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Perché non possiamo non dirci anti-femministi

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LA FIONDA

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Immaginiamo di assistere alle Olimpiadi. Sta per iniziare la finale dei cento metri. Gli atleti si dispongono ai blocchi di partenza. Due di loro, non si capisce il perché, partono da blocchi posizionati un metro avanti rispetto agli altri. Se accadesse, la folla si alzerebbe e protesterebbe a viva voce. Semplicemente non sarebbe giusto. Ora immaginiamo che i blocchi siano tutti nello stesso punto: tutti i competitori partono dalla stessa linea. Sparo, partenza, arrivo e classifica. Sul grande display dello stadio però i nomi dell’oro, argento e bronzo non corrispondono ai primi tre che hanno tagliato il traguardo. Mormorii increduli e proteste dal pubblico. Uno speaker spiega dagli altoparlanti che nuove regole riservano uno dei primi tre posti a un atleta con gli occhi azzurri e a uno a un atleta che porti la barba, anche a costo di ripescarli dagli eliminati delle fasi precedenti. L’intero stadio si solleverebbe: anche in questo caso sarebbe un’ingiustizia inaccettabile. Ebbene, il primo caso descrive una violazione di quella che viene definita uguaglianza delle opportunità, il secondo rappresenta quella che viene definita uguaglianza degli esiti.

L’uguaglianza delle opportunità pone sullo stesso piano tutti gli individui, lasciando che ognuno di essi esprima le proprie capacità e i propri talenti, la propria inclinazione a rinnovarsi e formarsi per ottenere risultati coerenti con le proprie aspirazioni. E’ uno scenario win-win, come si dice in termini scientifici, ovvero dove tutti hanno da guadagnare: sia l’individuo, che ha nell’ampia scelta di opportunità la possibilità di esprimere se stesso secondo le proprie proclività, sia la comunità, che sarà così composta di persone capaci di dare il meglio di sé, di mettere in campo competenze di eccellenza, come tali strumento di miglioramento e progresso collettivo. Ed è anche uno scenario protetto. L’uguaglianza delle opportunità tendenzialmente premia chi si impegna e chi merita, rendendo la vita difficile a chi cerca scorciatoie, a chi pretende privilegi immeritati, a chi usa pratiche illegali (corruzione, mercificazione di sé) per raggiungere obiettivi che non è in grado di raggiungere con le proprie capacità. L’ampia scelta di opportunità e una piena uguaglianza di accesso ad esse, insomma è dal punto di vista socio-economico una chiave di progresso, se inserita in un contesto gerarchico, come sempre accade in organizzazioni fondate su valori condivisi (e l’organizzazione umana non fa eccezione).

L’idea sottesa all’uguaglianza degli esiti ha invece una logica differente. Essendo la comunità umana composta di individui differenziati tra di loro da una serie di caratteristiche, è giusto garantire a tutti l’accesso a qualsivoglia posizione, nel rispetto delle e proporzionalmente alle varie diversità. Il presupposto è che l’accesso agli esiti sia un diritto universale non dipendente da talenti e meriti, ma discenda direttamente dal complesso puzzle che compone il quadro sociale generale. Il presupposto organizzativo invece è che non esista (e se esiste vada combattuta) struttura gerarchica sulle cui pendici arrampicarsi in termini competitivi attraverso la messa in gioco dei talenti, delle inclinazioni e della competenza individuale. Tutti fattori troppo facilmente inquinabili da anomalie tipicamente umane quali la corruzione, il nepotismo, le preferenze di vario tipo (sessuali, etniche, di genere, religiose e così via). Anomalie troppo radicate e diffuse per garantire che il sistema contrapposto, quello dell’uguaglianza delle opportunità, possa funzionare a dovere. C’è una visione pessimistica di fondo alla proposta di un’uguaglianza degli esiti: il sistema è pensato apposta per tenere fuori alcuni individui e mandare avanti altri. Dunque è necessario imporre una forma di bilanciamento forzando un’uguaglianza negli esiti.


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Le differenze tra le due visioni sono radicali e inconciliabili, lo si capisce chiaramente. La prima, per sua stessa costituzione, richiede che obiettivi, traguardi e posizioni vengano definiti con precisione, così come i requisiti richiesti per raggiungerli o accedervi, ed è coerente con la competitività già presente in natura (oltre che nei correnti sistemi economici). La seconda comporta una totale assenza di requisiti e si basa essenzialmente su fattori numerici legati alla presenza di questa o quella caratteristica tipica di un gruppo di individui. Le conseguenze sono chiare: l’uguaglianza delle opportunità è antidiscriminatoria, pacifica e unificante. Non importa chi sei, da dove vieni, cosa pensi o chi preghi: quando parti sei uguale agli altri. Se saprai meritartelo, arriverai primo o tra i primi, altrimenti resterai indietro, là dove le tue capacità e le tue competenze ti posizionano e dove puoi rendere al massimo delle tue possibilità. Difficile, faticoso, ma è così (esattamente com’è la vita). L’uguaglianza degli esiti è invece discriminatoria, conflittuale e divisiva. Individua minoranze che hanno diritto all’uguaglianza degli esiti, a prescindere da ogni merito, e così induce le comunità a polarizzare le proprie appartenenze, a dividersi in tribù, ognuna reclamante il proprio diritto a un posto al sole. Storicamente non c’è nulla più della polarizzazione o della tribalizzazione della società a generare tensioni, conflitti, guerre.

Le due visioni si sono sempre confrontate e scontrate, nelle loro diverse declinazioni filosofiche, politiche, culturali e sociali, e nella tensione dialettica tra di esse è risieduto il potenziale espresso per il progresso delle società. Ciò a cui assistiamo oggi, tuttavia, è un potenziamento poderoso delle istanze legate all’uguaglianza degli esiti, costituitasi, sulla scia di un neo-marxismo moderno e degenerato, in ideologia strutturata e rassicurante. Un’ideologia che, partendo dalle università anglosassoni, ha fatto presa sulla sinistra in pressoché tutte le sue articolazioni, dilagando e facendosi narrazione comune. Come tale è giunta a lambire anche buona parte dei gruppi liberali e dei regolatori apicali delle società (magistratura, amministrazioni), anche grazie alla spinta potentissima data dai media di massa, che trovano in quella versione dei fatti un aggancio estremamente redditizio. Il dilagare delle istanze favorevoli all’uguaglianza negli esiti, che si armonizzano perfettamente con la vulgata del politicamente corretto e della cultura del piagnisteo, rappresenta un vero e proprio pericolo per le comunità. Per motivi che è facile comprendere con qualche esempio.

Le “quote rosa”, ad esempio, sono concettualmente il prototipo di uguaglianza degli esiti. Ovunque si applichino, esse rappresentano una forzatura che sottende logiche distruttive. Come la percentuale di invalidi che è obbligatorio per le aziende assumere oltre un certo numero di dipendenti, per garantire a chi è fattualmente impedito o ostacolato dalla propria situazione a svolgere un lavoro, così il concetto di quote rosa attribuisce implicitamente alle donne un carattere di inabilità, derivato non da fatti (come è uno stato di disabilità), ma dalla presunta, perché ideologicamente affermata, oppressione patita in passato, in un contesto di indimostrabile patriarcato oppressivo. Un simile processo coinvolge non solo le donne, ma anche altre sotto-comunità: gli omosessuali o le lesbiche, i transessuali, le persone di colore negli USA, in Italia gli extracomunitari in generale, e altri. L’effetto immediato è di innescare una corsa alla divisione e al riconoscimento come “minoranza un tempo oppressa”, tale da consentire il passaggio all’incasso negli esiti, a prescindere da meriti e competenze. La scelta delle minoranze “meritevoli” rimane però del tutto arbitraria, soggetta al capriccio di pochi ideologi, opinion leader o di alcune lobby, che includono alcuni escludendo altri. Se il parametro è la passata oppressione, non si comprende perché non dovrebbero esserci anche quote di David per gli ebrei, quote di Manitù per i nativi americani, quote armene, e così via. L’arbitrarietà che alcuni si arrogano nella scelta delle minoranze un tempo oppresse e ora da premiare negli esiti è un ulteriore strumento di avvelenamento dei pozzi del pacifico e corretto vivere comunitario.


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Come risultati si hanno infatti la polarizzazione, la tribalizzazione e dunque la guerra permanente. Mai come in questo tempo, prendendo il tema che sta più a cuore a questo blog, il rapporto tra uomini e donne è stato così conflittuale come oggi, in Italia a un livello che per altro impressiona gli osservatori esteri. Non solo: il prevalere di questa ideologia, definibile come neo-femminismo quale branca di dettaglio di un più generico neo-marxismo moderno e degenerato, non ha più l’obiettivo, come in passato, di bilanciare gli aspetti gerarchici tipici delle organizzazioni umane fondate sui valori, curandosi di massimizzare l’inclusione nella piramide, o per lo meno di minimizzarne gli effetti esclusivi attraverso un rapporto dialettico. L’obiettivo è scardinare la logica gerarchica, cui sono legati i concetti di uguaglianza delle opportunità e valorizzazione delle competenze. L’obiettivo è appiattire la piramide fino a farne scomparire l’apice, in un processo disgregativo da cui alla fine nessuno, tranne pochi, trarranno vantaggio, con il caro prezzo della demolizione degli equilibri sociali. Recuperando la retorica femminista, la copertura è bell’e pronta, facile facile da spiegare ed elementare da capire per chi non ha strumenti di riflessione adeguati: le donne sono il 50% della popolazione, dunque hanno diritto al 50% degli accessi in esito alle diverse posizioni, nel nome di un’uguaglianza che è dovere del sistema garantire. Non molto tempo fa Michela Murgia su questa base reclamava la presenza di donne opinioniste sulla prima pagina dei maggiori quotidiani nazionali. La rivendicazione era sul numero (appunto: “dato che le donne sono il 50% della popolazione…”), non sulla base della competenza o della capacità di elaborare contenuti interessanti, con ciò per altro sminuendo volgarmente quelli prodotti da altri giornalisti di sesso maschile.

Il paradosso di tutto questo è che, applicando rigorosamente i dettami dell’uguaglianza negli esiti, si ottengono risultati esattamente opposti a quelli attesi: non maggiore ma minore uguaglianza. Il nord Europa si è prestato a farsi laboratorio in questo senso. In Scandinavia l’uguaglianza negli esiti, così come altre mostruosità, sono da tempo legge dello Stato. Comprimendo le differenze culturali tra uomini e donne, quelle norme hanno spinto al massimo, come compensazione, le differenze biologiche. Ad esempio non ci sono altre aree in Europa o in occidente dove le donne siano meno presenti nelle facoltà universitarie tecnico-scientifiche che in Scandinavia; in nessun paese europeo il tasso di violenze, stupri e abusi nei confronti delle donne è alto come in Danimarca, Svezia e Finlandia. Lo schiacciamento delle società in un’uguaglianza coatta degli esiti ha esacerbato le differenze, invece che attenuarle, in quelle che sono considerate patrie (anzi “matrie”) dell’ideologia neo-femminista concretamente messa in atto. A dimostrazione ulteriore che le teorie marxiste e i loro derivati, una volta messi in pratica, determinano mostruosità, come se l’Unione Sovietica e l’est europeo non fossero storicamente bastati a provarlo. Alla luce di questo, è chiaro come oggi, per la stessa preservazione degli equilibri sociali che hanno portato al progresso, pur con mille difficoltà, tornare a combattere unitamente per un’uguaglianza delle opportunità sia un dovere. E le prime a sentire questo dovere, ragionamenti e numeri alla mano, dovrebbero essere, per il loro stesso interesse, proprio le donne, che dovrebbero aborrire e combattere strenuamente il concetto di uguaglianza forzata degli esiti propugnata dal neo-femminismo radicale. Per questo chiunque abbia una coscienza civica, storica, culturale e politica oggi non può non dirsi anti-femminista.


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18 thoughts on “Perché non possiamo non dirci anti-femministi

  1. https://old.reddit.com/r/MensRights/comments/ag2qab/gillettes_new_commercial_but_with_women_instead/

    Quando gli argomenti non mancano… Vedere l’articolata risposta alla solita che ritiene di essere femminista ma per l’uguaglianza (ah ah!), quindi una VERA (multiplo ah ah!) femminista. Lei.

    [–]gerdie2 4 points 19 hours ago

    As a feminist, i would support that ad 10000% , women who believe its women > men and not women = men are not feminists at all. They are trash.

    [–]iforgiveheranyway 4 points 15 hours ago

    You can support equal rights for men and women without being a feminist. Misandry has taken total control of the feminist movement and run wild with it. It’s beyond saving this point IMO.

    [–]gerdie2 -4 points 15 hours ago

    Feminism = equality between men and women Not feminism = women > men/ men > women If women are doing things “in the name of feminism” that are actually women> men… they aren’t ACTUALLY feminists. Just like how people use religion to preach hate- they’ve got it all wrong. I don’t let some women ruin what feminism stands for.

    [–]iforgiveheranyway 5 points 14 hours ago

    So what you’re saying is that you, a commenter using a username on an internet forum are the true feminist, and the feminists actually responsible for changing the laws, writing the academic theory, teaching the courses, influencing the public policies, and the massive, well-funded feminist organizations with thousands and thousands of members all of whom call themselves feminists… they are not “real feminists”.

    That’s not just “no true Scotsman”. That’s delusional self deception.

    Listen, if you want to call yourself a feminist, I don’t care. I’ve been investigating feminism for more than 9 years now, and people like you used to piss me off, because to my mind all you were doing was providing cover and ballast for the powerful political and academic feminists you claim are just jerks. And believe me, they ARE jerks. If you knew half of what I know about the things they’ve done under the banner of feminism, maybe you’d stop calling yourself one.

    But I want you to know. You don’t matter. You’re not the director of the Feminist Majority Foundation and editor of Ms. Magazine, Katherine Spillar, who said of domestic violence: “Well, that’s just a clean-up word for wife-beating,” and went on to add that regarding male victims of dating violence, “we know it’s not girls beating up boys, it’s boys beating up girls.”

    You’re not Jan Reimer, former mayor of Edmonton and long-time head of Alberta’s Network of Women’s Shelters, who just a few years ago refused to appear on a TV program discussing male victims of domestic violence, because for her to even show up and discuss it would lend legitimacy to the idea that they exist.

    You’re not Mary P Koss, who describes male victims of female rapists in her academic papers as being not rape victims because they were “ambivalent about their sexual desires” (if you don’t know what that means, it’s that they actually wanted it), and then went on to define them out of the definition of rape in the CDC’s research because it’s inappropriate to consider what happened to them rape.

    You’re not the National Organization for Women, and its associated legal foundations, who lobbied to replace the gender neutral federal Family Violence Prevention and Services Act of 1984 with the obscenely gendered Violence Against Women Act of 1994. The passing of that law cut male victims out of support services and legal assistance in more than 60 passages, just because they were male.

    You’re not the Florida chapter of the NOW, who successfully lobbied to have Governor Rick Scott veto not one, but two alimony reform bills in the last ten years, bills that had passed both houses with overwhelming bipartisan support, and were supported by more than 70% of the electorate.

    You’re not the feminist group in Maryland who convinced every female member of the House on both sides of the aisle to walk off the floor when a shared parenting bill came up for a vote, meaning the quorum could not be met and the bill died then and there.

    You’re not the feminists in Canada agitating to remove sexual assault from the normal criminal courts, into quasi-criminal courts of equity where the burden of proof would be lowered, the defendant could be compelled to testify, discovery would go both ways, and defendants would not be entitled to a public defender.

    You’re not Professor Elizabeth Sheehy, who wrote a book advocating that women not only have the right to murder their husbands without fear of prosecution if they make a claim of abuse, but that they have the moral responsibility to murder their husbands.

    You’re not the feminist legal scholars and advocates who successfully changed rape laws such that a woman’s history of making multiple false allegations of rape can be excluded from evidence at trial because it’s “part of her sexual history.”

    You’re not the feminists who splattered the media with the false claim that putting your penis in a passed-out woman’s mouth is “not a crime” in Oklahoma, because the prosecutor was incompetent and charged the defendant under an inappropriate statute (forcible sodomy) and the higher court refused to expand the definition of that statute beyond its intended scope when there was already a perfectly good one (sexual battery) already there. You’re not the idiot feminists lying to the public and potentially putting women in Oklahoma at risk by telling potential offenders there’s a “legal” way to rape them.

    And you’re none of the hundreds or thousands of feminist scholars, writers, thinkers, researchers, teachers and philosophers who constructed and propagate the body of bunkum theories upon which all of these atrocities are based.

    You’re the true feminist. Some random person on the internet.

    1. “forse non ha mai parlato con una moltitudine di uomini che quello stesso
      nonnismo lo hanno subito”

      Nemmeno con suo padre:

      “Giulia crede fortemente in questo lavoro, forse perché figlia di un pilota militare che ha contribuito, con la sua stessa esistenza, a alimentare la sua passione.”

      1. forse però questa è un’occasione per eliminarlo finalmente questo nonnismo, per chiunque donna o uomo che sia

      2. @Foxtrot
        lo so che è figlia di un ufficiale….appunto.

        oggi salta fuori un VIDEO in cui la signorina fa nonnismo su un cadetto.
        Ops !
        Anche le donne, come tutte le persone di questo mondo, fanno nonnismo.

        il fascicolo ora è pronto per la archiviazione dalla procura militare.

  2. Articolo molto interessante, come sempre d’altronde, anche se va scritto che in verità alle femministe della parità degli esiti non interessa nulla. E’ semplicemente una tattica per raccattare quanto più possibile laddove le donne si trovano in inferiorità numerica rispetto agli uomini, soprattutto nei posti di comando, nei media, nei vertici aziendali, nella politica , ecc.. Se improvvisamente diventassero di più, improvvisamente tutta questa retorica terminerebbe. In quei settori infatti in cui sono in superiorità numerica, se ne guardano bene dal proporre qualsiasi parità negli esiti. Il neofemminismo è una delle più grandi truffe della storia, sono false come una moneta da tre euro. Lo capirebbe anche un bambino delle primarie, ma non gli ideologizzati che continuano a credere alla favola del femminismo per la parità dei sessi. Non c’è più sordo di chi non vuol sentire, non c’è più cieco di chi non vuol vedere.

    1. Esatto, e non è che nei settori dove le donne sono predominanti si guardano bene dal proporre quote azzurre o accogliere uomini nei centri antiviolenza e fare luce sulla violenza domestica ai danni degli uomini: magari facessero finta di niente, sarebbero furbastre ma non del tutto ostili.
      Invece si oppongono proprio con le unghie e con i denti a queste cose.

  3. La vera rivoluzione e’ passare dal contratto di matrimonio al Contratto di Divorzio.
    Alla Regina non gli frega niente del contratto di matrimonio di Kate.
    Quello sta’ nei registri della parrocchia e non conta un cazzo.
    La Regina ha nel suo cassetto il Contratto di Divorzio firmato da Kate.
    E sul quel foglio e’ scritto tutto quello che la Regina puo’ e deve fare in caso di divorzio, compreso il fatto che se Kate dichiara il falso … gli fa’ fare la fine di Anna Bolena.
    Anche il popolo minuto deve imparare a ragionare in termini di Contratto di Divorzio.
    Poi, se le donne vogliono le quote rosa per andare a lavorare fino all’eta’ di 67 anni, partorendo figli sul tavolo da lavoro al nono mese di gravidanza … questo non e’ un problema mio, e nemmeno vostro.

  4. Ciao Davide

    Per me non si tratta affatto di una deriva neo-Marxista.
    Secondo me, la retorica che si vuole dare al femminismo, ovvero che questo movimento sia a “sinistra” è pura fuffa, vuota retorica appunto. Le Cape del femminismo odierno, si occupano di mantenere questa retorica del “siamo a sinistra, noi siamo i buoni” semplicemente per ingannare.
    Oggi il femminismo, è una delle tante espressioni del capitalismo moderno ma, probabilmente lo è stato da sempre.

    Metto il link di questo articolo. che trovo molto interessante.

    http://effimera.org/come-il-femminismo-divenne-ancella-del-capitalismo-di-nancy-fraser/

  5. Un’altra cosa il femminismo E’ a favore della meritocrazia e della competizione.
    Chi non ci crede provi a parlare di quote azzurre con qualsiasi femminista che abbia un minimo peso politico: “Karl Marx” si trasformerà all’istante in “Oscar Giannino” e sentirete tutte le argomentazioni pro-meritocrazia delle femministe. E sono tante.
    Non troverete mai una femminista di peso che non difenda la meritocrazia dalle quote azzurre.

    Le femministe sono per la meritocrazia ma pensano che se la donna perde è perché la competizione è truccata.

  6. Il femminismo NON è il marxismo e NON è marxista, ne parassita selettivamente alcune parti.
    Il marxismo è una TEORIA ECONOMICO-SOCIALE (in parte sbagliata) frutto della mente MASCHILE.
    Il femminismo chiede e ottiene e celebra le quote rosa nei CONSIGLI D’AMMINISTRAZIONE CAPITALISTI: non esistono marxisti a cui verrebbe in mente una cosa simile, non ci arriverebbero neppure.

    1. Concordo. Si rifanno al termine “sinistra” per ingannare…non mi riferisco a Davide, ma ai sostenitori del femminismo in generale.
      Il femminismo è Capitalismo sfrenato….e se non vediamo le contraddizioni nel mondo a sinistra, è semplicemente perchè negli ultimi 45 anni, le sinistre, si sono trasformate in perfette e micidiali macchine di propaganda della dottrina economica capitalista per eccellenza: Neoliberismo.

    2. il femminismo come ogni movimento politico ha molte correnti che la pensano anche in maniera diametralmente opposta su determinati temi (sai benissimo che su prostituzione, pornografia, maternità surrogata ma anche il velo islamico ci sono scontri ache laceranti all’interno del femminismo, la divisione tra il femminismo della differenza e quello emancipazionista, ma ache il femminismo intersezionale che sulla questione della transessualità ha idee molto diverse da quelle del femminismo della differenza), quindi c’è un femminismo definito “liberale” che esulta per le donne nei consigli d’amministrazione capitalisti, e per le donne soldato ma c’è anche un altro femmismo questo sì marxista ma anche anarchico radicale che non esulta per niente, e polemizza duramente (e eccessivamente secondo me) con coloro che chiama con disprezzo “libfem”, o “femminismo bianco borghese”.
      Quindi dipingere il femminismo come un monolite fatto di gente che la pensa allo stesso modo su tutto è sbagliato. Sarebbe come dire che Martin Luther King e Malcolm X la pensavano allo stesso modo solo perchè entrambi volevano la libertà degli afro-americani, il fatto è che avevano idee molto diverse su cos’era la libertà e su come ottenerla. Nel femminismo è lo stesso

      1. Balle.
        Io ho citato temi ben precisi e NON parlo di sesso / #metoo
        Citami una femminista importante che sia:
        Contro gli incentivi alle femmine nelle università
        Contro le quote rosa nei CdA
        A favore della parità genitoriale post- divorzio (DDL Pillon, almeno la parte dei tempi paritari)
        A favore di accogliere gli uomini nei centri antiviolenza

        Me ne basta una sola.

        Alltrimenti taci.

        1. E specifico pure che mi basta UNA SOLA femminista che sia come detto per UNO SOLO dei quattro temi che ho citato.
          Ripetiamolo:
          Contro gli incentivi alle femmine nelle università
          Contro le quote rosa nei CdA
          A favore della parità genitoriale post- divorzio (DDL Pillon, almeno la parte dei tempi paritari)
          A favore di accogliere gli uomini nei centri antiviolenza

          E ci aggiungo pure il quinto tema, il mitico e inesistente “le femministe sono per la parità di risultati”.
          Mi si trovi UNA SOLA femminista che sia a favore delle quote rosa PERO’ ANCHE delle quote azzurre.

          Me ne basta UNA SOLA su UNO SOLO di questi cinque temi

          Però deve essere una femminista importante, italiana e deve essere DECISA: NON basta che dica “in un mondo ideale le quote rosa non servono ma…”

          NON esiste, e quindi se NON esiste NON esistono le femministe “marxiste”, perché NESSUNA persona marxista è mai stata né mai sarà a favore di avere quote nei CdA CAPITALISTI.

          1. se ti informassi sapresti che in italia e all’estero ci sono e ci sono state femministe radicali anti-capitaliste a cui dei Cda non frega assolutamente nulla, e la femminista americana Jessa Crispin (certo non è italiana) ha scritto un libro proprio per criticare il femminismo che esulta per “le quote rosa nei Cda”.
            Carla Lonzi era una femminista italiana degli anni ’70 che non condivido per molti versi ma ti posso assicurare che delle quote rosa nei Cda non gliene fregava nulla anzi come femminista della differenza criticava alla radice il concetto di “parità” come era inteso nelle società liberali e capitaliste e anche dal femminismo emancipazionista

  7. Non esiste il neo-femminismo, il femminismo quello è, sin dalla dichiarazione di Seneca Falls del 1848. Prova: leggere gli scritti misandrici e invocanti la supremazia femminile di Elizabeth Cady Stanton.
    Né le pari opportunità né i pari risultati sono mai stati l’obbiettivo del femminismo: un’ideologia chd vuole identici risultati per donne e uomini sarebbe dannosa ma PARITARIA. Il femminismo non è per la parità, né di opportunità né di risultati.

    Il femminismo è per:

    Promuovere la parità teorica tra donne e uomini ovunque le donne appaiano in svantaggio, SINO A RIBALTARE LA SITUAZIONE. PROVA PROVATA: lauree femminili (già 64,4% dei master e 60% del totale di tutti i tipi – la richiesta di agevolazioni riservate alle donne prosegue – di recente:ottenuti incentivi alle università che fanno laureare più donne), donne in magistratura, già maggioranza, lo sforzo prosegue e si sviluppa inoltre un movimento che chiede che le donne non vadano in galera.

    Consolidare e difendere i vantaggi femminili – PROVA PROVATA: OPPOSIZIONE ALLA PARITA’ GENITORIALE, OPPOSIZIONE A RICONOSCERE LA VIOLENZA DOMESTICA SUGLI UOMINI.

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