Art. 612 bis – Analisi critica (6.1)

metallica-justice-tonesEccoci all’appuntamento di analisi della legge “anti-stalking”. Questo capitolo sarà particolarmente lungo, quindi abbiamo deciso di dividerlo in due post distinti. Uno verrà pubblicato oggi e il seguito domattina.

Ogni legge, solitamente, non basta da sola ad ottenere i risultati per cui è stata concepita. Essa deve venire applicata. E i termini dell’applicazione di una legge in genere vengono stabiliti da ulteriori leggi o direttive o circolari dei vari organi dello Stato. L’art. 612 bis non fa eccezione. Per capire dunque come esso si presti agli abusi che andiamo denunciando ormai da tempo, occorre inquadrare per bene anche le sue fasi applicative, che è poi ciò a cui ci dedicheremo d’ora in poi, dando per scontato quanto già abbiamo affermato nei post dei venerdì precedenti.

Come premessa, va detto che il sistema entro cui va ad applicarsi l’art. 612 bis non è dei più adeguati. Parliamo di questure, procure, posti di Polizia o Carabinieri che accolgono le denunce delle presunte vittime. Come ammesso dalla nota avvocato Giulia Bongiorno, da sempre in campo a difesa delle donne, la preparazione di questi enti rispetto al reato di stalking è a “macchia di leopardo”. Ovvero il problema viene affrontato in modo diverso a seconda delle aree del paese. Se una persona viene colta a spacciare eroina, viene trattata allo stesso modo, da Trento a Lampedusa. Idem per qualunque altro reato penale: esiste un’uniformità territoriale nel gestire gli atti criminali. Per lo stalking no, ognuno fa un po’ per sé. Così capita che nel posto X la denuncia, sebbene circostanziata e comprovata, non venga accolta o venga accolta con grande difficoltà e diffidenza, mentre nel posto Y si procede su qualunque denuncia, a prescindere. Anche su questo abbiamo portato diversi esempi nei nostri post precedenti.

Se poi si considera che chi riceve o valuta la denuncia è un essere umano e non un androide o un robot, il panorama si fa ancora più frastagliato. Cambia molto se il poliziotto o il carabiniere che accoglie la denuncia è uomo o donna, e se il denunciante è uomo o donna. Come statisticamente provato, tutto cambia radicalmente poi se a presentare denuncia di stalking è un uomo. Lì si tratta di insistere molto, portare prove inconfutabili, in ogni caso ce ne vuole perché un uomo possa depositare una denuncia per persecuzione. Tutto questo, oltre alla possibile impreparazione di chi, nelle questure o procure, acquisisce le denunce senza avere alcuna idea di cosa davvero sia lo stalking, è dovuto alla narrazione predominante che di questo reato viene fatta a livello mediatico. C’è un’attenzione forzata verso gli eventi che abbiano come vittime le donne, e c’è una costante rappresentazione aberrata della figura maschile. Nella lettura comune, anche se non nei fatti, la legge anti-stalking è “fatta per le donne” e, conseguentemente, è “contro gli uomini” (in quanto cattivi di natura). Così viene letta dal cosiddetto “uomo della strada”. E sfortunatamente molti “uomini della strada” di mestiere fanno i poliziotti, i carabinieri o i magistrati, dunque non sono immuni dai pregiudizi mediatici sul tema.

Ultima ma non meno importante premessa riguarda la gestione pratica degli uffici preposti ad accogliere le denunce di stalking. Essi sono, di fatto, oberati da migliaia di pratiche. La lentezza del sistema giudiziario italiano, cosa ben nota, è in gran parte dovuta alla “litigiosità” del popolo italiano, si dice. Si potrebbe dire che le leggi italiane favoriscono questa litigiosità e questo accesso “facile” alle carte bollate. Comunque la si veda, gli uffici di questure e procure sono sopraffatti di pratiche, molte delle quali irrilevanti e alcune davvero gravi e importanti. Riconoscere queste ultime nel mare di carte in cui navigano non è semplice. Talvolta è quasi impossibile. Da alcuni nostri colloqui privati con ispettori e commissari di Polizia abbiamo avuto il dato secondo cui giornalmente le denunce per stalking (e affini) si aggirano tra le 20 e le 50, a seconda che si tratti di grandi o piccoli-medi centri urbani. Significa di fatto tra le 20 e le 50 storie da ascoltare, verificare e indagare ogni giorno. Su un reato che è sempre costantemente sotto l’occhio dei media. Per stessa ammissione degli uffici interni, a fronte a una mole del genere e a tali pressioni, è impossibile effettuare indagini vere e approfondite, dunque la scelta è sempre la stessa: si procede praticamente su tutti, indistintamente. Un po’ per evadere la pratica, un po’ perché “non si sa mai”. Se nel mucchio c’è davvero uno stalker che poi passa ad atti violenti, per lo meno la Questura ha fatto il suo dovere e i media non possono avanzare critiche. Farsene sfuggire uno e finire in prima pagina per un posto di Polizia significa sanzioni, trasferimenti, imbarazzi e casini di vario genere. Dunque: si procede su tutti, non importa chi sia a presentare la denuncia (a meno che non sia maschio, in quel caso si tende a rimbalzarlo nell’immediato), né quali prove porti. E’ del tutto sufficiente che mostri e dimostri di essere nei requisiti di legge per poter procedere, ovvero che sia in ansia, che tema per l’incolumità propria e dei propri cari e di aver cambiato abitudini di vita. Tutti fatti soggettivi, che quindi si dimostrano da sé, si “autocertificano”, senza necessità di prove. In questo modo, come già detto più volte, si finisce sempre nel calderone giudiziario. Così, di fatto, c’è un procedimento per stalking che pende sul capo di ogni persona.

Questo è dunque il contesto organizzativo entro cui va ad applicarsi una denuncia per stalking. Appare chiaro che, stanti così le cose, i margini per fingere ciò che non è, per portare avanti false accuse, per strumentalizzare la legge da parte di una presunta vittima sono amplissimi. Le condizioni applicative, organizzative e di contesto sono insomma un’autostrada per l’abuso. Il tutto a discapito di chi è davvero vittima di stalking.

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