E il maschicidio? Non pervenuto…

donna-con-coltelloDa tempo non parliamo dei media, della loro strategia di manipolazione dolosa dell’informazione, o quanto meno della tendenza diffusa ad assecondare, per motivi puramente commerciali, un trend culturale diffuso e sbagliato. Oggi è il momento di riprendere in mano l’argomento, a partire da questo articolo. La vicenda si svolge in un quadro di grave degrado economico e sociale. Una giovanissima coppia di tossicodipendenti litiga, la donna accoltella e uccide l’uomo. L’articolo parla di omicidio, e si guarda bene dall’usare il termine “maschicidio”. Perché? La violenza terminologica operata con la parola “femminicidio” non è declinabile anche al maschile? Pare di no.

In condizioni di uguale degrado, ma a parti invertite, come abbiamo registrato in passato, notizie simili hanno ricevuto un risalto ben diverso, e soprattutto le vicende sono state subito classificate come “femminicidio”. In certi casi (Corriere della Sera), sono state inserite addirittura in sezioni speciali del sito, per dar loro ancora più visibilità. La narrazione stessa dei fatti è diversa. Nei recenti fatti di Frosinone, stando alla lettura dell’articolo, tutto è frutto del contesto di degrado, a cui lo Stato (cioè tutti noi) non ha saputo rispondere. E’ già un modo per deresponsabilizzare la donna killer. Nessun alibi, implicito o esplicito, viene suggerito in articoli dove è l’uomo l’assassino. In un caso, come sempre, non si vuole dare una notizia, ma suscitare il sentimento traducibile con: “poverina, è vittima del sistema…”. Nell’altro caso invece è: “bastardo maschio assassino”.

Matricidio-SocialmenteMa il maschio è davvero sempre un bastardo assassino quando la vittima è una donna, quando si tratta di “femminicidio”? In linea teorica dovrebbe essere così. In pratica i pesi e le misure variano a seconda dei casi. Mentre a Frosinone veniva commesso un maschicidio, che però non viene classificato come tale, oggi si scopre che l’omicidio di una donna, a Catania nel 2014, è imputabile al figlio, arrabbiato perché la donna non approvava la sua relazione con una ragazza. Ai tempi, ne siamo sicuri, l’omicidio di questa madre sarà stato strombazzato dei media come “femminicidio”. Oggi che si scopre che il vero assassino non è un ex compagno persecutore, ma il figlio, naturalmente quel termine aberrante non appare. Il figlio non è un bastardo maschio assassino, ma semplicemente un figlio, e il femminicidio non è più femminicidio ma omicidio.

Diversi pesi, diverse misure, ponderate nella comunicazione mediatica con lo scopo di soddisfare il sentire comune secondo cui, appunto, i maschi sono un pericolo e le donne sono vittme a prescindere. Una soddisfazione che porta più click, più lettori, più introiti, sebbene diffonda una lettura distorta e non veritiera della realtà, così affermando una narrazione diffusa dove germoglia e prospera l’approvazione per leggi spudoratamente “anti-maschio”, impostate ben oltre il limite della costituzionalità. La legge “Anti-Staking” non viene messa apertamente in discussione, nonostante le sue anomalie, proprio per questo motivo. Sarebbe impopolarissimo. Farebbe perdere lettori. Tanti quanti elettori ha fatto guadagnare ai politici che l’hanno concepita, con il solo scopo, raggiunto con successo, di acchiappare consenso e non di risolvere un problema con criterio e ragionevolezza.

Ah, giusto per onor di cronaca, nel momento in cui scriviamo, sul sito del Corriere della Sera (quello con la sezione specifica dedicata ai “femminicidi”) non c’è traccia del maschicidio di Frosinone. Naturalmente…

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