Stalking: dai giudici poche idee ma confuse

black-widow-spiderQuesto articolo di cronaca narra di un fatto avvenuto nel 2015 in Lombardia. Un uomo, padre di famiglia in fase di separazione, viene freddato da un commando sulla porta di casa. Si diceva facesse parte di un giro sporco legato allo spaccio di cocaina. Oggi emerge che erano tutte calunnie messe in giro in modo organizzato dall’ex moglie, allo scopo di screditare l’uomo e avere così dal giudice l’affido dei figli minori. Non paga, sembra sia stata lei il mandante dell’omicidio, attuato da alcuni scherani reclutati appositamente. Va da sé che i media si guardano bene dallo strombazzare questo fatto di cronaca come un “maschicidio”, ci mancherebbe… Ma il punto è un altro.

Dell’utilizzo dei mezzi più sporchi e dei tentativi di manipolare le leggi, specie quella sullo stalking, la più manipolabile di tutte, da parte di coniugi in fase di separazione abbiamo parlato più volte (ad esempio qui). Per qualche motivo, in questa vicenda la donna è voluta andare sul pesante, saltando a pie’ pari la facile incriminazione per atti persecutori dell’ex coniuge e puntando sullo spaccio di droga. Forse proprio per questo alla fine la sua congiura è stata scoperta. L’accusa di spaccio di droga non passa liscia e senza verifiche da parte degli inquirenti, come invece accade per le accuse di stalking. In questo, la vedova nera è stata un po’ ingenua.

1343397253093.jpg--giustizia_faldoni_praticheCome accade normalmente, la sua eventuale accusa di stalking contro l’ex marito sarebbe finita nella montagna di denunce simili che questure e procure ricevono ogni giorno. E che questure e procure evadono in scioltezza, ammonendo e incriminando praticamente tutte le persone denunciate, per chiudere la pratica, per non avere brutte sorprese e soprattutto per pararsi le spalle (per non citare un’altra parte del corpo) rispetto a eventi delittuosi e alla gogna mediatica conseguente all’essersi lasciati sfuggire uno stalker. Altro paio di maniche è l’accusa di spaccio di droga. Lì servono prove oggettive e consistenti. Non trovandole, gli inquirenti sono andati a fondo e hanno scoperchiato il pentolone dell’infamia organizzato dalla donna.

arresto-donnaSu di lei e sui suoi complici grava oggi un rinvio a giudizio per omicidio premeditato. Accusa gravissima già di per sé. A cui ovviamente e coerentemente il Pubblico Ministero incaricato ha aggiunto l’accusa di calunnia verso l’ex marito, che se ne farà assai poco ormai, essendo finito all’altro mondo. Curiosa invece è l’altra accusa che grava sulla donna: “atti persecutori”, ossia stalking. Com’è noto, e come dice il famigerato Art. 612 bis del Codice Penale fin dal suo incipit, la norma anti-stalking è “accessoria”, cioè cede il passo se ci sono reati più gravi. In altre parole, a fronte di un’accusa per omicidio premeditato, a quanto pare sostenuto da prove consistenti, non c’è alcuna necessità di tirare fuori lo stalking. Magari la donna avrà pure molestato l’ex marito, non ci sarebbe da stupirsi. Ma il punto è che l’ha fatto ammazzare, il che è un pelo più grave…

Ma ormai è così. L’accusa di atti persecutori viene utilizzata un po’ per tutto, è quell’ingrediente in più, che si aggiunge sempre, a buon peso: male non fa e non costa nulla. Quasi fa figo metterla in mezzo, anche quando non c’entra nulla, anche quando sussistono reati ben più gravi. Quello che non si capisce è se ciò accade per una qualche tendenza razionalmente determinata sul piano politico-culturale da parte della magistratura, o se semplicemente i giudici stessi, a fronte dell’incoerenza e confusività nella norma anti-stalking, hanno in merito poche idee ma confuse. In entrambi i casi c’è da essere molto preoccupati.

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