Art. 612 bis – Analisi critica (2)

metallica-justice-tonesProseguiamo nella disamina dell’art.612 bis del Codice Penale, relativo al reato di “Stalking”. Il primo comma dice:

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

Questa parte, per come è espressa e per come è stata interpretata dalla giurisprudenza, dice in sostanza che è stalking un comportamento ripetuto che trasmetta minacce o molestie. Prima di questo articolo i reati di “minaccia” e “molestia”, già esistevano (ed esistono ancora, art.612 CP e art.660 CP), ed erano giustamente distinti.

Mentre infatti la “minaccia” ha caratteri suoi ben definiti e oggettivi (“ciao come stai?” non è una minaccia; “ti ammazzo”, lo è…), la molestia ha un carattere molto più soggettivo (ciò che è molesto per una persona ipersensibile e magari poco equilibrata o astuta, non lo è per una persona solida, equilibrata e in buona fede). Non è un caso che la Corte di Cassazione abbia ormai definito in modo stabile che chi denuncia per molestie “debba essere oggetto di un particolare vaglio critico, poiché proveniente da soggetto portatore di interessi antagonisti con quelli dell’imputato”. Ovvero si esortano i giudici che ricevono la denuncia per molestie a verificare bene che la persona che sporge denuncia non lo faccia non perché davvero molestata, bensì perché in qualche modo è interessata a danneggiare il denunciato usando la via giudiziaria.

Due reati dunque molto diversi, quello della minaccia e della molestia, per natura e per procedimenti richiesti ai giudici. La prima aberrazione dell’art.612 bis sta proprio qui: mette insieme due reati di natura incompatibile, uno oggettivo e uno soggettivo (dunque da sottoporre a verifica).

Di fronte a questo pasticcio, la pratica giurisprudenziale si è data qualche parametro, inevitabilmente insufficiente. In particolare ha definito che quel mix imprecisato di comportamenti oggettivi e soggettivi debba essere protratto “per un certo lasso di tempo in modo seriale e comportante tre differenti eventi tra loro alternativi che devono essere in rapporto di immediata causalità con la condotta di aggressione”. Ovvero: dato un periodo X (non si sa quale, anche se sarebbe necessario definirlo…) di tempo, bastano tre eventi (due telefonate e un’email; un messaggio, un incontro di persona e una telefonata, eccetera), per poter essere denunciati per stalking.

Questo parametro, come si vede, è meramente quantitativo e illogicamente restrittivo. Che nei tre eventi il presunto “persecutore” cerchi di parlare con la presunta vittima, magari per chiarire civilmente alcune vicende, o lo faccia per minacciarla o tormentarla, non conta nulla. Decade cioè quella distinzione tra il “cosa” e il “quanto” che aveva portato il legislatore a distinguere logicamente il reato di minaccia da quello di molestia. La pratica, dunque, ha aggiunto anomalia applicativa ad anomalia legislativa.

Ma non è finita. La seconda parte del comma parla del famoso “stato d’ansia”. L’interpretazione della giurisprudenza ammette candidamente quella che a nostro avviso è la terza aberrazione che nasce da questo comma: “nel reato di atti persecutori rileva la risposta in concreto prodotta sul soggetto passivo effettivo e non l’idoneità astratta dei comportamenti. Dal punto di vista soggettivo stalker può essere chiunque: spesso è l’ex partner, ma può essere anche uno sconosciuto, un vicino di casa, un collega di lavoro”.

Questa è una delle chiavi di volta, volendo anche l’elemento contrario allo Stato di Diritto. Ciò che conta non è “cosa” l’accusato abbia messo in atto, ma come lo vive la presunta vittima. Che a questo punto ha buon gioco a sostenere che un “ciao come stai?” le mette ansia tanto quanto “ti ammazzo”. Si dirà: bene, ma dovrà dimostrare che anche il mero saluto la mette in ansia. Il comma corre in soccorso, suggerendo una fattispecie: il cambio di abitudini. Non perde tempo a provare a definire cosa possa oggettivamente essere molesto o meno, ma imbocca le presunte vittime con un elemento: il cambio di abitudini, che è quanto di più falsificabile ci sia. Un certificato medico, un cambio di numero telefonico, un’autocertificazione che si è dovuto cambiare tragitto per andare al lavoro o tornare a casa, e il gioco è fatto: la persona è giuridicamente riconosciuta come in stato d’ansia a causa di qualcuno. Chiunque sia: l’ex fidanzato o marito, il dirimpettaio che saluta ogni mattina, lo sconosciuto che fa un sorriso cortese sul bus, tanto quanto il maniaco minaccioso e invadente. Di tutta l’erba un fascio, sulla base di una sensibilità tutta soggettiva, e come tale quasi impossibile da verificare, non venendo attuate le verifiche che erano imposte per il vecchio reato di molestie.

In questo modo l’art.612 bis solleva il legislatore e gli apparati giuridici dal difficile compito di indagare e di distinguere in modo razionale e oggettivo ciò che è persecutorio da ciò che non lo è. Tutto è delegato a elementi quantitativi e al “sentire” della presunta vittima, senza alcuna verifica che sia o meno in buona fede. I legislatori, pur di poter dire di aver approvato una legge sullo stalking hanno abdicato al loro ruolo. Mettendo in mano anche a persone in cattiva fede o poco equilibrate (la maggioranza) un’arma devastante.

Questa lunga serie di anomalie, già di per sé aberranti sotto vari profili, una volta affidate a un sistema giudiziario e di polizia privo di risorse e oberato di procedimenti e pratiche, ha creato ulteriori storture. La quantità di denunce per stalking, buona parte delle quali infondate, è tale che nessuna questura o procura è in grado di evaderle secondo coscienza, ovvero nella tutela dei diritti dell’accusato, che comunque già sono ridotti al lumicino nella fase iniziale (come vedremo successivamente). L’esito è che a fronte di denuncia si procede spediti sulla base di una presunzione di colpevolezza. E questo è certo se si tratta della denuncia di una donna contro un uomo. Diverso, come abbiamo visto ieri, se si tratta della denuncia di un uomo contro una donna, ma questo è un altro argomento…

In sostanza, c’è un ammonimento pronto per ogni maschio in ogni questura d’Italia. Non importa che sia innocente o colpevole. Le autorità non vogliono “menate”, non vogliono e non possono andare a fondo di ogni caso. Per non sbagliare, dunque, e non rischiare di farsi sfuggire uno stalker vero, procedono indiscriminatamente contro tutti, che le prove siano consistenti o no. Tanto l’art. 612 bis consente tutto ciò. Non c’è tempo e modo di verificare. E poco importa se a questo scopo viene sacrificato un numero impressionante di persone, con le loro sofferenze, il loro vissuto, la loro dignità, distrutta già dagli eventi personali e ancora più spezzata e infangata da una palese ingiustizia.

Un corollario da segnalare, infine, riguarda la pena: da sei mesi a cinque anni. Mentre corrotti, mafiosi e assassini sono a piede libero, uno stalker in Italia rischia di andare davvero in carcere.

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