Esigere un chiarimento? E’ stalking, naturalmente…

infidelity, cheating, marriedIndubbiamente separazioni, divorzi, scoperte di tradimenti, sono tutte situazioni che creano diversi livelli di disagio, a seconda delle personalità individuali. C’è chi si rassegna in breve e c’è chi rimane scioccato per tutto il resto della vita. Gli esseri umani sono diversi, è un po’ il loro bello e il loro brutto… Da che mondo è mondo, però, quando questi eventi capitano, si creano conflitti, liti, confronti aspri, che trascendono o meno a seconda del livello evolutivo raggiunto dall’umanità dei protagonisti. C’è insomma chi, più elementare, e magari con qualche tara, si tira addosso di tutto o comincia a stalkerare, e chi invece ritiene civile, umano, giusto e ragionevole un confronto chiarificatore. Non necessariamente finalizzato a riallacciare il rapporto, ma quanto meno per potersi dire le cose chiare, fino alla fine.

Da che mondo è mondo è sempre stato così. Dal 2009 non è più così. Chiedere un incontro chiarificatore al partner, pur accettando la separazione, è stalking. Lo è in generale, e ovviamente lo è ancora di più se lo si chiede con una certa insistenza e una certa vivacità “arrabbiata”. E’ quello che è accaduto a una signora di Novara, per altro una psicologa, dunque al corrente di molti meccanismi mentali e forse anche in grado di controllarli. Scopre che il marito, padre di suo figlio, non solo la tradisce, ma ha proprio una famiglia parallela. Lo shock è immaginabile, non è qualcosa che si possa subire con disinvoltura.

BS05F15_2249653F1_4961_20120407193949_HE10_20120408-kK8-U433102923536122e-1224x916@Corriere-Web-Roma-593x443E infatti la signora chiede al marito un chiarimento, l’ultimo. E’ probabilmente un modo per lei per rendersi consapevole di essere stata ferocemente truffata nelle sue speranze di vita, nei suoi progetti, nelle sue aspettative. Qualcosa di profondamente umano e intimo, che coinvolge un’intera esistenza, e che non solo viene fatto naufragare dagli atti scorretti del partner, ma viene anche infangato e umiliato in modi che è difficile tollerare. A meno di non riuscire a trovarsi faccia a faccia con il colpevole e ragionare con lui sulla giusta distribuzione delle responsabilità. L’esposizione esplicita della realtà dei fatti solleva chi rimane schiacciato da questi eventi da un macigno che, altrimenti, rimane sospeso sulla bocca dello stomaco praticamente per sempre.

Ed è così che la signora ha insistito con una certa energia per avere un ultimo colloquio di chiarimento. Come dice l’articolo: “oltre il danno, la beffa”. Si è beccata una denuncia per stalking da parte dell’ex compagno infedele. Che naturalmente è stata accettata dalle forze di Polizia e dalla Procura, entrambe ignare e del tutto disinteressate al contesto da cui le pressioni della donna sono scaturite. Ora, liscio liscio, la donna rischia il carcere.

18033824_1308089299245335_5042824801592868940_nUna storia nota, ricorrente, a cui però vorremmo dare una lettura diversa, stavolta. Una lettura duplice. Perché da un lato è logicamente inaccettabile che un uomo che ha agito in quel modo possa sentirsi in ansia per le energiche richieste dell’ex moglie volte ad avere un colloquio di chiarimento. Una persona che si fa due famiglie e le gestisce mentendo con grande disinvoltura per anni è ragionevolmente immune dall’ansia, oltre che da una serie di altre virtù. Basta questa lettura, che un criminologo o uno psicologo facilmente sottoscriverebbero, per contestualizzare una vicenda dove non esiste alcuno stalking. Esiste una reazione umana e l’espressione di un’esigenza ormai considerata antica, obsoleta: quella del confronto personale e umano, che nulla ha a che fare con la persecuzione. La donna, ne siamo certi, non aveva alcun interesse a perseguitare l’ex, tanto meno ucciderlo o torturarlo. Voleva davvero dire in faccia al proprio ex compagno tutto lo schifo di persona che è. Questo non solo riteniamo che fosse suo diritto, ma quasi un suo dovere. Sicuramente era una pulsione interiore necessaria per cercare di ripulire un futuro apparentemente sicuro e programmato, ora fatto a pezzi e infangato. Come tale, il confronto doveva avvenire, e la signora ha fatto benissimo a cercarlo, anche con insistenza. Che una legge e degli operatori della giustizia gliel’abbiano impedito per di più incriminandola è qualcosa che attiene a una realtà kafkiana, a un concetto paradossale e inaccettabile di giustizia.

Da un secondo punto di vista, l’accettazione della denuncia e il procedimento aperto verso la donna ottiene di certificare come giuridicamente, quindi per traslato anche moralmente e culturalmente, accettabile il comportamento dell’uomo. La ricerca della giustizia è anche, in una certa misura, la ricerca e l’individuazione del Bene e del Male, della promozione dell’uno e della sanzione dell’altro. Com’è evidente, questa legge e questa giustizia perseguono e certificano l’esatto opposto. Il bene sta dove sta la scorrettezza, il male sta dove un’umanità devastata cerca di comprendere e cerca appigli per poter ricominciare, se mai ci riuscirà dopo un’esperienza relazionale del genere. Invece il sistema deresponsabilizza chi si comporta in modo scorretto, come l’uomo di questa notizia. Il messaggio, prima giuridico poi anche culturale è chiaro: si può fare e disfare a piacimento, fottendosene di chiunque. E la futura sentenza, che con ogni probabilità condannerà la donna, certificherà che l’uomo non ha alcuna responsabilità. Oggi dunque è tutto normale, è Bene fare ciò che un tempo era stigmatizzato fortemente sul piano sociale e culturale, e risultava aggravante talvolta in sede giudiziaria. Oggi, tu, carnefice di un’esistenza condivisa, con tanto di prole, risulterai pubblicamente la vittima, e la vera vittima sarà certificata come carnefice, in un’inversione della realtà che grida vendetta.

ingiustizia_vI sociologi dicono che questo andazzo asseconda lo sfaldamento del valore della famiglia, ritenuto non più significativo in questa società moderna e liquida. Noi continuamo a ritenere che questa tendenza sia sbagliata, autodistruttiva, non giusta. Il caso di cronaca lo dimostra apertamente. I giudici, come tali, avrebbero il dovere non di assecondare un degrado, non di dare una certificazione di qualità e deresponsabilizzazione ad azioni destrutturanti, ma di dare il loro contributo correttivo, non solo in fase di emissione di sentenze, ma già nella contestualizzazione preliminare dei fatti. I giudici dovrebbero deontologicamente tornare a comprendere che hanno a che fare con esseri umani, e che loro stessi, per fermare la disumanizzazione imperante che porta a questi abusi, dovrebbero restare umani.

La nostra più profonda e ampia solidarietà alla signora L.L., 45 anni, psicologa di Novara. Per quel poco che può contare, per noi non è una stalker, ma una persona per bene.

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