Art. 612 bis – Analisi critica (6.2)

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Nella pratica: il reato di stalking si considera “progressivo”. Ovvero è tale, tra l’altro, se si concretizza in una escalation di atti. In genere inizia timidamente, per poi degenerare in un crescendo ossessivo. All’inizio quindi, può non essere di grandissima rilevanza penale. Ed è in quel momento che andrebbe fermato. Per andare incontro a questa logica le norme applicative prevedono che, a fronte di una denuncia, non si parta subito alla carica con l’azione penale (Procura), ma ci sia un momento intermedio gestito dalle forze di Polizia (Questura). Con esso si cerca di interrompere l’escalation prima che degeneri. Questo intervento della Questura si chiama “ammonimento”. In sostanza l’accusato viene chiamato davanti al Questore (rappresentato da un agente di Polizia), gli si dice che qualcuno che si ritiene vittima di stalking da parte sua ha chiesto l’intervento delle autorità, e gli si notifica un atto amministrativo con cui lo si invita a tenere un comportamento conforme alla legge. Si tratta cioè di una forma di “diffida”, che a seconda dei casi, è solo un invito a comportarsi bene e a non dare più fastidio alla presunta vittima, oppure è un divieto reciso ad avvicinarla e contattarla. In ogni caso non è un atto che finisce sulla fedina penale, proprio in quanto atto amministrativo. In sostanza è come una “multa”, e l’infrazione riguarda il comportamento del singolo. Un po’ come le note sul registro quando si era a scuola. Dal momento in cui riceve l’ammonimento, l’accusato deve astenersi dall’infastidire la presunta vittima. Se lo fa, scatta subito l’azione penale, e il fatto di non aver ascoltato l’invito del Questore diventa un’aggravante in fase di giudizio.

La dottrina giurisprudenziale si spertica nel sottolineare come l’ammonimento sia una sorta di “tirata d’orecchie”, niente di particolarmente grave, nulla che alteri la condotta e la qualità della vita di chi la riceve. Per questo non è particolarmente necessario che si dia all’accusato strumenti per contestare il provvedimento. Che tra l’altro può fare ricorso, si dice, contro l’ammonimento. Ma, per l’appunto, si tratta di dottrina, teoria. Che in parte contraddice se stessa, e in parte non ha nulla a che fare con la pratica. Vediamo perché.

1) Persino le multe per infrazione al codice della strada sono contestabili. Se un vigile urbano ci multa (atto amministrativo come l’ammonimento) perché sostiene che il giorno tale abbiamo parcheggiato in divieto di sosta nella via X della città Y, e noi possiamo dimostrare che quel giorno con la nostra auto eravamo da tutt’altra parte, ci sono ampie possibilità che la multa venga ritirata. Ma in questo caso il multato conosce nel dettaglio le circostanze contestate e ha la possibilità concreta di discolparsi (se può, ovviamente). Questo è sempre avvenuto, ed era frequente che il multato si servisse di trucchi vari per sfuggire all’ammenda. Ovvero si verificavano degli abusi, che oggi sono diminuiti sensibilmente. Tutti sono dotati di strumenti telefonici con fotocamera, ed è ormai frequente vedere vigili urbani fare foto alle auto in infrazione. Possono farlo e possono usare le foto per dimostrare che la contestazione del multato è farlocca. Insomma, nel caso della multa per divieto di sosta ci sono tutte le possibilità per contestare da parte dell’accusato e di incastrarlo da parte delle autorità, prove alla mano. E anche una multa non sconvolge più di tanto la vita del multato, sia che la debba pagare sia che la sfanghi. Per l’ammonimento, che è un atto amministrativo come la multa, non è così. Chi gli contesta la sua condotta non è tenuto a dirgli nel dettagli di cosa sia accusato, tanto meno è tenuto a mostrargli le prove a supporto delle accuse. E così si finisce subito nel kafkiano (e nell’incostituzionale… anche gli accusati hanno dei diritti e sono innocenti fino a prova contraria…). Certo l’accusato ha il diritto di depositare una memoria difensiva ma… su cosa? Il più delle volte ha solo dei cenni sulle accuse che gli sono mosse e non ha idea di cosa il querelante abbia presentato come prove. Quindi va al buio, anche presentando memorie difensive. Che in ogni caso non servono a nulla. Per i motivi che abbiamo detto prima, partita la macchina dell’ammonimento, essa procede, “perché non si sa mai”. Non c’è tempo per le autorità di verificare l’attendibilità dell’accusatore, le prove presentate, le controdeduzioni dell’accusato. Troppa roba, troppo da fare. Si procede e basta. C’è un avviso di ammonimento (ovvero: “occhio che rischi”), a cui segue sempre l’ammonimento vero (“comportati bene o finisci nel penale”) il tutto basato su una tipologia di accuse che vedremo la prossima volta e anche in assenza di prove. Il tutto in un contesto dove si viene trattati in genere come già colpevoli, a prescindere. Un passo che l’accusato può fare per scrollarsi di dosso l’ammonimento è il ricorso, come dice la dottrina. Ma si tratta di un ricorso amministrativo, da farsi dunque al TAR o al Presidente della Repubblica. Un procedimento che, quando va bene, dura tre anni, con costi connessi (tra avvocato e il resto) che si aggirano tra i 3000 e i 5000 euro. Un modo come un altro per disincentivare tali ricorsi. Un modo come un altro per dire: il marchio dello stalker o del quasi-stalker te lo prendi e te lo tieni, vero o no che sia.

2) La logica dell’ammonimento, lo si è detto, è quella di interrompere l’escalation. Così lo giustificano il legislatore e la dottrina. Non tenendo conto che lo stalker, quello vero, patisce squilibri psichiatrici e comportamentali ben precisi. E che potrebbe dunque non essere in grado di cogliere la minaccia insita in un atto amministrativo del genere. Che anzi molte volte innesca una esasperazione dei comportamenti. Che qualcuno si infiltri e si impicci in un rapporto che lo stalker, nella sua patologia, ritiene privato tra sé e la sua vittima, spesso più che reprimere l’istinto persecutorio lo rinfocola aggiungendovi rabbia e risentimento. Che spesso sono collegati a un dato di fatto di cui nessuno parla, che tutti ignorano (o fingono di ignorare). L’abbiamo detto già più volte in altri post: un ammonimento è per sempre, come il diamante. Se vieni certificato come (quasi)stalker, tale rimani a vita. E se per caso in futuro un’altra persona volesse denunciarti per stalking (d’altra parte è così semplice farlo…), si viene considerati recidivi. Dunque non è un mero atto amministrativo, come viene spacciato. Ha una rilevanza anche penale, sebbene indiretta. Che dura per sempre. Anche ai pluriomicidi viene concesso uno sconto di pena se si comportano bene in carcere. Per i (quasi)stalker non ci sono sconti: l’ammonimento non scade mai. Che una persona debba, a torto o a ragione, portarsi dietro un marchio del genere a vita, anche magari a fronte di un’assoluzione dal lato penale, è un’aberrazione giuridica che sfugge all’incostituzionalità solo in quanto atto amministrativo. Se venisse riconosciuto, come di fatto è, uno strumento che può andare a pesare di fatto anche sul lato penale, l’incostituzionalità della sua durata perpetua sarebbe scontata.

3) L’ammonito per stalking non vede modificata in modo radicale la propria vita. Questo è vero se lo si paragona alla vera vittima di stalking, che le abitudini di vita è costretta a cambiarle davvero. Ed è vero solo dal lato dottrinale. Nella pratica non è assolutamente così. Chi ha sulle spalle un provvedimento del genere verrà condizionato per sempre nella sua condotta affettiva. Sapendo quanto facile è accedere al procedimento di stalking, avrà timore ad adontare anche minimamente la propria compagna o il proprio compagno. Non solo: seppure non risulti nella fedina penale, esso diventa qualcosa di noto nel caso un giudice debba valutare la credibilità della persona. Se dunque un ammonito per stalking presenta a sua volta una denuncia o un esposto, contro chi l’ha accusato o anche verso altri, di altro genere, il PM che ne valuta l’attendibilità ha modo di conoscere la sua condizione di ammonito. E questo, nei fatti e nelle statistiche, porta un pregiudizio che fa perdere quasi tutta la credibilità della persona, quando diventa accusante. Sono drammaticamente frequenti i casi di separazione in cui una delle parti aveva qualcosa di grave da nascondere, e per evitare che l’ex denunciasse quel qualcosa, gli ha “tappato la bocca” con una bella denuncia per stalking. Che magari non è finita nel penale e si è esaurita con l’ammonimento, ma tanto è bastato per far perdere alla controparte ogni possibile credibilità. Se questa non è una modifica radicale della propria vita, allora cos’è, verrebbe da chiedere ai dottori del Diritto? Senza contare un aspetto ormai dimenticato, purtroppo, ma per molti ancora validissimo, ovvero l’onore. Per molti essere ammonito per stalking, ancor più senza aver avuto la possibilità di difendersi, e magari a fronte di accuse false, è un disonore che segna l’autostima, l’equilibrio emotivo e psicologico, per sempre. Ma questo tipo di ansia soggettiva non è presa in considerazione dalla legge e dalle sue disposizioni attuative.

La prossima volta vedremo nel dettaglio quando e come è possibile depositare una denuncia per stalking, e cosa accade quando il procedimento dalla fase amministrativa scivola verso la fase penale.

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