Violenze domestiche: D.I.Re. dà i numeri. E noi la sfidiamo.

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D.I.Re.di Giorgio Russo – Ed ecco che ci siamo, finalmente: D.I.Re., l’organismo che fa da cinghia di trasmissione tra le politiche femministe internazionali e quelle italiane, nonché consorzio di quei molti coaguli di business e potere che sono i centri antiviolenza, finalmente butta fuori qualche numero. Era un momento attesissimo dello show pianificato e finalmente è arrivato: le donne che hanno contattato i centri antiviolenza durante questa fase di lockdown (dal 2 marzo al 5 aprile) sarebbero state nientemeno che 2.867, di cui 806 (il 28%) “nuove”, mentre il resto erano situazioni “già note”. Il comunicato che consegna alla stampa questi numeri termina come da copione, per altro con un errore abbastanza buffo: “I 3 milioni annunciati con il Cura Italia sono irrisori, rispetto ai bisogni dei centri”. Peccato che, al di là del “Cura Italia”, siano 30 e non 3 i milioni regalati di recente ai centri antiviolenza, ma resta al fatto che siamo alle solite: si sciorinano numeri e poi si batte cassa.

Più che altro: quelle cifre sono certificate da chi? Da D.I.Re. stessa naturalmente. Prima che il Governo imponesse a tutti la confidenza con le autocertificazioni, D.I.Re. ne esercitava la pratica già da tempo. Verifiche reali e terze su quei numeri non ce ne sono né possono essercene, è così da tempo immemore. La scusa è quella della “tutela della privacy” delle donne che hanno chiesto aiuto. E così dobbiamo crederci, sulla fiducia, anzi su quella fede che ha come dogma “believe women”, credere alle donne. Dato che noi siamo malfidati, qualche giorno fa abbiamo chiesto all’ufficio stampa della Polizia di Stato i dati ufficiali sulle violenze domestiche registrate dalla app “YouPol”. Ci hanno risposto che faranno un apposito comunicato. Attendiamo fiduciosi, sperando che non capiti come il report periodico pubblicato nel novembre scorso, contenente dati palesemente manipolati dopo essere passati al vaglio delle portatrici d’interesse.


Forse le chiamate sono aumentate diminuendo…


Ora che lorsignore si sono esposte buttando lì dei numeri, è indispensabile fare qualche considerazione. Tanto per cominciare vanno valutate le proporzioni. In Italia le unioni informali e le famiglie costrette al lockdown sono state (e sono) circa 17 milioni. Questo significa che, prendendo in considerazione le 806 “nuove” segnalazioni ricevute dai centri antiviolenza, i casi di violenza domestica indotti dalla convivenza forzata rappresentano lo 0,005%. Se si tiene conto di tutti i casi, anche quelli pre-lockdown, si arriva alla “ragguardevole” percentuale dello 0,02%. Si tenga a mente che è per fenomeni con questa rilevanza che di recente il ministro Bonetti ha erogato non 3 bensì 30 milioni di euro pubblici, in piena emergenza sanitaria. In altre parole, che ci sia stato un decremento o un incremento della violenza familiare durante la quarantena, siamo davanti a un fenomeno di proporzioni microscopiche, su cui però si innesta un battage mediatico, culturale e un giro affaristico gigantesco.

Tuttavia, e veniamo al secondo punto, D.I.Re. sostiene che l’isolamento abbia fatto aumentare i casi, un po’ come è successo in Cina (ma è vero che è accaduto anche in Cina? Chissà. Dati ufficiali zero, as usual…). Dunque all’aumento dei casi deve corrispondere un aumento dei fondi per rispondere “ai bisogni dei centri”. Peccato che poco più di una settimana fa ancora si parlava di calo verticale delle segnalazioni. In questo spezzone di un TG locale pugliese, ad esempio, la presidente di un centro antiviolenza dice: “vi è stata una flessione del 46% delle telefonate giunte ai nostri centri antiviolenza in tutta la regione Puglia. E’ un dato che riflette anche un dato nazionale”. E dunque queste telefonate sono aumentate o sono diminuite? Come mai una settimana fa si parlava di un 46% in meno e ora D.I.Re. parla di aumento? Forse sono aumentate diminuendo… dalla propaganda della corporate rosa ci si può attendere tutto e il contrario di tutto. Di fatto questa contraddizione già da sola falsifica i dati autocertificati di D.I.Re.


Con buona probabilità si tratta di numeri buttati lì a caso o inventati di sana pianta.


C’è poi una terza prospettiva da cui si possono osservare i dati forniti da D.I.Re., ed è quella estera. Giusto ieri il quotidiano britannico “The Guardian”, che sicuramente non si può tacciare di essere un portavoce della misoginia, del maschilismo o dell’antifemminismo, notiziava dell’aumento spropositato di violenze domestiche da parte di componenti femminili delle famiglie (madri, sorelle, nonne), con una straordinaria recrudescenza durante il lockdown. Certo, dice il quotidiano, la maggioranza delle violenze resta in capo agli uomini (il che è tutto da verificare, considerando il molto sommerso delle violenze sugli uomini), ma l’aumento delle violenze femminili è vertiginoso. Ora: si parla tanto della Cina, dove le violenze in casa sarebbero aumentate, senza però che ci siano prove o comunicati ufficiali. D.I.Re. stessa non manca di menzionare il paese asiatico. Qui si ha invece un autorevole quotidiano che presenta dati ufficiali di segno diametralmente opposto alla fuffa spacciata da D.I.Re., ma di cui nessuno parla, non sia mai. Una prova ulteriore che probabilmente i dati diffusi da quest’ultima sono pura invenzione.

Per lo meno, noi non possiamo fare a meno di considerarli come tali. Siamo degli orribili misogini sciovinisti patriarcali maschilisti, lo sappiamo. Ma siamo anche molto affezionati alla verità dei fatti. Come San Tommaso, se non vediamo e tocchiamo non ci crediamo. Le professioni di fede non bastano quando si parla di devianze sociali e ancor più di grandi cifre di soldi pubblici erogate a babbo morto. Dunque lanciamo una sfida a D.I.Re., se se la sente di accoglierla. Per dare una cifra così precisa, 2.867 chiamate, deve essere in possesso di una banca dati, un banale foglio Excel, un elenco insomma. Ebbene, se sono reali, pubblichino l’elenco dei casi. Per tutelare la privacy è sufficiente omettere nomi e cognomi delle utenti. Basterà poter rilevare età, regione di residenza, se italiane o straniere, quale tipo di crimine da Codice Penale dichiarano di aver subito. Nel caso, l’elenco non va pubblicato tra dieci giorni, il tempo di inventarsi 2.867 record, ma subito, entro domani al massimo. Quanto serve per nascondere le colonne con i nomi e cognomi, insomma. Questa è la sfida. Se viene colta, i dati annunciati possono anche diventare verosimili. Se viene respinta, con buona probabilità si tratta di numeri buttati lì a caso o inventati di sana pianta. Attendiamo. Non tanto fiduciosi, ma attendiamo.


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