Cronache tragiche da leggi disumane

550x189x2414572_1933_elenafarina.jpg.pagespeed.ic.XPA1IfcwLqA fine aprile ci siamo occupati in termini piuttosto critici di un appello lanciato sui media da una vittima di stalking affinché le autorità non scarcerassero il suo ex. Questa degli appelli sui giornali, sul web o in TV sta diventando una moda, che ha come conseguenza non certo il cambiamento dei termini di scarcerazione, che sono stabiliti dalla legge, bensì una sempre più marcata demonizzazione di chi, a fronte di accuse false o vere, non importa, finisce condannato per stalking. Quella che si chiama, insomma, “gogna mediatica”.

Reperiamo in questo senso un caso analogo e più recente. Un’altra donna lancia un appello simile: “tenete il mio ex in carcere o mi ammazzerà”. Un timore più che legittimo: si tratta di un uomo che, secondo le accuse accertate (speriamo) come fondate dai giudici, è arrivato addirittura a fare il gesto di sparare al figlio, anche se con una scacciacani, accusandolo di prendere le parti della madre. Un soggetto andato fuori controllo per le modalità con cui la coppia ha gestito la separazione. Uscito dal carcere, pare si sia avvicinato di nuovo alla donna, nonostante i divieti, e l’abbia minacciata nuovamente. Lui e il suo legale negano, dando spiegazioni circostanziate, ma tant’è l’appello della donna fa il giro dei media, come sempre in questi casi. Esito? L’uomo ha tentato il suicidio in carcere. Dice a causa della gogna mediatica.

abitudini-a-rischio-relazione-di-coppiaCi sono alcuni aspetti chiave che emergono da questa vicenda, e che in molte altre restano invece in secondo piano. Anzitutto è ampiamente riconosciuto dalla letteratura medico-forense e criminologica che quello di stalking è un reato relazionale. Ovvero si sviluppa non in modo unilaterale (Tizio decide di uccidere Caio), bensì dal contesto dei rapporti che due persone (il presunto persecutore e la presunta vittima) intrattengono. Si parla, nella gran parte dei casi, di vissuti condivisi, questioni profonde che toccano gli individui e il loro modo di stare insieme. Uno dei fattori che distingue l’uomo dalla bestia è proprio la sua capacità di entrare in relazione complessa con l’altro. Si tratta insomma di umanità. Non a caso nel paragrafo precedente non ci siamo conformati alla narrazione tipica e superficiale dei media dicendo che lui non accettava la fine della storia. Una relazione è sempre a due, dunque il problema nasce non solo in lui, ma nel contesto del rapporto di coppia, e nelle dinamiche complesse che in esso si sviluppano.

Si tratta di tensioni emotive e interiori spesso profondissime che, se oggetto di un investimento consapevole, possono portare alla creazione di contesti familiari positivi; se iniziano a scendere la china del conflitto irragionevole e non gestito, portano facilmente a situazioni tragiche. Come quella narrata in cronaca: un rapporto affettivo che si conclude con un tradimento da parte di lei, nonostante la sussistenza di una famiglia consolidata, lo sfascio della famiglia stessa, mala gestione della separazione, perdita di controllo di lui, denuncia, condanna, appello perché l’ex, un tempo scelto come compagno di vita, resti per sempre a marcire in carcere, e un tentativo di suicidio da parte di lui. Una trama da tragedia greca, una valanga rapidissima verso i punti più bassi della disperazione umana. Che nessuno, tanto meno la legge anti-stalking, è riuscita a fermare. Anzi forse è stata proprio la legge stessa a generarla.

arresto-manetteIl punto è che la porcata di cui stiamo parlando, appunto l’art. 612 bis del Codice Penale, è stato concepito in termini meramente repressivi. Lasciando da parte per un attimo l’assurda facilità di accesso al suo utilizzo, occorrerebbe aprire una riflessione proprio sulla natura meramente repressiva della legge. Che ha un senso quando lo stalker è lo sbarellato di turno convinto che la vicina di casa sia innamorata di lui e, pur essendogli del tutto sconosciuta, comincia a tormentarla. Meno senso ha quando le molestie assillanti tendono a verificarsi all’interno di un rapporto di coppia ormai deteriorato. Lì entra in campo qualcosa di diverso, per l’appunto l’umanità, il vissuto di due persone in relazione.

Tutti gli studi esteri e italiani precedenti all’entrata in vigore dell’aberrante art. 612 bis auspicavano che il legislatore non approcciasse questo tipo di fattispecie in termini puramente repressivi, ma distinguesse le casistiche, appunto sulla base dei vissuti entro i quali il reato tende a maturare. L’invito era quello di promuovere processi di gestione dei fenomeni, quando si trattava di un vissuto significativo. Una gestione che avrebbe dovuto precedere, e in qualche modo giustificare, l’azione repressiva successiva. Chiaramente una procedura del genere avrebbe comportato (anche se solo apparentemente) una certa complessità organizzativa e un riscontro mediatico molto meno efficace. Ed è così che i politicanti nostrani hanno preferito, come sempre, scegliere la strada più semplice e mediaticamente di maggiore risposta: non importa chi o cosa siano le persone che vivono una situazione dove gli atti persecutori possono maturare: stiamo sul basico.

Tragedia-greca-660x330Ed è così, tramite una semplificazione ottenuta con una legge malsana fatta in tutta fretta, che storie di uomini e donne vengono trattati come storie di rapinatori e banche, spacciatori e trafficanti di droga. Facile accesso ai procedimenti giudiziari e pugno di ferro a seguire senza badare troppo al sottile. Ai media si potrà dire che ora i persecutori non hanno più scampo, tanto basta. E intanto storie e vissuti di donne e uomini, processi interiori delicati e profondi, degradano in breve, scivolando rapidamente, nell’indifferenza (o nel manicheismo) dilagante, verso esiti da tragedia greca.

Non è questo che ci si attenderebbe da una legge giusta.

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