Quiz letterario

Oggi proponiamo un piccolo quiz. Un esperimento che potrebbe essere significativo.
Dunque postiamo qui la foto di due capoversi di un romanzo. Chi vuole, li legga e provi a pensare di cosa si stia parlando, a cosa i personaggi si stanno riferendo. Poco sotto, la soluzione del quiz e il nostro punto di vista.

17814327_1291157794271819_8852320981219034299_o

Ebbene, di cosa si sta parlando? Di separazioni, divorzi, relazioni affettive spezzate e relative conseguenze sugli uomini in questione?
Niente affatto. I brani sono tratti dal romanzo “A cercar la bella morte” di Carlo Mazzantini. Vi si racconta la storia di un giovane arruolatosi volontario nelle milizie fasciste ai tempi della Repubblica di Salò. Sopravvissuto alla guerra, si ritrova con i suoi ex commilitoni, ormai diventati tutti anonimi borghesi, a ripensare a ciò che hanno vissuto. Soprattutto a ciò in cui avevano creduto (giusto o sbagliato che fosse) profondamente, e che di punto in bianco gli è stato tolto proprio da coloro che li avevano coinvolti e convinti. E alla privazione si aggiunge anche il biasimo: svuotati dei valori in cui credevano, nel dopoguerra sono etichettati come teppisti, assassini, criminali. Dunque non c’è niente, ma proprio niente a che vedere con questioni amorose, separazioni, divorzi, eccetera.
Ma allora perché abbiamo pubblicato questi spezzoni? Che c’entrano?
C’entrano perché sono la rappresentazione quasi perfetta di ciò che capita a un uomo di fronte alla negazione e distruzione del contesto di valori in cui credeva, di fronte a una separazione, quando la donna, prima alleata, diventa uno strumento di demolizione. Quelle descritte sono reazioni puramente maschili, va detto. Si tratta di soldati, ma non è diverso quando si tratta di uomini normali, innamorati della propria compagna e di un progetto di vita. L’attinenza c’è tra le due realtà se si pensa ai due tormentosi luoghi comuni con cui si interpreta da un lato il dolore da separazione, dall’altro le frequenti reazioni maschili alla separazione, che così spesso vengono interpretate quando non denunciate come stalking.
Di solito si paragona dolore da separazione a un “lutto”. Molti dicono che gli uomini sono limitati perché faticano a elaborare il lutto. Diremmo che il paragone con il lutto non regge: il lutto é inevitabilmente legato a un’irreversibilità oggettiva dei fatti, che nelle separazioni non c’è. In teoria una separazione è potenzialmente reversibile… che poi in pratica questo non possa o debba accadere, l’inconscio non lo sa. Dunque il dolore è ben diverso. E’ uno smarrimento molto simile a quello descritto nelle pagine del romanzo di Mazzantini. Non è (solo) disorientamento e disperazione per qualcosa che non c’è più. Tanto meno deriva dalla perdita del “possesso” di qualcuno (come molte femministe facilone tendono a spacciare). Si tratta il più delle volte di un complesso di valori che erano entrati a far parte della vita di una persona. Che erano diventati fondamenta di un’intera esistenza, imperniata su un progetto di relazione, di famiglia, di futuro. Qualcosa su cui gli uomini (naturalmente parliamo di persone sane di mente) si mostrano sempre più inclini a scommettere tutti se stessi. Quel complesso di valori inizialmente condivisi con la compagna, e che l’uomo condivide con piena consapevolezza e partecipazione interiore, diventa esso stesso l’essenza della persona, che rinuncia alla propria individualità, per acquisire il progetto di vita comune come l’unico parametro portatore di un senso.
Così accadde per i giovani come il protagonista del libro di Mazzantini. Abbracciarono un’ideologia, che è qualcosa di molto più profondo di un’idea, a cui partecipavano anche altri, con cui condividevano valori e senso. Alla fine, molti di coloro con cui condividevano quel complesso di valori, decisero di “cambiare casacca” o di adattarsi alla nuova realtà, in ogni caso di negare ciò che era stato in passato come se niente fosse, con estrema disinvoltura, magari additando gli “ex camerati” come criminali.
“Vite mozzate”, dice Carlo Mazzantini nel descrivere lo stato in cui versavano queste persone nel dopoguerra. E non è importante che si trattasse di ideologia fascista. Si potrebbe dire la stessa cosa dei comunisti convinti dopo la caduta del muro di Berlino, il dolore e il disorientamento sono gli stessi. E’ il meccanismo interiore che conta, che non ha nulla a che fare con il lutto. Lutto un paio di palle, anzi. Si tratta dell’intero paradigma di una vita negato, distrutto e infangato proprio da coloro con cui quel paradigma era stato costruito e condiviso.
E’ con questa chiave interpretativa che andrebbero lette molte delle reazioni maschili alle separazioni. Perché, è ben noto, le reazioni femminili sono molto diverse, così come il grado di partecipazione a un progetto di vita che escluda pruriti o inquietudini superficiali nella scelta di “sciogliersi” interamente in un progetto di vita stabile. La convinzione è che la vera donna emancipata ha quasi il dovere di mettere davanti a tutto, anche a ciò che ha contribuito a costruire, la soddisfazione delle sue inquietudini e dei suoi lati irrisolti. E che il contesto di un progetto stabile, a cui inizialmente si conformano per la normale accettazione sociale, debba essere poi considerato qualcosa di oppressivo e contrario al diritto di essere “libere”. Una libertà che dunque viene interpretata e affermata in modo distruttivo. E che dunque non è affatto libertà.
In altre parole, il “menaggio” per cui molti maschi cattivi e stalker si comportano in modo disperatamente ossessivo perché “non accettano la fine di una storia”, è qualcosa di molto più profondo di quanto quella formuletta giornalistica, usata ampiamente anche dalle donne in termini autoassolutori, riesca ad esprimere. Per la maggioranza dei casi la “fine di una storia” è qualcosa di totale, anzi totalizzante. E’ la propria stessa vita, il proprio stesso futuro, fatto a brandelli da coloro che avevano inizialmente partecipato, in apparenza con convinzione, alla sua costruzione. Con un lutto fai i conti, in un modo o nell’altro. Con la perdita di senso no, non è così semplice, e spesso non ci si riesce mai.
Con ciò (bisogna sempre specificarlo) non sono giustificati mai atti di violenza. Mai e poi mai. Con ciò ci preme solo dire che le reazioni degli uomini che “non accettano la fine di una storia” hanno una dignità e una profondità che né i media né il mondo femminile sono in grado di comprendere davvero. Purtroppo nemmeno i legistlatori hanno saputo tenere conto di questo tipo di vissuto, di questa evoluzione maschile verso un sentire femminile di tipo antico, mentre la donna viveva la sua involuzione verso un antico sentire maschile. La divaricazione tra i due generi nel promuovere e vivere il rapporto di coppia nel corso del tempo è diventata siderale. Leggi come l’art.612 bis, per non parlare dell’approccio fazioso dei media, non fanno che radicalizzare questa divaricazione, che invece andrebbe colmata.
Occorre insomma non demonizzare, ma avere il massimo rispetto degli uomini che “non si rassegnano”. Non lo fanno per capriccio. Non sono persone in lutto. Sono reduci di guerra destinati a vivere per sempre in uno stato di shock post-traumatico. Nella maggioranza dei casi, sono persone che hanno subito una truffa atroce, che li ha privati di ogni capacità di vivere realmente, da quel momento e per il futuro. Di contro, occorrerebbe guardare con sospetto e biasimo coloro che si rassegnano con la massima disinvoltura alla distruzione di tutto ciò a cui avevano partecipato, coinvolgendo altre persone, altre vite.
La domanda che ossessiona un uomo, dal momento della separazione e per sempre, è quella che Mazzantini mette in bocca a uno degli ex soldati del romanzo: “Che te ne fai di questa vita mozzata? Mutilata di quello che per loro è solo uno spezzone, un episodio, qualcosa divenuta vergognosa e da cancellare, e per te tutto! Tutta la tua vita! Dice, ti fai uomo, ti maturi! Ma come? Con quali parole!… Maturo da che cosa? Da niente? Dalla pagina cancellata?”.
Esatto: che te ne fai? Niente.
Sul piatto della bilancia, alla fine, per ogni donna infastidita dall’espressione esplicita del dolore annientante del proprio ex, tanto da volerselo togliere di torno con una denuncia per stalking, e comunque capace di superare di slancio la separazione e la vita precedente come se fossero banali “episodi” tra i tanti, ci sono almeno dieci uomini svuotati di senso, che calcheranno per sempre questa terra con la consistenza di anime morte.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.