Art. 612 bis – Analisi critica (8)

Come affrontare una denuncia o un processo per stalking? Quello che ci interessa è rispondere a questa domanda non nell’ipotesi in cui l’accusato sia effettivamente colpevole. In quel caso sarà compito dell’avvocato difensore cercare di ottenere il risultato per cui è stato incaricato. Il nostro interesse è diretto più che altro ai casi frequentissimi in cui l’accusa di stalking è infondata, basata su false accuse, su esagerazioni calcolate da parte della presunta vittima, o su situazioni che stalking non sono ma il querelante ha qualche interesse a farle passare per tali. E, come abbiamo visto, al querelante bastano le accuse per porre l’accusato sul banco degli imputati.

Partendo dal provvedimento base, ovvero l’ammonimento, l’accusato ha il diritto di depositare una memoria difensiva, dove per l’appunto può cercare di replicare alle accuse mosse. L’utilità di tale memoria, nell’immediato, è pari a zero. Il Questore ignorerà qualunque argomentazione, alibi di ferro, o prova contraria si sia in grado di presentare. Perché alla base di tutto ci sono le accuse della presunta vittima e il suo stato di ansia / paura. E in questa fase si è ancora in ambito amministrativo, dunque nessuno è chiamato a portare prove di nulla e l’accusato non viene informato su quali siano le accuse o le prove. Come detto in precedenza, il contesto è kafkiano, da delazione del periodo staliniano: X accusa Y di averlo messo in ansia, l’ammonimento parte al 99% e il diritto di difendersi con una memoria apposita è posticcio. Nella fase amministrativa viene del tutto ignorato. Per approfondimenti su ciò che avviene in fase di ammonimento, rinviamo al nostro precedente articolo.

Se alla presunta vittima l’ammonimento non basta, le è sufficiente dichiarare di essere stata ulteriormente perseguitata anche dopo il provvedimento amministrativo della Questura, e presentare dunque denuncia penale. A quel punto le carte passano dalla Questura alla Procura, e il PM apre un’indagine sull’accusato. In genere si tratta di colloqui con persone vicine al presunto stalker, analisi del contesto “criminoso” e delle prove che eventualmente il querelante ha presentato (ma non è obbligato a presentarne, bastano le sue dichiarazioni, com’è noto). Se il PM rileva che ci siano i termini, ovvero che gli eventi segnalati dalla presunta vittima rientrino nella vaghissima casistica dell’art. 612 bis, c’è il rinvio a giudizio dell’indagato. Proprio gli amplissimi margini interpretativi lasciati dalla legge rendono pressoché certo il rinvio a giudizio.

Si tratta di un processo penale dove la presunta vittima si costituirà immediatamente parte civile, al fine di monetizzare abbondantemente un’eventuale condanna dell’accusato. Non a caso, come si è visto, la denuncia per stalking all’ex coniuge sta diventando una sorta di prassi nelle separazioni giudiziali o nei divorzi. E nel momento in cui il processo si avvia, si entra nella spirale anomala innescata dall’art. 612 bis. Di fatto il pubblico accusatore non deve fare granché per dimostrare la colpevolezza dell’accusato. Egli è già colpevole nel momento in cui viene accusato, di base non serve altro. Se poi c’è qualche straccio di prova, meglio ancora, ma non è indispensabile. In sostanza quando tutto inizia si ha il ribaltamento di fatto della regola usuale, e l’imputato è colpevole finché non prova la sua innocenza.

Ma come può fare, se di fronte ha accuse basate solo su sensazioni emotive e disagi psicologici autocerfiticati dalla presunta vittima? L’unico spiraglio sta nel giudice. Secondo la follia dell’art. 612 bis egli è chiamato ad un tempo a valutare, quasi fosse uno psicologo, un sociologo o un criminologo, l’attendibilità e la credibilità sia della presunta vittima e delle sue accuse che, in piccola parte, del colpevole (chiamiamolo così, non più imputato). Che tale non è più, dunque, se riesce a portare prove dell’inattendibilità dell’accusatore. Quella è, di fatto, l’unica chance. E non è poco se, come nel caso che interessa a noi, l’imputazione è basata su accuse false, costruite o esagerate. Il paradosso sta che, unico caso in tutto il Codice Penale italiano, è l’imputato che deve dimostrare la propria innocenza, non l’accusatore che deve dimostrare la sua colpevolezza.

In questo senso, possono rientrare in gioco le memorie eventualmente presentate in fase di ammonimento, e che in fase penale assumono un peso maggiore. Ma anche tutte le altre evidenze utili a dimostrare l’inattendibilità dell’accusatore sono utili. Tutto ciò che possa servire per orientare la valutazione del giudice può essere utile. Paradossamente, così impostato, il processo non è un confronto tra accuse e prove a sostegno e difesa con contro-prove. Si tratta di una battaglia di basso livello dove l’accusatore cerca di far valere le proprie costruzioni e l’accusato deve aggrapparsi a qualunque appiglio per smontare non tanto le accuse in sé o le prove, ma la credibilità dell’accusatore. Una deriva giudiziaria verso il talk show alla Maria De Filippi, insomma. Altre vie d’uscita però non ce ne sono. Quei pochi che sono riusciti a scampare la condanna per stalking stracciando il velo delle accuse false o esagerate, hanno operato in questo modo, spesso con l’aiuto di avvocati capaci anche di fare gli investigatori. Inoltre, variabile inaccettabile aggiuntiva oltre a quelle già messe in luce, molto dipende dall’intelligenza e dalla sensibilità del giudice. Quindi può andar bene o male a seconda di chi capita a giudicare. Oltre agli “abusi a norma di legge”, dunque, si aggiunge anche l’alea.

metallica-justice-tones

 

Un commento

  1. Molto più acuti ed oggettivi sono i giudici (e pure il pubblico) di Forum. Garantito. Non hanno particolare simpatia per le mogli che vogliono farsi mantenere anche dopo il divorzio, in particolare.

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