Art. 612 bis – Analisi critica (3)

metallica-justice-tonesProseguiamo con il secondo comma dell’articolo, che dispone quanto segue:

“La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici”.

Dunque si prevede, nella prima parte, pene più gravi se lo stalking è attuato a danno di una persona con cui il presunto persecutore aveva una relazione sentimentale di qualunque tipo. Qual è la “ratio” (la ragione di fondo) di questa aggravante? Essenzialmente una, puramente statistica: fenomeni di cosiddetta persecuzione avvengono maggiormente a seguito di separazioni.

Fermiamoci un attimo su questo aspetto, che riteniamo ottuso, come tutte le iniziative basate solo sui numeri, e dunque non condivisibile. Stando a questa parte del comma, una persona che perseguita un’altra persona a cui è del tutto estranea commette un atto meno grave dell’ex marito o ex moglie che “perseguitano” l’ex moglie o ex marito (o compagno, o fidanzato che sia). Riteniamo questa “ratio” una vera bestialità. Sia conoscendo la realtà delle cose, molto umana, sia guardando altre statistiche, meno numeriche. La separazione da un rapporto consolidato è ben più traumatica del fastidio arrecato dal corteggiatore estemporaneo che rompe l’anima coi messaggi e le improvvisate. Il dolore generato da un divorzio (ancor più se ci sono figli di mezzo) è profondo, coinvolge l’intera esistenza e i piani di vita di una persona, maschio o femmina che sia. Vedere tutto spezzato, spesso a causa di qualche capriccio (tradimento), genera un disorientamento che può ragionevolmente sfuggire al controllo della razionalità. Ed è così che legioni di persone (uomini e donne, ma soprattutto uomini), in più della metà dei casi di stalking tempesta la propria ex per cercare di ricomporre la crisi (vedasi statistiche di qualche giorno fa). In tutto questo c’è umanità, disperazione, vuoto, da qualunque parte provenga, uomo o donna. Inoltre alla base di un matrimonio o un rapporto affettivo c’è, o c’è stato, un sentimento di cura e amore. Per questo raramente, se non in casi di vera e propria patologia, la reazione al dolore si traduce in violenza. Di recente abbiamo pubblicato il contributo di un lettore che, nonostante le umiliazioni subite dall’ex moglie, dichiara di continuare ad amarla e che non le torcerebbe un capello. Così è nella maggioranza dei casi. Dunque a nostro avviso la presenza di un rapporto affettivo precedente non dovrebbe essere un’aggravante, bensì un’attenuante. Se solo chi ha fatto la legge avesse la percezione dell’umanità degli eventi e delle emozioni, e non si basasse solo sui freddi numeri, così dovrebbe essere. Di contro, il molestatore estemporaneo, l’estraneo che comincia a tormentare un’altra persona, quello sì che dovrebbe essere sanzionato con più severità. Il suo atteggiamento persecutorio si basa il più delle volte su spinte puramente istintive, su pulsioni del momento, magari prive di ogni fondamento. Con queste premesse non ci sono giustificazioni, nemmeno parziali, a un atteggiamento ossessivo. Che spesso, proprio grazie all’estraneità delle parti, è facile che si traduca in frustrazione e poi in violenza. Nonostante questo, la legge dispone tutto all’opposto.

La seconda parte del comma contiene poi una delle tante chiavi di volta dell’anomalia di questo articolo. Sussiste l’aggravante anche se la presunta persecuzione avviene attraverso strumenti informatici (social network, email) o telematici (telefono). Con ciò il legislatore può apparentemente vantarsi di aver fatto una legge “al passo coi tempi”. Ma così non è. Anzi, nel suo essere spaventosamente arretrata, fornisce alle presunte vittime in malafede uno strumento di manipolazione perfetto. Come si sa, l’accusa di stalking scatta (lo vedremo successivamente nel dettaglio) quando la presunta vittima è costretta a cambiare condotte di vita, per evitare di essere perseguitata. Tra questi cambiamenti, quelli più emblematici, in ambito informatico e telematico, sono considerati:
1) il cambio di numero di telefono;
2) il cambio di email;
3) la chiusura (ed eventuale riapertura con account diverso) dei propri profili “social”.
Se la presunta vittima fa una di queste cose (meglio ancora tutte e tre), l’ammonimento per stalking per l’accusato è già certo, e forse anche l’accusa penale.

In effetti sono tutte azioni che determinano un disagio organizzativo (avvisare tutti i contatti del nuovo numero o della nuova email, eccetera…), che diventa sicuramente più pesante se lo si fa in uno stato di ansia da persecuzione. Problema: sono azioni tutte non necessarie. Non più, per lo meno. Sono necessarie solo per chi ancora (ed è ormai un numero meno che minimale) è penalizzato dal “digital divide” o patisce uno stato di analfabetizzazione digitale. In parole povere, quelli che non hanno dispositivi recenti e non sanno usare internet e affini.

Di fatto anche il più elementare dei dispositivi telefonici oggi dispone della funzione “blacklist”. Due ditate allo schermo e i seccatori (telepromotori in primis…) sono interdetti alle telefonate e ai messaggi. Lo stesso vale per le email: due click e i seccatori finiscono nella cartella “Spam”, che in genere si svuota periodicamente da sola. Due ditate e due click sono sicuramente meno disagevoli di un cambio di numero di telefono o di email, lo si deve ammettere. E anzi hanno un’agevolezza quasi rassicurante rispetto ad eventuali stati d’ansia, essendo immediati ed efficaci tanto quanto azioni molto più noiose e fastidiose come il cambio di numero di telefono, eccetera. Rimane l’ipotesi che qualcuno possa introdursi nella posta elettronica o nei social della vittima. Stando al numero di denunce, l’Italia è piena di uomini con spaventose competenze da hacker…

Naturalmente non è così. Semplicemente tantissime persone usano come password combinazioni facilissime da indovinare: il nome dei figli, il proprio nome scritto all’inverso, il proprio codice fiscale o data di nascita, titoli di canzoni o film preferiti, e così via. Roba che non serve un hacker per indovinarla, basta un ex con buon senso e buona memoria. Va detto però che è nell’ABC dell’uso di internet (che purtroppo nessuno insegna a scuola) proteggere la propria privacy con password complesse.

Dunque la natura “al passo coi tempi” di questa parte del comma è assolutamente fasulla. Può valere per chi ha ancora un Nokia 3310, forse, o per chi è tanto cretino da usare password indovinabili. In un caso, la legge è troppo arretrata, nell’altro la dabbenaggine della presunta vittima dovrebbe annullare di per sé la ratio che sta alla base dell’aggravante stabilita da questo comma.

Ciò che è più rilevante di tutto, però, è che questa parte si presta, nella pratica, ai meccanismi manipolatori utilizzati da molte presunte vittime per accusare di stalking chi stalker non è. Basta cambiare numero di telefono (cosa tecnicamente non necessaria, dunque è una messinscena il più delle volte) o email (idem), o chiudere il proprio profilo social (quando basterebbe mettere una password blindata), e si ottiene quello che si vuole, il tutto a norma di legge, con in più un’aggravante che non ha senso.

Al momento, appare evidente, non c’è una cosa che sia sensata in questo articolo di legge. E le conseguenze si vedono tutte.

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