White FEmale privilege: il politicamente corretto ucciderà la “sorellanza”?

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LA FIONDA

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Kirsten Gillibrand

di Bastiano Mura – Il fatto che in quella fogna ideologica che è il politicamente corretto fossero inclusi i presupposti della sua stessa implosione era già ben chiaro a chiunque sapesse leggere tra le righe le varie vicende di cronaca politica e sociale degli ultimi anni, magari dandolo, tra speranza e (mezza) certezza, per scontato. La lotta per le primarie democratiche negli Stati Uniti è stata l’occasione per gustarsi un florilegio di deliri e analisi vaneggianti. Provenienti sia da alcuni disperati di ambo i sessi originariamente in corsa per la candidatura e, chissà perché, scomparsi dai radar nell’arco di breve tempo (formidabile ad esempio Kirsten Gillibrand, fermatasi all’1% nei sondaggi e ritiratasi già in agosto, che continuava a parlare di white privilege a una working class bianca impoverita che vive da tanti anni in zone depresse economicamente), sia da testate giornalistiche anche autorevoli e noti blogger soliti a preferire nei loro articoli stantii costrutti ideologici rispetto ad analisi politiche basate sull’osservazione dei nudi fatti.

Mentre, grazie a queste faide interne all’asinello, il vecchio Donald annusa già l’aria di una nuova vittoria, un crescente trend, effetto collaterale della correttezza politica (o meglio uno dei tanti effetti collaterali), potrebbe insidiare sempre più il traballante senso di “sorellanza” tra le varie anime del femminismo anglofono. Un trend che, visti i tempi, potrebbe spostarsi facilmente nei dibattiti di tutta l’Europa occidentale, amplificando frizioni già esistenti che anche i miliardi elargiti da ben note fondazioni e società aperte fanno sempre più fatica a tacitare e riportare nei ranghi. Mi riferisco in particolare all’acutizzarsi in seno al femminismo (per ora solo) anglofono della polemica sul white female privilege. Sì, avete letto bene, prima di –male c’è fe-.


Le cose stanno sempre meno lentamente cambiando.


Questa polemica ha origini relativamente vecchie, c’è chi ne parlava già quando gli studi di genere e le identities politics erano ancora nella loro fase embrionale (primi anni Ottanta), ma sino ad anni recenti era assolutamente minoritaria all’interno del dibattito femminista, solitamente portato avanti da donne bianche (ops!) che vedevano nel solo maschio bianco etero la causa di tutti i mali della società. Come ben sa chi legge questo blog e altri siti della galassia maschile, l’assalto ai valori fondanti della società occidentale è portato avanti da istanze di mercato ultraliberista che, vestendo la propria mission di panni fintamente progressisti, cerca di creare una società liquida, usando il femminismo, il genderismo e l’immigrazionismo per scopi che, dietro le apparenze, di giustizia sociale hanno ben poco, se non nulla. La migliore arma per raggiungere questi obiettivi è la political correctness e il lavaggio del cervello tramite media ufficiali, associazioni finanziate a fondo perduto e politicanti prezzolati.

Fino ad anni recenti era il femminismo la principale armatura sulla quale i think tank capitalisti tessevano la loro tela. Ora, invece, le cose stanno sempre meno lentamente cambiando. L’immigrazionismo, e non da ora, è la nuova pistola fumante da usare per il raggiungimento degli scopi ambiti dal mercato globale, e di fronte ai diritti dei migranti anche il femminismo deve mettersi di lato. Cosa per altro già avvenuta negli ultimi anni (di recente, ad esempio, è venuto a galla nel Regno Unito un vecchio caso precedentemente insabbiato davanti al quale le femministe e testate come l’ovvio Guardian hanno cercato di minimizzare il fatto che degli stupri fossero autori immigrati pakistani).


Donne bianche che vogliono rieducare le loro simili.


Vuoi perché il maschio occidentale è già stato saccagnato per bene e quindi è legittimo passare allo stadio successivo. Vuoi perché il senso di pericolo vissuto dalle donne occidentali è talmente vasto che una cospicua fetta di voti ai partiti sovranisti e di estrema destra viene da loro e sono sorti movimenti di donne, come quello tedesco chiamato #120db, che denunciano il disinteresse delle forze dell’ordine quando a commettere una violenza è un migrante. Ad ogni buon conto il dibattito sul white female privilege si sta spostando dalla stampa accademica ai media mainstream (nota a margine: i movimenti femminili di qui sopra spesso vengono inclusi tra quelli d‘odio e censurati, perché di fronte agli interessi immigrazionisti anche una donna diventa cittadino di serie B e non c’è CAV che tenga). Facile intuire il perché: la donna bianca potrebbe mettersi di traverso di fronte al treno liberista a motrice occidentale che corre spedito verso le magnifiche sorti e progressive del mercato globalizzato.

Già nel 2007 sul “College Student Affairs Journal” fu pubblicato un interessante articolo che metteva in evidenza l’ipocrisia della white woman nei confronti delle rappresentanti pari sesso delle minoranze. Certo, già allora era tutto, fin dalle premesse, un discorso rientrante nell’ottica liberal e imbevuto di correttezza politica, ma ritraeva un fatto grosso modo reale. Di recente anche la stampa, progressista ma non solo, ha cominciato a parlare del white female privilege, in articoli spesso scritti… da donne bianche che evidentemente vogliono rieducare un numero sempre più recalcitrante di loro simili a percepirsi come ingiustamente portatrici sane di vittimismo. Suggerendo guarda caso di mettersi da parte quando un’istanza è portata avanti da donne delle minoranze. E, aggiungo io, magari a non lamentarsi troppo se a palpeggiarle non è un cattivissimo uomo bianco, ma un nero o un latino, aprioristicamente vittima.


Femministe radical chic col viso pallido.


Ed ecco che sul “Guardian” vibra la denuncia dell’articolista Ruby Hamad su quanto le donne bianche abbiano contribuito ai processi di colonizzazione. Cattivissime donne bianche! Vi volevate distanziare dagli uomini della vostra razza, ma siete come loro! E cattivissime femministe separatiste (come la nostrana Terragni, che guarda caso non scrive più sul Corriere), che osate denunciare i crimini contro le donne da parte dei maomettani! E mentre anche all’interno dell’alleanza tra femminismo e comunità LGBT si allargano le crepe su temi come utero in affitto e… privilegio dell’uomo bianco da parte del gay dichiarato Buttigieg, i media ufficiali cominciano a parlare di missing white woman syndrome nella stampa, quando la donna vittima di un reato o di scomparsa è bianca. E, per finire in gloria, molte donne di colore si stanno stufando che i loro diritti siano rappresentanti da femministe radical chic col viso pallido che vivono in un bel loft che dà sul Central Park. Quanto manca ad un bello split in seno alla sorellanza? Grazie, correttezza politica!


NO AI LOCALI GRATUITI ALLA CASA DELLA DONNA DI MILANO

(firma la petizione su change.org)

 


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