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Varsavia trincea d’Europa: la Polonia straccia la Convenzione di Istanbul

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Andrzej Duda

di Giorgio Russo. Stiamo parlando di un popolo che ha trascorso gran parte della sua storia combattendo per difendere la propria identità e il proprio territorio da invasori esterni, ultimi in ordine cronologico i nazisti e i sovietici. Figuriamoci dunque se si fanno mettere nel sacco dall’internazionale femminista e gender. Ecco allora che da Varsavia arriva la decisione che sta facendo discutere: la Polonia uscirà dalla “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, più nota (e famigerata) come “Convenzione di Istanbul”. Sì, esattamente quella che in Italia viene sempre citata nelle premesse di tutte le leggi che destinano milioni al circuito di interessi collegato al femminismo e alle lobby LGBT o che stabiliscono nuovi reati, nuove procedure, nuovi meccanismi apparentemente orientati a “difendere le donne”, in realtà di mera natura anti-maschile o anti-paterna. Solo per citare tre casi: si fa riferimento alla Convenzione di Istanbul in premessa alla legge sul “Codice Rosso”, a quella istitutiva della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio” e all’ultima del ministro Bonetti che destina 30 milioni di euro ai centri antiviolenza in piena pandemia. Anche il noto DDL Zan, la legge-bavaglio contro l’omotransfobia, fa indirettamente riferimento alla Convenzione.

Ebbene, la Polonia del governo di Andrzej Duda ha deciso di smarcarsi da tutto questo. Lo fa per bocca di due ministri, quello per la Giustizia, Zbigniew Ziobro, e quello per la famiglia, Marlena Mal?g. Le ragioni addotte per questa clamorosa decisione fanno riferimento al fatto che la Convenzione confligge con tre articoli della Costituzione polacca. Il 25, anzitutto, che impone l’assoluta neutralità dello Stato dal lato idelogico e filosofico: “La Convenzione impone l’ideologizzazione e l’introduzione di programmi che promuovono l’ideologia di genere nell’istruzione”, ha affermato senza troppi giri di parole Marcin Romanowski, Vice-Ministro della Giustizia. Da noi si è ancora all’età della pietra da questo punto di vista, dal momento che il pensiero unico ha imposto la convinzione che la “ideologia di genere” nemmeno esista. In Polonia invece guardano in faccia la realtà, messa nero su bianco su un trattato internazionale di cui faranno giustamente carta straccia, visto che confligge anche con gli articoli 48 e 53 della loro Costituzione, quelli che garantiscono ai genitori il diritto di crescere e istruire i propri figli secondo le loro credenze religiose, e con l’articolo 18, che garantisce la protezione della maternità e della genitorialità. Insomma la Polonia sta facendo quanto previsto molto molto tempo fa da G.K. Chesterton: attizza fuochi per testimoniare che due più due fa quattro e sguaina spade per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate.


Numeri alla mano, quell’emergenza non esiste.


Zbigniew Ziobro

Nelle dichiarazioni del ministro Ziobro, il problema risiede quasi essenzialmente nell’assist che la Convenzione fa all’ideologia gender: “la Convenzione di Istanbul contiene principi di natura ideologica, che non accettiamo e che riteniamo dannose”, ha dichiarato, “specie laddove si afferma il cosiddetto genere socioculturale in opposizione al sesso biologico”, aprendo la strada all’invasione delle teorie sessualizzanti dei minori all’interno delle scuole. Una strada che, invece, in Italia è stata spalancata e lastricata d’oro grazie essenzialmente all’art.5 comma 2 del decreto detto “sul femminicidio” (n.93 del 14/08/2013) e alla collegata riforma renziana della “Buona Scuola”, a riprova che femmnismo e lobby LGBT si tengono spesso per mano quando invadono e pervadono le istituzioni e la vita di tutta la comunità. Ma non c’è solo questo: il governo polacco sa che la Convenzione di Istanbul ha come oggetto principale la difesa della donne (sempre vittime, per carità) contro la violenza degli uomini (sempre carnefici, non si discute), e anche su questo ha parole chiare (che potete leggere ovviamente solo sui quotidiani polacchi). Le leggi ordinarie del paese tutelano già abbondantemente le donne dalla violenza. In ogni caso talune, come quelle sullo stupro, verranno inasprite. Ma soprattutto, dice Ziobro: “la Polonia è un paese in cui esiste un rischio criminale straordinariamente basso per i reati contro le donne”. Una dichiarazione importante e impegnativa, che naturalmente non vedrete mai riportata dai media italiani, troppo impegnati a suggerire una deriva “omofoba” del governo polacco, anche come assist al conformismo casalingo pro-DDL Zan.

Ma quello che dice Ziobro è vero? E se sì, perché lo specifica? A tutti gli effetti la Polonia risulta sestultima nella classifica Eurostat dei paesi UE rispetto all’incidenza degli omicidi di donne. Oscilla poi tra il quintultimo e sestultimo posto in ambito UE per violenze fisiche e psicologiche, stalking e violenza sessuale attuati da uomini contro le donne, secondo le rilevazioni della European Fundamental Rights Agency. Non è improbabile che le statistiche polacche sulle condanne per quegli stessi reati siano coerentemente in un numero molto basso, pressoché fisiologico (un dato che purtroppo, per limiti linguistici, non siamo riusciti a reperire, ma su cui saremmo pronti a scommettere). E non si tratta solo di un giochetto fatto coi numeri, tanto per giustificare una decisione che facilmente verrà definita “ideologica” dai sostenitori della grande mistificazione di Istanbul, bensì della registrazione di un fatto essenziale. Nel diritto internazionale, secondo quanto stabilito all’art. 62 della Convenzione di Vienna del 23 maggio 1969 sul Diritto dei Trattati, uno Stato può recedere da un accordo internazionale se sono cambiate le circostanze che ne hanno portato alla ratifica. Come a dire: la Polonia in passato ha ratificato la Convenzione di Istanbul perché riteneva che la violenza contro le donne fosse un’emergenza tale da giustificare la ratifica stessa. Numeri alla mano, dice ora il governo di Varsavia, quell’emergenza non esiste, dunque l’adesione alla Convenzione non è più giustificata. Da qui il recesso. Sacrosanto.


Ripristinare rigorosamente la correttezza costituzionale.


La grande buffonata che andò in scena ad Istanbul nel 2011, come primo esito europeo di quanto apparecchiato dall’ONU nelle due precedenti conferenze (Il Cairo e Pechino) pilotate dal femminismo e dalle lobby LGBT internazionali, dunque perde ulteriormente di autorevolezza, dopo il no alla ratifica da parte dell’Ungheria di Viktor Orbán, nel maggio scorso. Non che di autorevolezza ne abbia mai avuta: inganno nell’inganno, si tratta di un trattato promosso da un soggetto pressoché irrilevante sullo scenario internazionale, quel “Consiglio d’Europa” che nulla ha a che fare con l’Unione Europea, nonostante appunto l’ingannevole assonanza del nome. Si tratta in realtà di un vecchio carrozzone ereditato dal periodo postbellico, che per un periodo è stato addirittura a rischio chiusura, se non fosse poi riuscito ad agganciarsi come soggetto al servizio delle nuove Nazioni Unite coloratesi di rosa e arcobaleno. Il suo ruolo, da quel momento, è stato farsi testa di ponte nel vecchio continente delle politiche distopiche elaborate dal quartier generale di New York. Non solo: si dirà che il rigetto della Convenzione di Istanbul arriva da due paesi di ex area comunista ora “sotto il sequestro” di governi (orrore orrore) “sovranisti”. Entrambi però, sia quello di Orbán che recentemente quello di Duda, democraticamente eletti dal proprio popolo sulla base di una piattaforma programmatica molto chiara, al contrario di quello Italiano (un esempio a caso). Ma si sa che per molti i governi sono democratici solo se si conformano al pensiero dominante, altrimenti sono fascisti, sciovinisti, omofobi, razzisti eccetera eccetera. Rimane emblematico, in questo senso, che il recesso dalla Convenzione di Istanbul sia una delle prime iniziative internazionali del neo-eletto governo polacco, a un mese dalla sua elezione. A Varsavia evidentemente hanno capito quanto sia urgente eradicare alla radice dalla Polonia tutti i problemi veicolati dalla pervasiva ideologia femminista-LGBT.

Una presa di coscienza da cui l’Italia è ancora, spiace dirlo, lontana anni luce, sebbene i numeri e le statistiche internazionali e interne collochino l’Italia, esattamente come la Polonia, tra i paesi a minore tasso di “mascolinità tossica” in Europa e nel mondo. Anche noi, dati alla mano, avremmo ogni giustificazione per recedere dalla criminogena Convenzione di Istanbul. A chi avesse dei dubbi in merito, consigliamo la lettura di questo libro. Decenni di distrazione dell’opinione pubblica, impegno indefesso di media ormai piegati alla propaganda e governi di ogni colore proni ai diktat internazionali e femministi, hanno però fatto sì che tutto lo sfasciume culturale e legislativo derivato dalla Convenzione di Istanbul si incistasse nei gangli più profondi del nostro sistema, riuscendo a imporre alla maggioranza un lavaggio del cervello tale da sbianchettare ogni piccolo scampolo di buon senso. È per questo che ormai, nonostante l’opposizione consapevole stia crescendo, in Italia passa tutto: da montagne di denaro pubblico regalate ad associazioni inutili o dannose, a leggi palesemente discriminatorie a danno del genere maschile, passando per statistiche truccate e un contesto culturale dove l’odio verso il “maschio bianco etero” non solo è cosa buona e giusta, ma viene apertamente sollecitato come del tutto normale. Di fatto la Convenzione di Istanbul è in contrasto anche con la nostra di Costituzione, per quel pochissimo che ancora vale. Il recesso sarebbe possibile anche per noi. Servirebbe un governo sovranista? No, non necessariamente. Servirebbe una politica, non importa di che colore, in buona fede e coraggiosa, capace di prendere atto che la Convenzione di Istanbul e tutto ciò che ne è derivato ha innescato non un miglioramento, impossibile in una situazione che meglio di così difficilmente potrebbe essere, bensì grandi malversazioni, un potere arbitrario e discriminante e una cultura conflittuale e malata, affermatasi con danni sempre più ampi per una parte specifica della cittadinanza, quella di sesso maschile. Basterebbe un governo in grado di ripristinare rigorosamente la correttezza costituzionale del nostro sistema e di ignorare le carnevalate di piazza che un recesso dalla Convenzione di Istanbul provocherebbe. Il che è esattamente ciò che si sta facendo a Varsavia, da adesso la trincea più avanzata del buon senso e della giustizia in Europa.


14 thoughts on “Varsavia trincea d’Europa: la Polonia straccia la Convenzione di Istanbul

  1. Sono fortemente cattolici, come cultura e paese, contrari anche all’aborto e all’educazione sessuale nelle scuole (non intendo quella “gender”, intendo anche lo spiegare ai ragazzini e alle ragazzine come si resta incinta e come evitarlo…)
    Non ci si può aspettare che paesi slavi con un forte background cristiano cattolico o ortodosso, sponsorizzino femminismo e siano favorevoli a transessualità\omosessualità.
    C’è un pro e c’è un contro in questo tipo di cultura: tutela dell’uomo, sì, ma da intendersi solo a scopo tradizionalista\procreativo: il padre di famiglia.
    Per uomini non interessati alla paternità (e che si interessano all’aspetto ludico e libertino, del sesso libero, sono MGTOW e non vogliono rapporti fissi e monogamici) non è molto entusiasmante… vedi anche una certa mentalità anticontraccettiva e antiporno:
    sì, ma io quando faccio sesso, non devo per forza fecondare la donna che penetro… sono il primo a volere metodi anticontraccettivi.
    Inoltre, in questo tipo di paesi, liberi pensatori atei non sono granchè apprezzati. ma stesso dicasi nella dittature islamiche, dove sarà anche riconosciuta la supremazia maschile, ma a prezzo dei più elementari diritti civili (riconosciuti qui da noi), il non-credere (o il cambiare religione, diversa da quella imposta dallo Stato teocratico) ma anche il diritto di parola, la pluralità di pensiero…
    è per questo motivo che io non sono “esterofilo”, al contrario di molti che pensano che “nei fantastici paesi dell’Est Europa”, sia il paese dei balocchi.
    Non è così, al di là della donna sottomessa (che poi, anche qui, è un luogo comune, perché le donne dell’Est una volta che arrivano qui in Italia diventano femministe, eccome, e molto materialiste e arrampicatrici sociali, provenendo da paesi ex comunisti dove hanno fatto la fame) che dire della corruzione politica con tanto di colpo di Stato di certi paesi dell’Est? dei giornalisti uccisi (questione cecena, ad esempio)
    Per questi motivi non sono un estimatore dei “paesi dell’Est”.
    Per fare un solo esempio: l’Albania era e a volte è ancora considerato un paese patriarcale dove la donna deve stare sottomessa e deve essere modesta e pudica, ma proprio perché era un voga il codice tribale del Kanun, i tassi di violenza (di faida tra clan, in questo caso) tra uomini erano altissimi: per vendicare uno sgarro si ammazzavano tutti i parenti maschi in una catena infinita di faide pluridecennali.

    1. È il frutto avvelenato della politica (si fa per dire…) della Sinistra: siccome la mentalità ultracattolica e reazionaria (ancora molto diffusa appunto in Polonia e in altri paesi dell’Est) qui non lo vuole praticamente più nessuno, a parte naturalmente i reazionari ultracattolici (ormai pochi), i sinistri hanno pensato che potevano imbarcare qualsiasi cretinata pseudoprogressista tipo il femminismo e i suoi parenti (ché poi le femministe sono sessuofobe reazionarie pure loro, ma lasciamo stare) e la gente, pur di non tornare alla morale cattolica tridentina (ché in realtà, paradossalmente, nel Medioevo si era molto più libertini e aperti al sesso di quanto poi è successo da Riforma e Controriforma in poi) avrebbe accettato di tutto. E invece qui rischia di finire che pur di non trangugiare le fesserie fascistoidi femministe si tornerà alla morale ultracattolica precedente… Non è che mi entusiasmi, ma sinceramente ne ho così piene le scatole che tutto sommato la cosa avrebbe un risvolto piacevolmente ironico. Eterogenesi dei fini, la chiamavano.

  2. Fra l’altro non frega un ca$$o a nessuno delle donne. Ma proprio un ca€€o. E’ solamente un buon business, il nuovo modo di rubare a piene mani. CAV in prima linea (che funzionano esattamente come durante l’inquisizione: il migliore inquisitore era quello che riusciva a trovare più eretici. E ovviamente… erano tutti eretici, manco a dirlo). O magistrati che fanno sentenze del ca%%o ai padri separati. Perchè il loro ricorso, è la nostra migliore soddisfazione <3

    1. Siamo tutti portati, per una questione di vicinanza temporale, a paragonare il femminismo a fenomeni totalitari recenti come il nazismo, il fascismo o il comunismo. Ma in realtà hai ragione tu: il paragone più azzeccato è proprio con la Santa Inquisizione.

      1. Infatti come già scrissi il femminismo si discosta da quei totalitarismi perchè a rigore non lo è, visto che non abbraccia l’intero ambito del vivere civile, ma è principalmente attivo in alcuni, la sfera della sessualità, il controllo dei media, l’istruzione, l’accesso alle cariche politiche,ed altri, ma non ha per esempio una sua proposta economica in senso lato, visto che abbiamo un femminismo neoliberista e uno “socialista”, per esempio. Di questi totalitarismi adotta i metodi, sia pure meglio camuffati. Va considerato più una chiesa, intesa come istituzione, autoritaria, sessista, liberticida, violenta. E come ogni chiesa con queste caratteristiche si dota di un suo “tribunale dell’inquisizione”, che non è un ente con sede qui o là, ma una ramificata rete di associazioni, figure pubbliche e private, che vagliano tutto ciò che possono vagliare e lo rigettano se non consono ai suoi dettami e, se il caso, distribuendo scomuniche o condannando al “rogo”, ossia oggi alla gogna mediatica più distruzione professionale, i “colpevoli”. Ecco perchè non parlo del femminismo come nazifemminismo, che può creare equivoci, ma attribuisco al femminismo l’utilizzo di metodi “nazifascisti”, visto che anche questi avevano i loro tribunali speciali e sopprimevano il dissenso (fermo restando che il femminismo non punta al momento all’eliminazione fisiica quanto alla distruzione psicologica e professionale dei “colpevoli”). Il fatto che la maggior parte degli individui non se ne renda conto è dovuto principalmente alla retorica buonista, ai finti buoni propositi, a i falsi ideali che coloro che fanno parte di questa chiesa diffondono a piene mani per camuffare i loro reali intenti(l’ipocrisia è il tratto forse più caratterizzante di questa ideologia). Come scriveva Shop in un suo aforisma, se il tuo orologio segna l’ora esatta mentre quello degli altri ne segna una sbagliata, l’ora esatta sarà comunque quest’ultima.

        1. concordo in parte con te, Sasha, anche perché dire “nazifemminismo”, si porta dietro l’inevitabile replica (forse l’avranno detta anche a te, se hai scritto sui siti femministi…) “dove sarebbero i campi di concentramento per gli uomini”?
          e qui, noi, non possiamo dire che esistono campi di concentramento per gli uomini, su modello del lager nazista.
          è per questo motivo che secondo me il termine “nazifemminismo” è fuori luogo, anche perché come fai notare tu, non si può dire che “abbia colpito fisicamente” uccidendo e trucidando gli oppositori.
          usa metodi allegorici, astratti, più che altro, psicologici.
          come poi di fatto è la violenza femminile: non tanto fisica (contro gli uomini, per mera mancanza di forza muscolare, tolte eccezioni come possono essere femmine che picchiano bambini o anziani o disabili, che sono in svantaggio muscolare rispetto a donne di 60-80 kili), ma psicologica, più invisibile, nascosta o impercettibile.

      2. bhè, la demonizzazione del piacere sessuale le turbofemministe l’hanno presa proprio da lì, dalla bigotteria religiosa sessuofoba che odia(va) il sesso e non lo concepisce come piacere della vita fine a se stesso (anche senza riproduzione) ma asservito al “sacramento del matrimonio” per la procreazione.

        (vedi anche la condanna dei culti pagani orgiastici come quello di Bacco\Dioniso, o Pan, figure che poi sono servite a dare le famose fattezze caprine, cornute e da copulatore al diavolo rinascimentale, che nell’idea degli inquisitori si accoppiava con le streghe ai sabba. che altro erano, i sabba, se non mega orge dove ci si dava alla pazza gioia, ai peccati del sesso e della gola, disprezzando l’ascesi e la rinuncia, l’espiazione, il regno dei cieli, popolato da caste vergini asessuate e angeli androgini?).

        Intendo quelle da “ogni coito è uno stupro”, perché esistono femministe pro-sex work e pro-porno oltre che pro-trans, anche se sono in guerra con le “sorelle” anti sex work e anti porno oltre che anti trans, e sono due tipi di femminismo inconciliabili.

        1. Sì, anche se l’indirizzo maggioritario è di gran lunga quello contro la prostituzione ( sia chiaro quella rivolta agli uomini, perchè quella dei gigolò è fighissima per le femministe, il loro proverbiale doppio standard ed è per questo che io le disprezzo più dei talebani). Quelle pro sex work sono l’ala “libertaria”, decisamente più evoluta, con la quale è addirittura possibile dialogare, ma stiamo parlando di mosche bianche, contano poco o nulla.

          1. sì certo sono minoritarie, però ti ricordo che i talebani hanno fatto saltare con la dinamite le due gigantesche statue del Buddha… le femministe non hanno ancora fatto saltare con la dinamite nessuna cattedrale (per fortuna), è un paragone un po’ fuori luogo… a parte imbrattare le strade durante i loro scioperi dell’8 marzo (o eventi analoghi) non hanno mai fatto azioni paragonabili a quelle dei talebani contro le opere d’arte.

            Bhè, la prostituzione intesa come gigolò uomo non è qualcosa che tutti gli uomini potrebbero fare, anche se volenterosi, per mero sfizio, di provare l’esperienza
            (a chi non piacerebbe fare tanti soldi facendo sesso con tante donne?) purtroppo, nella realtà, per fare i gigolò bisogna avere un aspetto estetico da palestrato modello, altrimenti è difficile che una donna paghi un uomo per fare sesso.

            Per la prostituzione da strada, rivolta agli uomini, le prostitute non sono sempre di bell’aspetto.

            già questa è una prima differenza che distingue la prostituta dal gigolò: la prostituta può anche non essere bella e non vestita appariscente, il gigolò invece deve essere decisamente bellissimo ed elegante, per essere cercato da clienti facoltose.
            A meno che non si va a vedere il fenomeno del turismo sessuale, in posti come la Giamaica o certe zone dell’Africa dove i poveri ragazzi e giovanotti del luogo (non sempre di bell’aspetto) vanno a cercare sulla spiaggia le turiste occidentali danarose, che spesso li mantengono.

  3. Qui in Italia, manca il coraggio nella politica, prima ancora di un partito politico che si possa definire in linea con l’interesse nazionale. Straordinari gatekeeper, voltagabbana chiamateli come volete, ma questo sono.
    Quei paesi (Ungheria ,Polonia) sono uno spiraglio di luce, dimostrano che vi è speranza ,che una dittatura può essere abbattuta anche con decisioni e azioni unilaterali. Naturalmente, io sogno una politica totalmente antifemminista.
    L’unica nota stonata, è quell’art. 18 nella Costituzione: che protegge la maternità, ma non la paternità, ma credo che questo sia presente in tutte le Costituzioni post-belliche, e comunque, rimane un vulnus.

    1. Attenzione: protegge la maternità e la genitorialità. Vero che manca la paternità, ma è già molto rispetto alla media.

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