Psicoreati, neolingua e oppressione: esempi e motivi dello stallo

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Cercando di dare uno sguardo complessivo al mondo è facile capire quali siano i problemi che maggiormente attanagliano le società. La mancanza di lavoro e opportunità per una vita soddisfacente, le incognite relative al clima, la salute, la sicurezza di fronte ai pericoli e alle devianze. Attorno a questo nucleo orbitano poi altri problemi secondari, spesso derivati dai primi, ma comunque sempre molto concreti. Ed è su queste questioni che, comprensibilmente, si appunta l’attenzione delle persone: ciò che attiene a questioni più teoriche e apparentemente più “alte” passa in secondo o terzo piano, difficilmente entra nel dibattito pubblico. Democrazia, libertà, formazione e informazione sono considerati corollari o tematiche da “professoroni”. Eppure sono la chiave di volta per poter affrontare con efficacia i problemi più immediati e concreti.

E’ che spesso la risoluzione di quei problemi si scontra con interessi consolidati e organizzati, che dunque fanno il possibile per mettere le società in condizione di non confrontarsi liberamente, dunque di non nuocere. Ecco allora che questioni come democrazia, libertà, informazione e formazione diventano cruciali: da possibile strumento per sradicare i problemi alla radice, diventano arma di repressione, oppressione, censura. Manipolando quei valori e i processi che vi sono collegati si ottiene di rendere del tutto inoffensivo il discorso pubblico. Il capolavoro di questo secolo è che il risultato repressivo lo si ottiene non più con fucilazioni, manganellate o con la prigione, bensì con un’oppressione in guanti di velluto. Talmente delicata nella sua determinazione da convincere la stessa opinione pubblica che quell’oppressione sia la normalità, se non addirittura qualcosa di benevolo e giusto. Anche, se non soprattutto, quando si negano i fatti.


Un uomo non può diventare donna.


J.K. Rowling
J.K. Rowling

J.K. Rowling, l’autrice di “Harry Potter” era considerata un mostro sacro dell’era contemporanea, fino a qualche giorno fa. Fino a quando non ha pubblicato un tweet. Si badi: un tweet, un messaggio breve buttato in internet tra miliardi di altri, niente di veramente significativo. Nel suo messaggio Rowling esprimeva solidarietà per una femminista licenziata dal proprio posto di lavoro per transfobia, per aver detto che un uomo non può diventare donna. Licenziata perché ha detto la verità, insomma. Dietro la frase della donna c’è la mostruosa contraddizione insita nell’alleanza tra femminismo e mondo LGBT, due entità palesemente in competizione, ma al momento uniti in una lotta ideologica ferocissima per l’acquisizione di ogni possibile privilegio. In attesa che la contraddizione deflagri (e ci vorrà ancora tempo), di tanto in tanto accadono esplosioni di questo tipo: femministe “pure” che non ci stanno all’equiparazione di un trans al mondo femminile. E che nell’opporsi spesso ci lasciano le penne.

L’appoggio alla donna licenziata è valso alla Rowling una tempesta di merda planetaria, commisurata alla sua fama. Improvvisamente la “mamma di Harry Potter” ha perso la sua sacrale intoccabilità. I suoi profili social sono stati presi d’assalto da tutto il mondo LGBT organizzato, che si è tirato dietro una fetta consistente di fan della scrittrice: pieni di indignazione, l’hanno etichettata come transofoba e hanno abiurato il proprio apprezzamento. Nel mucchio si sono letti messaggi di trans oltre il limite della sofferenza psichiatrica (uno si augurava di vedere Rowling annegare nel piscio dopo essere stata bastonata, concludendo il tweet con l’hashtag #loveislove). Una vera e propria armata si è scatenata in rete, costringendo molti, che avevano solidarizzato con la scrittrice, a chiedere scusa pubblicamente. Tra le poche che resistono rocciosamente c’è stata l’opinionista americana Daisy Cousens, (che consiglio vivamente a tutti di seguire, occorre sapere l’inglese però). In un suo tweet rimproverava una utente per essersi scusata e nel farlo ha dettato la linea della resistenza a queste follie ideologiche: “mai mai scusarsi con questi attivisti di estrema sinistra dei Social Justice Warriors. Non saranno mai soddisfatti, serve solo a incoraggiarli ulteriormente”.

It's ok to be whiteVa segnalato, nel caso non fosse chiaro, che tutto è avvenuto su una piattaforma social. Rowling non ha picchiato a sangue un trans, ha solo espresso su un mezzo di comunicazione informalissimo la propria opinione. Per di più in modo estremamente pacato: “Vestitevi come vi pare, fatevi chiamare come vi pare, andate a letto con qualsiasi adulto consenziente: ma cacciare le donne dal loro posto di lavoro per aver affermato che il sesso è una cosa reale?”, aveva scritto. Il concetto di base è: non si rovina la vita di una persona perché dice la verità. Un’opinione come un’altra, per altro condivisibilissima, espressa sul quel nulla cosmico che in realtà è la rete. Ma è parte del gioco oppressivo considerare internet come una specie di ufficio stampa ufficiale, da un lato, e il campo di battaglia dove distruggere chiunque si opponga alla dittatura del politicamente corretto. Una dittatura che ha a tutti gli effetti nel suo programma la possibilità di licenziare chiunque dica la verità. Con la sua autorevolezza, Rowling rischiava di svelare l’assurdità, e per questo è stata ferocemente massacrata.

La vicenda ha fatto i giro del mondo, comprensibilmente, data la fama della scrittrice. Meno clamore hanno fatto altri eventi similari, forse anche più gravi. Ad esempio nella bella cittadina di Perth, in Scozia, qualcuno ha sparso in giro per la città alcuni bigliettini con scritto “It’s ok to be white”, letteralmente: essere bianchi è ok. La politica locale è insorta definendo i biglietti “atroci”. Molti abitanti dei quartieri dove i biglietti sono stati affissi si sono detti intimoriti e impauriti dal messaggio. L’associazione “Perth contro il razzismo” ha dichiarato che è terrificante e disgustoso che ci sia gente che pensa a quel modo. La BBC ha rilanciato l’allarme sociale per questi bigliettini, che per altro erano apparsi uguali e identici anche in alcune città americane. Sì, lo so cosa vi state chiedendo, voi poche persone normali rimaste: ma che dicono di così grave quei biglietti? Nulla. Non dicono “i negri sono inferiori”, “a morte i non-bianchi”, “via gli stranieri dalla Scozia”. Semplicemente dicono: essere bianchi è ok, è normale, va bene. Un’ovvietà, che però suona rivoluzionaria in un mondo dove l’essere bianco deve corrispondere all’essere oppressore e cattivo. Di fronte a questa falsificazione, il messaggio dice: i bianchi non hanno motivo di sentirsi in colpa. Non c’è nulla di minaccioso, è solo la richiesta d’aiuto di un genere di persone oggi sempre più discriminate senza motivo. E’ la richiesta per un ritorno alla normalità e al buon senso cui però l’ideologia dominante si oppone con ogni mezzo.


Condannato a sedici anni di carcere.


Adolfo Martinez
Adolfo Martinez

Una storia di analoga repressione è accaduta anche negli USA, nello stato dell’Iowa. Adolfo Martinez si è introdotto in una “gay church”, una chiesa gay. Sì, la libertà di culto negli USA è assoluta ed è possibile anche fondare una chiesa gay… Lì ha sottratto una bandiera arcobaleno e l’ha bruciata in pubblico. La polizia l’ha arrestato ed è stato incriminato per “molestie per crimini d’odio, uso sconsiderato del fuoco e offesa abituale”. Al processo, Martinez, persona probabilmente non del tutto in sé, ha dichiarato: “È stato un onore farlo. È una benedizione del Signore. Ho bruciato il loro orgoglio, chiaro e semplice”. Martinez evidentemente non ama gli omosessuali. Fatti suoi, finché non fa del male. Bruciare una bandiera è cosa poco commendevole, questo è certo, ma non si può dire che abbia fatto del male. Eppure i giudici l’hanno condannato a sedici anni di carcere. Ripeto: sedici anni per aver bruciato una bandiera LGBT. Penso allora ai tanti gruppi femministi attorno al mondo che fanno falò con i libri indesiderati e che per questo vengono osannati. E penso anche che Martinez abbia meritato quella condanna forse più perché ispanico e non perché criminale. Nella borsa americana delle discriminazioni che valgono evidentemente l’orientamento sessuale è molto più quotato rispetto all’appartenenza a una minoranza nazionale. Si tenga a mente, in ogni caso, che i trend americani prima o poi infettano anche l’Europa e qui da noi moltissimi spingono per trasformare l’omotransfobia in reato penale…

I segnali in Italia ci sono già. Ancora non si va in galera, ma si è comunque soggetti a pressioni di tipo mafioso orientate a reprimere la libertà di parola. Questo è accaduto a Cettina Di Pietro, Sindaco di Augusta appartenente al M5S. Durante un consiglio comunale, il consigliere Giancarlo Tiberio di LEU le si è rivolta chiamandola “Sindaca”. Lei l’ha interrotto dicendogli che avrebbe preferito essere chiamata “Sindaco” e se al consigliere la cosa non piaceva, lei gli si sarebbe rivolta chiamandolo “Giancarla”. Geniale, da applauso. Tiberio però non deve aver gradito la bellissima presa per i fondelli e si è rivolto alla Consigliera di Parità della Regione Sicilia, che ha richiamato il Sindaco di Augusta dicendo che negare la declinazione al femminile della carica significa “escludere e oscurare il genere femminile da carriere e professioni”. Ecco il ricatto ideologico: o parli come diciamo noi, oppure sei contro le donne. Una questione che attiene direttamente alla libertà di parola, non ad altro. Bene ha fatto il Presidente della Regione Nello Musumeci a richiamare a sua volta la Consigliera di Parità: “La coniugazione al femminile di una carica istituzionale appartiene esclusivamente alla libera autonomia di chi la ricopre. Ritengo che la consigliera di parità, che conosco e apprezzo da tempo, dovrebbe occuparsi di ben altri problemi invece che richiamare, senza averne titolo, un sindaco eletto direttamente dal popolo, cedendo così a un integralismo linguistico che non aiuta certo a migliorare le condizioni di disparità delle donne in Sicilia”. Finita lì, per ora. Ma è l’ennesimo tentativo di condizionare la libertà di parola altrui. E’ un segnale angosciante.


E’ la verità delle cose che suggerisce la soluzione dei problemi.


Perché, tornando all’incipit dell’articolo, cambiare i significati delle parole, consentirne alcune e vietarne altre, obbligare all’uso di termini specifici, significa minare la libertà delle persone. Quella in generale e quella di parola in particolare. Quest’ultima è cruciale perché è attraverso la parola e al confronto tra opinioni che ci si avvicina alla verità delle cose (un uomo biologico non può diventare una donna biologica). Ed è la verità delle cose che suggerisce la soluzione dei problemi concreti: il lavoro che non c’è, il clima, la sicurezza e quant’altro. Impedendo o predeterminando il linguaggio, definendo ciò che è lecito dire e fare nell’esprimere la propria opinione, così come sovradimensionare ciò che viene espresso su un medium privo di alcuna significanza come i social network, serve proprio a limitare la libertà di confronto. E’ una strategia conservativa dello status quo, dove alcuni guadagnano e rafforzano le proprie posizioni a discapito di altri e sempre a discapito dei fatti e della verità stessa. Gli esempi qui portati (e ce ne sarebbero altri che ometto per brevità) sono tutti segnali allarmanti su cui dovremmo appuntare la nostra attenzione. Perché presto non sarà più possibile confrontarsi su nulla, tutto sarà predeterminato (questo è il senso dei famosi manifesti “pensa come vuoi, ma pensa come noi”). Le società angosciate e oppresse dai problemi non avranno più gli strumenti per discutere liberamente delle possibili soluzioni. L’attenzione collettiva dovrebbe essere rivolta dunque a questa deriva, più che ai problemi concreti di ogni giorno. Servirebbero filosofi capaci di riportare il focus su questo degrado e un’opinione pubblica capace di ascoltarli. Mancano i primi, e la voce di quei pochi è coperta dal rumore assordante dei social e delle preoccupazioni quotidiane. Uno stallo per uscire dal quale servirà uno sforzo sovrumano. O forse uno shock.

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