Omotransfobico sarai tu. Nel silenzio generale

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LA FIONDA

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di Alessio Deluca. Prima e durante il lockdown dovuto al covid-19, il web e i social pullulavano di utenti malati di complottismo con diversi gradi di gravità. Moltissimi prefiguravano scenari tra “Blade Runner” e “1984”, delirando di microchip iniettati insieme ai vaccini, imminenti colpi di Stato, occupazioni militari, sottrazione indiscriminata di minori e chi più ne ha più ne metta. I più zelanti si lanciavano in profezie savonarolesche su uno scenario post-pandemia apocalittico dove tutti saremmo stati zombie eterodiretti da un “potere forte” a caso. A fianco di questi novelli Zamjatin si distinguevano i ribelli, quelli che, incollati dietro una tastiera, esortavano tutti a non credere all’informazione mainstream e a fare come loro: uscire, divertirsi, andare al ristorante e vaffanculo al sistema. Fiumi di parole e di bit sparati nella rete, mucchi di previsioni tutte risolte in niente. Siamo qui, con un numero impressionante di morti sul conto, ma uguali a prima. Nessuna apocalisse, nessuna limitazione permanente e significativa alle nostre libertà.

È importante mettere a fuoco questo tipo di mobilitazione internettiana, poi concretizzatasi nello chienlit del Generale Pappalardo, per sottolineare come la cittadinanza odierna sappia mobilitarsi con estrema passione quando si tratta di minacce inconsistenti, inventate o solo prefigurate dalla fervida fantasia che scaturisce naturalmente dalla cloaca della rete e dai social. C’è una sorta di piacere onanistico nel lasciare libero sfogo all’immaginazione per sentirsi tutti parte di qualcosa di fronte a un bau-bau che si sa benissimo non esistere. Una posizione comoda, facilitata dalla fatuità del mondo virtuale. Lì si attua oggi la ribellione delle masse: tanti topolini che squittiscono contro nemici immaginari e ombre proiettate in prospettiva. E quando arriva il momento in cui libertà e giustizia sono davvero in pericolo, i topolini scappano tutti, o sono tutti troppo spompati dalla lotta contro i mulini a vento per assumere la posizione scomoda degli oppositori veri a una realtà vera.


Un clima di violenza degno dell’Arabia Saudita.


Accade ora, proprio in questi giorni. Il 30 marzo scorso si sarebbe dovuto discutere in Parlamento il disegno di legge Zan contro l’omotransfobia. L’irrompere della pandemia ha fatto slittare la discussione apparentemente sine die, ed è bastata una mezza riapertura di tutte le attività che la maggioranza ha subito ricalendarizzato la discussione. Dopo settimane di blocco totale l’Italia ha bisogno di tutto dal lato sociale ed economico, le priorità dovrebbero essere dettate dalle tante saracinesche chiuse, dal tasso di disoccupazione schizzato in alto, dalle tante famiglie in grave difficoltà. Invece no: il nostro Parlamento, in mano a questa maggioranza gay-friendly, o forse più precisamente LGBT-made, ritiene prioritario occuparsi della legge sull’omotransfobia. In rete, tra i vari topolini da tastiera, tutto tace. Nessuno parla né di apocalisse né tanto meno di qualche perplessità rispetto alla tenuta della giustizia e della libertà, nel caso una norma del genere passasse. Il pericolo stavolta è reale, opponendosi c’è il rischio di venire attaccati come omofobitransofobi, dunque i topolini tacciono.

Eppure la situazione è grave. Perché lo sia è ben spiegato in questo articolo de “La nuova bussola quotidiana” (sì, un sito cattolico, e allora?), dove i motivi di una grave preoccupazione sono esposti in modo ordinato e argomentato. Eppure nessuno si muove: oltre alle facili accuse di qualchecosafobia, c’è il rischio di venire etichettati come fanatici confessionali. Ed è così che si innesca quel lassez-faire che apre le porte ai regimi, da un lato, e le porte di un carcere per tantissimi dall’altro. Si guardi allo schema, semplicissimo ed efficacissimo: strada sbarrata alle opposizioni attraverso l’attribuzione di diversi tipi di stigma (appunto omofobotransofoboestremista cattolico), e autostrada tracciata spacciando l’iniziativa come qualcosa di positivo, progressista, moderno, sacrosanto. Chiedete a una Cirinnà, a uno Spadafora, a uno Scalfarotto (il vero padre di questa legge raccapricciante, che vuole venire a capo della sua omosessualità spedendoci tutti in galera), vi diranno che è una norma contro il bullismo, contro la discriminazione, contro la violenza, contro la tragica condizione di omosessuali, lesbiche e trans, oppressi da un clima di violenza degno dell’Arabia Saudita. I numeri veri li smentiscono, ma “la gente” non li conosce. Se ne sta della versione emozionale, della magia suscitata dall’incantevole parola “diritti”, e dunque tace e acconsente.


Omotransfobico sarai tu.


Dice: la libertà di espressione (sancita dall’art.21 della Costituzione) è comunque già sottoposta a limiti. Non si può, ad esempio, appellarsi ad essa per istigare altri a commettere un reato o per fare apologia di un crimine. Dunque tutta l’agitazione di chi ama la libertà e vede come fumo negli occhi il DDL Zan è ingiustificata o inefficace. Non è così: la ratio di quelle limitazioni è che potrebbero portare qualcuno a commettere davvero reati gravi. Limitare quella parte di libertà di espressione significa tutelare tutta quanta la comunità sottoposta alle leggi. Una ratio importante, ben fondata. Con il DDL Zan, anche il mero sollevare dubbi o critiche al modello esistenziale omosessuale o transgender acquisirebbe lo stesso livello di indegnità: la critica a una ideologia riguardante un ristretto numero di persone verrebbe classificata come attacco a tutta intera una comunità. Gli animali della fattoria sarebbero tutti uguali, ma alcuni sarebbero più uguali di altri. Soprattutto lo sarebbe la loro specifica visione del mondo e del futuro. Sarebbe la certificazione di un privilegio mettendo in dubbio il quale si rischierebbe il carcere sul serio. Le pene previste dal DDL Zan per “discorsi omotransfobici”, definibili come tali arbitrariamente dal giudice di turno, sono più o meno le stesse degli atti persecutori e di altri reati gravi contro la persona. Come dice giustamente l’articolo sopra citato, si tratterebbe per molti di scegliere tra il silenzio e il martirio. Tutto molto evidente, molto concreto, eppure (anzi proprio per questo) i topolini da tastiera tacciono.

Nel mondo degli unicorni dove vivono le lobby arcobaleno le contraddizioni si sprecano. Non stupisce dunque pensare che se il DDL Zan fosse già vigente oggi, l’intera ArciLesbica, ossia un’organizzazione che da quella norma dovrebbe essere difesa, verrebbe facilmente incriminata per transfobia a causa delle sue recenti prese di posizione contro l’identità di genere. Da ciò si comprende come, oltre a tutto il resto, il DDL Zan possa assumere anche la funzione di strumento di epurazione contro chi si oppone alla diffusione di un’ideologia indispensabile a certi equilibri di potere e soprattutto a certi commerci disumani e infami. In ballo c’è un vero e proprio progetto di futuro: da un lato la possibilità di riprogrammare le relazioni tra sessi secondo la realtà dei fatti e sulla base di un dialogo produttivo, non inquinato da ideologismi folli e distruttivi; dall’altro lato quel mostro, che in parte divora se stesso ma soprattutto divora individui e società, rappresentato dall’alleanza femminismo-gender, con tutto il suo carico disumano di repressione, oppressione e censura. Il pericolo è reale e imminente. Eppure nelle strade e nelle piazze, siano esse virtuali o no, non scende nessuno, nessuno emette un suono. Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. L’Italia è tutt’altro che beata: per destarsi ha bisogno di un gran numero non di eroi ma di martiri. E se passa questa legge, li avrà. Da quel momento, infatti, non sarà più vero soltanto che stalker sarai tu. Sarà vero anche che omotransfobico sarai tu. Attenderemo che le carceri trabocchino di persone qualunque, ree di aver semplicemente espresso un’opinione contraria al mainstream, e forse qualcuno troverà il coraggio di alzare la voce.


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