Art. 612 bis – Analisi critica (10)

Arriviamo oggi all’ultimo “capitolo” dell’analisi critica dell’Art. 612 bis, il cosiddetto “anti-stalking”, affrontando l’ultimo aspetto rimasto ancora da approfondire: la costituzionalità di tale legge. Come premessa: ogni legge dello Stato deve rispettare determinati principi stabiliti dalla Costituzione. Se un giudice ha il dubbio che una legge la cui applicazione è chiamato ad applicare sia incostituzionale, può sollevare, in questo stimolato anche dalle parti in causa in un processo, la questione presso la Corte Costituzionale, che in una delle sue riunioni esaminerà il caso ed emetterà una sentenza. Tale sentenza può confermare la costituzionalità della legge in questione, e allora il giudice potrà proseguire con il suo processo applicandola normalmente, oppure può sancirne la totale o parziale incostituzionalità. In quest’ultimo caso, il processo si interrompe e decade, essendo basato su una legge che non rispetta i dettami di una delle fonti primarie del diritto nel nostro paese, appunto la Costituzione.

La dottrina giurisprudenziale ha sollevato praticamente da subito numerosi dubbi sulla costituzionalità dell’Art. 612 bis. A partire dalle modalità della sua approvazione, avvenuta per decreto. Questa modalità va utilizzata solo in casi di urgenza e necessità. E in ogni caso è del tutto irrituale, sebbene non per questo incostituzionale, che una norma del Codice Penale venga introdotta per decreto, e non con una discussione parlamentare articolata. In realtà non vi era alcuna reale necessità e urgenza di introdurre una norma del genere: il fenomeno, ai tempi (2009) non rappresentava, se non a livello mediatico, un’emergenza. L’unica urgenza che c’era, per il Governo in allora in carica, era quella di acquisire un facile consenso, e con ciò distogliere l’opinione pubblica da altre e più cruciali questioni. Strategia per altro ben riuscita, ai tempi.

Oltre a questa scorrettezza, che da subito conferisce un imprinting anomalo alla legge, la dottrina giuridica da subito ha evidenziato come, dall’esame della condotta descritta dall’art. 612 bis, e soprattutto dalla previsione di un triplice (alternativo) evento di reato, inteso come evento psichico che attiene alla sfera del soggetto passivo, emergano almeno tre vizi denunciabili dinanzi alla Corte Costituzionale. Il primo e più importante è il principio di determinatezza, secondo cui chi fa le leggi deve basarsi su fatti concretamente riscontrabili nella realtà esterna. Cosa che l’ansia autocertificata della vittima, corroborata da sue dichiarazioni senza prove oggettive di certo non è. Così come incostituzionale è la conseguente ampia arbitrarietà lasciata al giudice nell’interpretare la situazione esaminata e la norma stessa.

Un altro principio costituzionale che secondo la dottrina viene violato dall’Art. 612 bis è quello di legalità e ragionevolezza. Ovvero la norma lega in modo insufficiente gli eventi alla condotta incriminata, ma soprattutto non prevede accertamenti di nessun tipo, così sovrapponendosi al già esistente reato di “Molestie” (Art. 660 Codice Penale). Secondo la dottrina, cioè, una legge anti-stalking ben fatta non dovrebbe limitarsi a fare riferimento, quindi duplicare, una norma esistente, ma dovrebbe distinguersene. Ad esempio stabilendo accertamenti di tipo scientifico (perizie psichiatriche, ecc.), anche alla luce della natura molto peculiare del fenomeno regolamentato.

L’Art. 612 bis, infine, secondo la dottrina viola il principio di offensività. ovvero c’è una non conformità non tanto riguardo alla scelta di incriminare comportamenti lesivi dell’integrità psichica, ma riguardo all’individuazione dei presupposti dell’incriminazione, i quali devono essere in grado di tradurre la componente psichico-emotiva in un qualcosa di verificabile razionalmente e scientificamente. Il problema è che il legislatore ha costruito la fattispecie come reato di pericolo presunto anziché di danno, ed è uno dei motivi per cui l’accusa parte già sulla base di mere autocertificazioni della presunta vittima.

In passato abbiamo avuto modo di accennare al fatto che qualcuno, nel corso del tempo, abbia sollevato davanti alla Corte Costituzionale alcune questioni, chedendone l’intervento. In particolare ciò è avvenuto rispetto al principio di determinatezza: un giudice, non riuscendo a raccapezzarsi e sentendo di avere troppi margini interpretativi e vaghi, ha chiesto lumi alla Consulta. Che, in sostanza, ha richiamato il giudice al suo dovere di andare a fondo nei fatti denunciati, comprendere la legittimità delle accuse e la credibilità di accusatore e accusato, sostanzialmente rigettando il ricorso e confermando la costituzionalità della legge “anti-stalking”, almeno sotto quel profilo.

Dunque, secondo la Corte Costituzionale, l’art. 612 bis c.p., pur richiedendo un’attenta considerazione di dati riscontrabili sul piano dei comportamenti e dell’esperienza, consente al giudice di appurare con ragionevole certezza il verificarsi dei fenomeni in esso descritti e, pertanto, non presenta vizi di indeterminatezza. Non entriamo nel dettaglio delle argomentazioni della Consulta, che in molte parti ci sembrano davvero poco convincenti, e dirette a evitare di mettere in discussione una legge che ha la cieca approvazione dell’opinione pubblica più che a verificare una sua reale conformità con i principi costituzionali. Già in passato la Consulta, come la Cassazione, sono finite in prima pagina per sentenze “impopolari”. Il peso assunto dai media induce questi enti dunque alla massima prudenza e a un approccio conservativo, pur di non incorrere in polemiche o gogne mediatiche.

Successivamente al 2014, la Corte Costituzionale, così come la Cassazione (ne abbiamo parlato qui), ha ricevuto altre questioni di legittimità basate sulla violazione del principio di determinatezza e in alcuni casi sulla violazione del principio di offensività (quello secondo cui una legge non incostituzionale dovrebbe stabilire un modo per cui i presupposti dell’incriminazione possano venire tradotti in un qualcosa di verificabile razionalmente e scientificamente). Sul principio di determinatezza entrambe le Corti hanno confermato quanto già deciso, rimettendo al povero giudice la responsabilità di districarsi nella nebulosa di fatti non accertati ma solo dichiarati, stati d’animo, credibilità più o meno fondate, eccetera. Sul principio di offensività ad oggi la Consulta si è limitata ad aggirare l’ostacolo, semplicemente non affrontando la questione, forse mal posta a monte da parte del giudice.

Più grave e perdurante rimane ancora invece, secondo la dottrina, la violazione da parte dell’Art. 612 bis, del principio di ragionevolezza, stabilito dalla Costituzione nel suo Art.3. Secondo questo principio, la legge Anti-Stalking non è che una ripetizione complicata e incoerente del già esistente Art. 660 del Codice Penale (“Molestie”), da cui in sostanza non si distingue, se non su elementi non verificabili. Un profilo di censura che sembra irrilevante, ma che tale non è. Prima o poi qualcuno che si troverà incastrato nel meccanismo di questa legge insulsa, se avrà un avvocato in gamba, potrà sollevare questa questione di legittimità costituzionale, sperando di trovare nelle Corti di riferimento ragionevolezza e coraggio tali da chiudere definitivamente il capitolo di questa legge abusiva. Sperando che poi i politicanti non facciano come al solito, sostituendola con un altro aborto acchiappa-consenso, sulla pelle di chi davvero subisce stalking, ma soprattutto di chi stalker non è e non sarà mai.

metallica-justice-tones

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