Le coltellate sono tutte uguali… ah no.

55552060c621b-full_croppedViene il momento in cui un blog risulta effettivamente e praticamente utile. A differenza dei social network, un blog consente di tenere memoria e catalogare quanto si è scritto in passato. E di tirare le fila di ciò che si è sempre sostenuto. In particolare qui abbiamo spesso espresso il nostro sdegno per la manipolazione che i media fanno delle notizie dove in qualche modo viene espressa una violenza di genere. La manipolazione sta nel descrivere la vittima femminile in termini emozionali e quella maschile in termini asettici pregiudiziali. Ovvero: gli uomini sono tutte bestie assetate di sangue e le donne tutte vittime predestinate. Un punto di vista che, affermato sui media, finisce per auto-avverarsi, cementandosi in modo definitivo nella percezione dell’opinione pubblica, e alimentando quell’isteria anti-maschio che porta astuti politicanti in cerca di facile consenso a partorire aborti giuridici come l’attuale legge anti-stalking.

Ebbene, le nostre sono farneticazioni da aspiranti complottari del web? Riteniamo di no. E oggi, finalmente portiamo prove concrete di questo, traendo spunto da uno dei quotidiani più apertamente schierati verso questa narrazione commercialmente profittevole, ma culturalmente sbagliata e disonesta: il Corriere della Sera e due suoi articoli riguardanti due omicidi “di genere”. Il primo risale a metà aprile scorso. Caltagirone, Sicilia. Dopo una giornata apparentemente serena passata assieme in famiglia, lui uccide lei. Il secondo è di ieri: Ferrara, Emilia Romagna. Giornata passata in famiglia, al mare, a guardare la partita della Juve, dopo di che lei uccide lui. Modalità uguali: coltellate. Ceto socio-culturale apparentemente analogo: fascia medio-bassa. In entrambi i casi gli autori degli articoli sono due uomini. Non resta che leggere questi due esempi di manipolazione.

femminicidio-U46000462893166Mf-U46040978538037DcE-1000x792@CorriereMezzogiorno-Web-MezzogiornoPartiamo dal primo. Dove predomina una retorica espressiva puramente emozionale, finalizzata a mostrare l’infrangersi dei sogni d’amore e familiari della donna. Si parte con la citazione di un suo post su Facebook. Parole della vittima, dirette, che passano subito come le ultime sussurrate prima di esalare l’ultimo respiro. Subito contraddette dalla cruda realtà dei fatti (corsivi nostri): “ma all’indomani proprio una delle persone accanto alle quali si sentiva felice l’ha accoltellata”. Scarto emozionale: poteva essere tutto bellissimo, lei credeva in lui ma… in realtà era un orco cattivo. La narrazione si arricchisce allora dell’immancabile etichetta di “femminicidio”, così elevando in linea del tutto teorica una normale vittima di omicidio in qualcosa di più. Perché, questo il messaggio sottinteso, le donne vittime sono più vittime. Non si sa sulla base di cosa, ma questo è il messaggio che deve passare.

Si legga poi questo stralcio: “Ogni tentativo di rianimare la donna è purtroppo risultato vano: l’ultimo respiro di Patrizia proprio mentre i sanitari del 118 provavano a salvarle la vita. La donna, dopo i primi colpi inferti mentre ancora dormiva nel suo letto, avrebbe tentato di sottrarsi alla furia del compagno, che l’avrebbe però raggiunta sul pavimento sferrandole il colpo fatale. Secondo le prime indiscrezioni le coltellate sarebbero state quattro”. Linguaggio e terminologia da melodramma lirico. I tentativi di rianimarla non sono stati “inutili” ma “vani”. Patrizia non è “deceduta”, ma ha “esalato l’ultimo respiro”. Il compagno ha espresso furia nel pugnalarla fino a quello che non è più “il colpo mortale”, ma “il colpo fatale”. Pur nell’incertezza delle fonti, si cita poi il numero di colpi, perché più sono e più si può tinteggiare l’assassino come feroce.

gettyimages-150036676Il melodramma prosegue: “Ferita gravemente, con uno dei fendenti che l’avrebbe colpita al cuore, Patrizia Formica ha speso le ultime forze rimaste per alzarsi e chiudere a chiave la porta della stanza da letto dall’interno, come ultimo atto di difesa, probabilmente per paura che il convivente potesse tornare. Poi si è accasciata a terra, in un lago di sangue“. Sembra di vedere Desdemona nell’atto finale dell’Otello di Verdi, o la Carmen di Bizet. Non c’è certezza (infatti l’autore usa il condizionale), ma il colpo al cuore, la sede dei sentimenti, non può mancare. E allora vediamo questa donna che spende le sue ultime forze cercando di difendersi per poi accasciarsi a terra nel proprio sangue. Solo i più ingenui non sentono in sottofondo a questo modo di narrare scale tese di violini con sezioni di timpani e ottoni a sottolineare la scena.

La scia emozionale, come già all’incipit dell’articolo, lascia poi il posto alla più prosaica narrazione dei fatti, tutti declinati allo scopo di mostrare la mostruosità del maschio, che dice di aver ucciso quasi senza motivo una donna che non voleva rassegnarsi alla fine della loro storia. Lei teneva duro, con il suo amore, non era una bestia come lui, insomma… E per dimostrarlo si citano ancora i suoi post entusiasti su Facebook, povera anima candida a confronto con la brutalità del maschio. A buon peso, si specifica che quest’ultimo aveva precedenti penali, che il fratello della vittima vorrebbe per lui la pena di morte, e che gli immancabili vicini li trovavano una coppia normale. Come a dire: è nella normalità delle cose che il maschio non sa tenere il controllo, nella sua pericolosità innata.

Così funziona l’informazione, se l’assassino è un maschio e la vittima è una donna. E a parti invertite, qual è il tono, quale l’approccio alla notizia? Analizziamo il secondo articolo e compariamolo con quello di aprile.

b3e6c693a81ed00da58759e816dc3f8d-0055Anche qui si apre con le parole pronunciate dalla donna: “L’ho fatto, l’ho fatto, l’ho fatto. È finita…”. Letta così cosa sembra? Un sollievo.  Già dall’inizio la donna sembra tormentata, portata alla saturazione da una situazione che non reggeva più. Una forma di giustificazione del suo atto criminale è già nella prima riga dell’articolo, con la citazione di una telefonata fatta alla “amica del cuore“, perché le donne sì, ne hanno uno (di cuore), mentre gli uomini ne sono privi, e dunque l’organo dei sentimenti va citato fin da subito.

All’incipit emozionale e deresponsabilizzante per la colpevole segue una cronaca fredda fredda della giornata della coppia. Una narrazione puramente cronachistica, asettica, che non suscita alcun sentimento. Non c’è una riga che sia una sul vissuto e la partecipazione emotiva dell’uomo alla vita di coppia. Egli è un oggetto qualunque che vaga nella concatenaziona dei fatti. In mezzo ai quali, naturalmente, non può mancare la citazione dei precedenti penali dell’uomo, sempre utile per metterlo in cattiva luce. Alla fine, dai, lei ha solo tolto di mezzo uno che guidava ubriaco, bisognerebbe premiarla forse, altro che incriminarla…

verbale-poliziaInvece di scavare sulle espressioni emotive dell’uomo eventualmente rese pubbliche sulla propria relazione, l’articolista si sofferma sui freddi dati delle forze dell’ordine, a cui risultano diverse denunce reciproche per maltrattamenti, tutte poi ritirate. Una coppia litigiosa come ce ne sono tante, una storia banale insomma. Nessuno dei due ci credeva più di tanto, questo è il messaggio che passa, nonostante la presenza di minori all’interno del nucleo familiare. Un contesto banale, così come banale è il gesto criminale della donna, raccontato senza la minima retorica. E niente, l’uomo scaricava l’auto, lei è andata in cucina, gli è andato alle spalle e l’ha pugnalato due volte. Fine della storia. Non c’è furia, non ci sono pozze di sangue, corpi che strisciano tentando disperatamente di difendersi. Niente violini, ottoni e timpani se a morire è un uomo ucciso da una donna. Tutto rimane molto freddo, così come la citazione anatomopatologica precisissima dei punti dove sono cadute le coltellate. Comparato con l’articolo di aprile, sembra un referto medico o un rapporto di Polizia.

L’articolo si chiude con un quindicenne che affronta lo shock del momento (ma che importa il suo shock? E’ pur sempre un maschio… così impara e si mette in riga da subito…) cercando di salvare l’uomo. Roba di scarsa importanza. Più importanti sono le parole della donna dette al telefono all’amica, che vengono ripetute alla fine dell’articolo, per ricordarci che, povero angelo, non ne poteva più, finalmente ce l’ha fatta a risolvere la sua situazione di saturazione. E per questo non viene “sbattuta in carcere”, “chiusa in prigione”, “ficcata in galera”. No, è donna, è buona per indole e forse ha anche fatto un gesto giustificabile, magari pure giusto. Dunque semplicemente “Ora si trova in carcere, a Bologna”. Si trova… quasi per caso.

Naturalmente, inutile dirlo, per il caso di Ferrara, l’articolista si guarda bene dall’usare il pericolosissimo termine “maschicidio”, che solleverebbe un polverone di proteste da parte delle lettrici donne, dissenso verso la testata con la conseguente perdita di “click” sul sito. Stessa ragione che ha spinto il Corriere a non riportare nemmeno la notizia di un altro maschicidio, giusto una settimana fa.

citizen_kane_splashIl nostro è complottismo? Pensiamo di no. E pensiamo che questo confronto lo dimostri ampiamente. La maggior parte dei giornalisti scrive a caso, non ha padronanza della lingua. Ma se si tratta di grandi testate allora la questione cambia. Siamo di fronte a persone che non usano determinati termini e determinate espressioni a caso. Sono professionisti della parola, sanno benissimo che usando vano invece di inutile, o colpo fatale invece di colpo mortale, suscitano sensazioni diverse in chi legge. E la loro mano è guidata dalla piega cronachistica che il quotidiano (i quotidiani) ha deciso nella narrazione di queste vicende. Una piega manipolatoria, falsificatoria, che impone in modo sottile un punto di vista, il più sbagliato, il più comodo, il più facile, il più profittevole e il più superficiale. E il più dannoso rispetto alla realtà e alla giustizia delle cose.

P.S. – Precisazione fondamentale: obiettivo di questo articolo non è sminuire le tragedie personali delle vicende prese ad esempio, verso cui si esprime il massimo rispetto, con uno sguardo pieno di vicinanza per i minori che in qualche modo ne sono stati coinvolti. Al centro del mirino di questo articolo ci sono i media e il loro modo di raccontare, non l’oggetto del racconto, vicende umane e tragiche le cui radici affondano in questioni comunque troppo profonde per essere affrontate in un blog.

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