alla storia di Marianna e Saverio, mandata onda sulla RAI, dopo che la storia era già stata raccontata anche su trasmissioni settarie come “Amore Criminale” e simili. Il tutto sempre nella versione da “crociata” e non certamente in quella veritiera e razionale già delineata da Bruno Tinti o di altri (pochi) mass media desiderosi di inquadrare correttamente la vicenda. Ultimo atto in ordine di tempo è la mobilitazione della parlamentare PD Francesca Puglisi, già Presidente della “Commissione Femminicidio”. Qualche giorno fa rilascia un’intervista dove prova a premere sulla Cassazione affinché condanni i magistrati di Catania, ovvero lo Stato, a pagare il risarcimento ai figli di Marianna e Saverio. La Puglisi non è nuova a queste iniziative con cui cerca, da parlamentare, di fare pressioni sulla magistratura, e tanti saluti alla divisione dei poteri e a Montesquieu.

Ma cosa c’è di veramente concreto sotto la crosta maleodorante di questa crociata mediatica e ideologica costruita sulla tragica vicenda di Marianna, Saverio e dei tre figli? Qualcosa che nessuno o pochissimi hanno provato a esaminare. Anzitutto il conflitto separativo: i due si accapigliavano per l’affido dei figli. Molti media ai tempi riportarono che il tribunale li aveva affidati al padre (di cui oggi si dice fosse tossicodipendente, sebbene ai tempi il SERT locale lo avesse escluso). Una scelta eccentrica di cui non si trovano le motivazioni da nessuna parte. Qualcuno accenna anche ad atti alienanti dell’uomo contro l’ex moglie, rilevati poi dal Tribunale che stava appunto per togliergli l’affido e per darlo alla donna, cosa che avrebbe scatenato la violenza e causato l’omicidio. Abbiamo interpellato alcune persone collegate alla vicenda per avere un chiarimento di questo aspetto, senza però ricevere alcuna risposta chiara. Eppure sarebbe dirimente per inquadrare con correttezza il conflitto reciproco che era scoppiato tra i due ex coniugi: un’applicazione corretta della legge vigente sulle separazioni e affidi con buona probabilità avrebbe reso più difficile il degenerare della situazione. Oggi si cerca di colpevolizzare i giudici che non avrebbero dato seguito alle denunce penali di Marianna. Probabilmente sarebbero da indagare invece i magistrati civili che non promossero un vero affido condiviso paritario, sebbene già fosse pienamente vigente la legge relativa (54/2006). La storia di Marianna e Saverio, se proprio una crociata deve innescare, dovrebbe essere quella per un’applicazione corretta di quella normativa. Anzi un suo rafforzamento in termini di parità e bigenitorialità. Gli effetti sul calo dei conflitti e della violenza intrafamiliare sarebbero pressoché immediati e chissà, magari Marianna sarebbe ancora viva. Ma c’è troppo business attorno alle separazioni, dunque quella crociata non partirà mai.


E’ accaduto allora e accade sistematicamente ancora oggi.


C’è però anche un altro aspetto che meriterebbe una crociata, ma di quelle serie. L’accusa ai magistrati di aver ignorato le molte denunce di Marianna è impropria perché finge di ignorare un convitato di pietra, sempre il solito: le false denunce. Che, occorre ricordarlo, sono una vera piaga del sistema oggi come lo erano in passato. Pochi anni dopo la vicenda di Marianna alcuni studiosi depositarono un corposo documento in Senato dove alcuni di loro dicevano che soltanto tre denunce su cento, tra quelle presentate da donne per aver subito qualche tipo di violenza da uomini, erano fondate. Le altre erano strumentali, gonfiate o false. Rilevazioni successive mostrano che la proporzione, pur non essendo così estrema, rimane sbilanciata, con una media di 10/15 denunce fondate ogni cento. Insomma c’era e c’è un profluvio di querele che piombano sul tavolo di magistrati costretti per legge a valutarle. Una vera e propria saturazione del sistema che non permette alle autorità di individuare a colpo sicuro i casi di vera violenza. Questo è l’esito della propaganda “denunciate, denunciate, denunciate” di un certo femminismo politico nazionale. Un esito oggi peggiorato grazie a sciocchezze come il “Codice Rosso”. Che significano una cosa sola: paralisi o semi-paralisi del sistema.

Marianna è stata probabilmente vittima anche di questa stortura. La stessa che viene alimentata oggi dalle “crociate” che sulla sua morte costruiscono un simulacro e una mitizzazione che ancora chiede misure restrittive ed esorta tutte a denunciare sempre e comunque. Fosse possibile, sarebbe utile capire quante denunce avevano sul tavolo i magistrati di Catania quando Marianna andò a depositare le sue dodici, e quante di quelle sono poi finite in nulla. I figli di Marianna avrebbero così un elenco esaustivo di persone cui andare a chiedere il risarcimento. Le denunce della loro madre, pur nella loro rilevanza modesta, sono probabilmente finite annegate nel mare magnum delle altre e Marianna non è riuscita a “farsi notare” e a enfatizzare a dovere la propria vicenda. E’ accaduto allora e accade sistematicamente ancora oggi. Per questo oggi chi alimenta la crociata nel nome di Marianna Manduca non dovrebbe permettersi di fare pressioni sulla Cassazione o di utilizzare la morte tragica di quella donna (e anche di altre) per far crescere ancora di più gli effetti della propria falsificazione della realtà. Chi lo fa sono guarda caso stesse persone che si oppongono a una corretta applicazione della legge sulle separazioni e affidi o a un suo rafforzamento; sono le stesse persone che auspicano sempre più denunce da parte delle donne. Costoro, pensando alla povera Marianna e ai suoi figli, così come a tutte le altre vittime inascoltate, dovrebbero avere il buon gusto di guardarsi allo specchio e sputare sulla propria immagine. O per lo meno avere il buon gusto di tacere.


Leave a Reply

Your email address will not be published.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: