Trans sì o trans no?

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LA FIONDA

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di Santiago Gascó Altaba. È da diversi giorni che sono intrappolato a casa davanti al computer, a causa del mal tempo e del coronavirus. Il fato ha voluto che sia partita da qualche mese la nuova serie “guerra tra femministe”, l’ennesima nella sua corta storia, iperavvicente, dagli sviluppi imprevedibili e che vi consiglio caldamente di seguire. Per fortuna il supermercato non è lontano, e mi sono rifornito di pop-corn. La Sorellanza S.p.A. non delude mai. La guerra in questione ha come campo di battaglia la Spagna, nazione che da circa una quindicina di anni è diventato il laboratorio mondiale del progresso più irrazionale, della follia più assurda e della logica schizofrenica, in sintesi del femminismo. Ma questa guerra civile tra consorelle non ha luogo unicamente in Spagna. Scaramucce e preliminari ci sono un po’ ovunque, si tratta in fondo di una guerra ineluttabile. In Italia la femminista ArciLesbica ha contestato alla radice la teoria gender, “no alla sostituzione della categoria di sesso con quella di identità di genere“, e ha suscitato un vespaio. In Inghilterra la femminista Maya Forstater è stata licenziata per aver sostenuto in un tweet, a tutela dei diritti delle donne, che gli uomini trans non sono donne. Il giudice è stato del parere che sostenere che un uomo trans non è una donna è intollerante e non rientra all’interno della libertà di parola.

Tornando alla Spagna, ci sono due fronti in armi. Da una parte il partito comunista di Podemos, dall’altra il partito socialista del PSOE, da una parte le pazze (las locas), dall’altra le sane di mente (las cuerdas). I due partiti  formano parte della coalizione di governo ed entrambi si dichiarano orgogliosamente femministi. Le prime sono le femministe di genere, le seconde le femministe classiche. In Spagna 200 collettivi trans (duecento, caspita, ci sono più collettivi che enti per la tutela dell’infanzia!) hanno diramato un comunicato per condannare il femminismo transfobico del partito socialista e fanno l’appello al boicottaggio. A dir loro, le femministe classiche adoperano gli stessi argomenti che “a lungo hanno occultato l’oppressione dei bianchi nei confronti dei neri, degli uomini sulle delle donne e ora delle persone cis sulle persone trans e non binarie”. Di punto in bianco, con loro sorpresa e meraviglia, le femministe storiche socialiste si sono viste dare delle omofobe, transfobiche, cis-eteronormative, tutti termini che adoperano gli insultofili per congratularsi della propria filoidiozia. Insomma, più maschiliste della menopausa.


Le leggi trans invadono i diritti delle donne.


Immagino che a questo punto debba spiegare brevemente in cosa consiste l’ideologia di genere. Facile. Forse molti di voi avranno assunto dal mio nome, Santiago, il mio genere maschile. Sbagliato. Allora forse penserete che il mio genere sia quello femminile. Sbagliato di nuovo. Capita che io sono un gender fluid, a momenti mi sento maschio a momenti mi sento femmina. Voi non potete sapere il mio genere perché me lo dovete chiedere. Il mio genere è la mia percezione. L’abitudine di assumere a priori il genere delle persone, da un semplice contatto visivo, è un vestigio sessista che abbiamo ereditato dal nostro peccaminoso passato patriarcale. Spero di essere stato abbastanza chiaro su qualcosa che capisce persino un bambino. Anzi, soltanto un bambino lo capisce: si chiama fantasia e capriccio.

Le femministe classiche hanno criticato questa “autodeterminazione sessuale”, “le teorie che negano la realtà delle donne”. La femminista Amelia Valcárcel ha ricordato che il femminismo è la lotta contro l’ingiusta e disuguale gerarchia tra uomini e donne, che assoggetta le donne e che non risponde a nessuna legge della Natura. Se il genere diventa una categoria identitaria, soggettiva, si indebolisce la lotta per la parità, si sovverte il principio del femminismo che lotta per far finire l’oppressione a danno della donna per il fatto “di essere nata donna”. In breve, “il femminismo storico argomenta che le leggi trans invadono i diritti delle donne perché permettono al singolo individuo che dichiara di sentirsi donna di diventarlo a tutti gli effetti legali”, ciò che “porterebbe all’invisibilità di tutte le donne biologiche”.


Poter brillare in qualsiasi sport quando si è una nullità.


Avete capito? Le femministe esprimono la loro paura che uomini e donne formino un unica categoria di oppressi indistinti, invece che le solite categorie di privilegiati e oppresse. Le donne sarebbero la categoria sociale oppressa, per esplicita ammissione, e con le leggi di genere le femministe storiche hanno paura che anche gli uomini (i trans) vogliano far parte di questa categoria, che desiderino anche loro diventare oppressi, schiavi, pur essendo i privilegiati e gli oppressori. Dov’è la logica? Se le donne sono veramente oppresse, che problema c’è se ne accolgono degli altri? C’è posto per tutti sotto i ponti della fame e della miseria, sono le élite che fanno di tutto per tenere lontano le folle dai loro resort a cinque stelle con piscina.

Forse quello che intendevano dire, logicamente, era il contrario. Le femministe s’oppongono alle leggi di genere, che stabiliscono il genere sulla  base del proprio desiderio, per paura di dover condividere con gli uomini i loro privilegi femminili. Non hanno paura di dover condividere l’oppressione, ma i privilegi: il privilegio di poter andare prima in pensione (come è già successo in Argentina), di ricevere pene più lievi per gli stessi reati, di vedersi affidare i figli, di evitare la coscrizione obbligatoria, di usufruire di quote e sovvenzioni, di poter accedere a mestieri fisici grazie a prove fisiche agevolate o di poter brillare in qualsiasi sport quando si è una nullità e le proprie prestazioni sono al di sotto di qualsiasi standard maschile.


Travolte dall’irrazionalità che loro stesse hanno innaffiato.


Arrivati a questo punto, mentre ci godiamo lo spettacolo, sorge una domanda spontanea: perché ora? Perché proprio ora? La teoria di genere è vecchia oltre mezzo secolo, è nata e cresciuta all’ombra del femminismo, la sua applicazione progressiva a livello istituzionale e accademico è stata promossa alla Conferenza Internazionale delle donne di Pechino già nel 1995. La femminista Alicia Miyares espone durante una conferenza in maniera lucida il rapporto tra femminismo e teoria di genere: “ad un certo punto abbiamo accettato che genere si adoperasse come sinonimo di femminismo perché in termini pragmatici il femminismo, come teoria politica, ha percepito rapidamente che era più facile infiltrare politiche femministe nei paesi latinoamericani e nelle strutture spagnole che scrivere scuola femminista negli anni ’90. Sapevamo che facendo finta sotto la scritta di scuola di genere, teoria di genere, politiche di genere, sarebbe stato più facile portare a termine l’agenda femminista, e dal femminismo è stato fatto con un senso molto pragmatico, cioè, l’obiettivo era trasformare la realtà e abbiamo rinunciato a mettere in prima fila il femminismo e lo abbiamo sostituito con genere.” (min. 21:19 – 22:44, Banalización del Feminismo y Trampas Patriarcales por Alicia Miyares).

In breve, l’ideologia di genere è stato il cavallo di Troia del femminismo per imporre al mondo la propria agenda e, fate attenzione alle parole, “trasformare la realtà”. Nella loro lotta contro il Patriarcato, non bastavano le donne. Molte di loro non mangiavano la foglia femminista, era necessario dare nuova linfa allo sdegno, far nascere accuse inedite, trovare nuovi alleati più freschi ed energici. Il femminismo, travestito da messia liberatore, ha creato nuove minoranze e categorie di vittime: le vittime di genere. Si sono infiltrate nelle istituzioni e negli enti accademici senza sollevare sospetti, invece di parlare di politiche femministe, parlavano di politiche di genere. Ma ora il giocattolo, troppo irrazionale e assurdo, rischia di sfuggire di mano, rischia di diventare un mostro che travolge il femminismo stesso. Da circa una ventina di anni l’ideologia di genere promuove in maniera programmata la crescita di bambini senza padri o senza madri, e ciò non aveva finora disturbato il femminismo classico. I bambini e l’infanzia non sono mai stati oggetto di preoccupazione del femminismo. Ora, e solo ora, le femministe stanno iniziando a contestare l’ideologia che loro stesse hanno creato. Solo ora si rendono conto di rischiare, travolte dall’irrazionalità che loro stesse hanno innaffiato, di perdere progressivamente i loro privilegi: fondi, sovvenzioni, enti, diritti esclusivi… Prendetevi i pop-corn.


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