Nessuno rubi la scena al femminismo!

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo – E’ tale e talmente profondo il senso d’inferiorità che attanaglia le femministe da suscitare in esse un ossessivo desiderio di visibilità, di maggiore considerazione, di primazia in tutto. E’ un loro desiderio personale e di corporazione, che impongono all’opinione pubblica come cosa normale grazie alla furbesca copertura del farsi portavoce di “tutte le donne”, quando in realtà la maggioranza delle donne, quando non si limita colpevolmente a fiancheggiarle in modo passivo, ne prende le distanze in modo netto. Costoro dunque sguazzano nella propaganda martellante e fasulla felici come suini nel fango, provando l’ebrezza del potere nel produrre comunicati stampa lunari che, a seguito di una mera chiamata a una qualunque redazione, finiscono poi in prima pagina o poco più in là.

Stanti così le cose è facile immaginare quale sia il livello di irritazione che sta tormentando tutto il fronte femminista a fronte del predominio totale che la questione coronavirus sta avendo su tutti i media, nazionali e internazionali. Ormai è più di un mese che il problema, per altro un problema vero e pressante, tiene banco sui mezzi di comunicazione e informazione, sottraendo alla propaganda femminista prezioso lebensraum, spazio vitale. Perché le sciocchezze spacciate all’opinione pubblica hanno bisogno di spazio mediatico per consentire la sopravvivenza dei gruppi di interesse. Senza megafono dentro cui blaterare le proprie corbellerie, il femminismo si sfalda come un vampiro alla luce del sole, probabilmente emettendo gli stessi miasmi pestilenziali.


Un tentativo coordinato di riconquistare la ribalta.


Quanti danni il coronavirus stia portando all’economia femminista lo si capisce da alcune uscite che qua e là hanno fatto capolino sui giornali e sul web. Mentre il numero dei morti e dei contagiati sale in modo preoccupante, mentre le autorità assumono decisioni di profilassi molto severe, c’è infatti chi mostra non si sa se più coraggio o più faccia tosta dicendo che la patologia è colpa della “virilità” o che le vittime di “femminicidio” sono più di quelle da coronavirus. Accade ad esempio in questo articolo che, oltre a essere uno degli esempi più lampanti della miserabilità del giornalismo italiano, è un palese copia-incolla di qualche comunicato di qualche associazione terroristica rosa incapace di sopportare la frustrazione per la ribalta rubata dal coronavirus alla voce di Ro$a No$tra.

Lo si dice falsificando i dati, ovviamente: si dichiarano 14 femminicidi, quando in realtà sono meno della metà, come abbiamo visto ieri. Altrettanto ovviamente lo si dice falsificando la realtà: pochi giorni dopo, il 5 marzo, la conta dei morti per Covid-19 dà infatti un totale di 148 morti. Piacerebbe un sacco alle estremiste della bubbola che i “femminicidi” fossero di più, è il loro cinico e mostruoso sogno, in realtà, ma così non è. E i media, incuranti della falsità che grida vendetta di fronte ai tanti decessi per il virus, lascia loro spazio. Meno di quanto esse vorrebbero, ma glielo lascia. Quello del 28 febbraio però non è l’unico esempio. Giorni prima, a riprova che si tratta di un tentativo coordinato di riconquistare la ribalta, il concetto era già apparso sui media, con titoli fuori di testa tipo: “Femminicidi: emergenza maggiore del coronavirus“. Seh, piacerebbe…


I due capolavori.


Ed è proprio questa la sensazione che si trae: quella di un infastidito cinismo che accompagna un inconfessato desiderio a che le donne morte ammazzate siano di più, molto di più. Che il femminismo sia un’ideologia senz’anima né etica è noto, e una recente uscita di Michela Murgia dalla Bignardi, dove di nuovo c’era di mezzo il coronavirus, lo ha confermato senza tema di smentite, ma l’atteggiamento generale delle kapò con tacchi a spillo è tale da svelare in modo ancora più esibito, comico ma fastidioso, la loro profonda irritazione per la perdita delle luci della ribalta. E così ci si inventa di tutto per riuscire a cavalcare un pericolo globale come il coronavirus per non mollare la presa sulle proprie tematiche. Dalla patologia che influirebbe negativamente sul gender gap al sottolineare il merito delle donne nell’affrontare l’emergenza, passando per le terroriste rosa che si oppongono alle ordinanze che vietano gli assembramenti, accordandosi l’agio di deturpare un’intera città senza che nessuna paghi le conseguenze e senza che pressoché nessun mezzo di comunicazione di massa ne condanni la condotta, tutto è talmente parossistico da ispirare anche la creazione di alcuni gustosissimi meme.

Ma i capolavori sono essenzialmente due. Il primo ha un’origine internazionale: UN Woman, la lobby femminista che si è impossessata delle Nazioni Unite, rilascia un rapporto sulla parità di genere. La solita fuffa ideologico-propagandistica priva di fondamento, naturalmente, ma la giornalista TIziana Ferrario come titola la notizia? “La violenza contro le donne: una pandemia globale“. C’erano tanti modi per dirlo, ma la Ferrario sceglie proprio “pandemia”. Non è casuale. E’ come dire: signori, vi state sbagliando tutti, la pandemia che deve metterci tutti in allarme non è quella del Covid-19, ma quella della violenza sulle donne! Quanta sfacciataggine c’è in questo titolo? Quanta stupida recriminazione? Non è un modo per dare le notizie questo, ma è una giornalista che obbedisce alla necessità di alcuni gruppi di potere di sgomitare forte per restare in prima fila sotto la luce dei riflettori. Penoso. Il secondo capolavoro invece è nazionale, verace come solo Valeria Valente ne sa produrre. Nel commentare a Repubblica la morte di una donna all’ospedale di Napoli messo a ferro e fuoco da parenti e amici del ragazzo ucciso di recente dal Carabiniere, così afferma (vale la pena riportare integralmente):

Una notizia che riguarda una donna è purtroppo passata quasi completamente inosservata, oscurata dagli eventi legati all’uccisione del quindicenne Ugo Russo da parte di un carabiniere. Si tratta di un femminicidio avvenuto nel silenzio, che mi sembra una metafora di ciò che accade spesso. Durante la devastazione del Pronto soccorso del Pellegrini di Napoli è deceduta nello stesso presidio ospedaliero Irina, una donna straniera di 39 anni, pestata dal compagno. La gravità dell’assalto ad un servizio pubblico come il Pronto Soccorso, da condannare sempre e in particolare in questo momento così critico per la salute pubblica, ha spento l’interesse per il destino di una donna che era stata aggredita e picchiata ferocemente dal convivente, morta proprio nel corso dell’attacco. Nella violenza e nella confusione il mio pensiero va a Irina e alla sua famiglia, con l’auspicio che si renda giustizia a questo femminicidio.


Il loro re è nudo. E fa abbastanza schifo a vedersi.


valente
Valeria Valente

Detto in altre parole: come ha osato un quindicenne farsi ammazzare in quel modo, tanto da oscurare “l’ennesimo femminicidiio”? Questa è lesa maestà. Un ragazzo morto per una pallottola in testa non è degno di rubare la ribalta e le prime pagine all’ “ennesimo femminicidio”. Non doveva permettersi lui, non doveva permettersi il carabiniere che ha sparato, ma soprattutto non dovrebbero permettersi i media, che già considerano così poco le donne per dare priorità al coronavirus! Si noti l’uso delle parole che fa la Valente: inosservataoscurataavvenuto nel silenzioha spento l’interesse. Ma quanto schifo c’è in queste recriminazioni di genere? Ma quanto dispetto per la perdita delle visibilità, unico vero motivo per cui certi soggetti hanno a cuore vicende come violenze e omicidi? Dietro alle parole della Valente c’è un preconcetto, uno solo e gigantesco: le morti femminili valgono di più di qualunque altra morte o emergenza nazionale, dunque non ci si permetta di togliere loro le prime pagine. Un pensiero razzista, sessista, violento, ideologico che, spiace il termine forte ma è l’unico adeguato, fa vomitare. L’uscita di Valente è la sublimazione della citata frase schifosa di Michela Murgia: mostrano entrambe il feroce e disumano cinismo che domina e ispira le femministe convinte (Murgia) e quelle per posa e interesse (Valente). Un’ideologia tossica in mano a persone pericolose.

E al cinismo disumano si coniuga un fenomeno che ha un nome molto preciso: ipocrisia. Nullo è in realtà l’interesse del femminismo rispetto alle eventuali problematiche femminili. La priorità è restare visibili, surfare sempre in alto sulla cresta dell’onda mediatica, non interrompere mai il flusso di indottrinamento camuffato da informazione. C’è un intero settore economico-parassitario da alimentare e l’interruzione delle réclame subliminali provoca un danno enorme, ecco allora che le madame cercano di correre ai ripari come possono, esercitando appunto un’ipocrisia talmente smaccata ed esibita da lasciare senza parole. Come leggere di Nancy Brilli che ammette di aver rotto una gamba al suo ex compagno Ivano Fossati, proprio lei che è spesa contro la violenza di genere (è membro della consulta femminile in Vaticano ed è stata testimonial di Telefono Rosa…). Il loro panico e il loro agitarsi da formichine operose in questo momento di oscuramento della loro propaganda consente insomma di poter affermare che il loro re è nudo. E fa abbastanza schifo a vedersi.


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