Sessismo anti-maschile di giudici e leggi in Italia. Interviene l’UE.

Nel trattare il tema dello stalking ci siamo soffermati diverse volte oltre che sulla legge e le sue applicazioni di merito, anche sulle varie interpretazioni che di essa vengono date dalle due massime corti di riferimento, la Corte Costituzionale e soprattutto la Corte di Cassazione. Abbiamo rilevato come quest’ultima soprattutto, più frequentemente chiamata in causa, mantenga un approccio oscillante dove, in sostanza, se la decisione giusta risulta innocua in termini mediatici, allora viene presa con una certa tranquillità. Se la decisione giusta comporta sentenze che rischiano di essere impopolari, ovvero di scatenare il ventre più basso dell’opinione pubblica, quello nutrito dal desiderio ossessivo di share dei media, allora la Corte resta prudentissima, e diventa in sostanza uno strumento di conservazione dello status quo. Alla difficile bellezza della giustizia si preferisce insomma la sicura bruttezza della fuga davanti alla paura della “prima pagina”.

Certo, giustificare questo atteggiamento non è affatto semplice. Lo abbiamo visto nell’analisi delle sentenze della Consulta, dove i giudici, pur di non avere problemi, in sostanza fingono di ignorare alcuni aspetti di merito sollevati sull’art. 612 bis. Una sorta di omissione d’atto d’ufficio giustificata dal timore della gogna mediatica, ma che la Consulta, in quanto tale, può permettersi. E la Cassazione non è da meno. Talvolta arriva a sovvertire senza problemi il dettato costituzionale. È il caso della recente sentenza n.13880/17, dove in sostanza si dice che l’uomo, quando cerca di disconoscere una paternità, lo fa solo per evitare di cacciare soldi. Quando lo fa la donna invece è per motivi interiori profondi o perché potrebbe essere stata ingravidata durante uno stupro. Dunque, se ci prova l’uomo a disconoscere un figlio, scatta la verifica forzata del DNA, oppure la presunzione di paternità. La donna no. Puo disconoscere il bimbo, cacciarlo nel cassonetto, lasciarlo ad arrostire in auto o ficcarlo in freezer. Lo fa perché non se la sente, per un sacco di alibi più o meno psicologici, perché è iper-impegnata e stressata, mica per il vil denaro come fa l’uomo, quindi va tutelata. Peccato che l’art.3 della Costituzione dica chiaramente che:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso…”.

Concetto mica male. Ancora più chiaramente espresso dalla Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti Umani, ratificata anche dall’Italia, il cui art.14 recita:

“Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso…”.

Paradiso_CampanelliIl punto è che se la Cassazione stupra la Costituzione o la Convenzione europea, non se ne accorge nessuno. I media se ne stanno ben zitti e gli unici che si vivono questa ingiustizia sono le persone direttamente coinvolte. Che non hanno altra strada spesso, se le loro finanze personali glielo permettono e se hanno avvocati in avvocati gamba, di ricorrere alla Corte Europea di Giustizia. Dove si scopre che l’italia sul diritto di famiglia e più generalmente sulle questioni di genere è una pluripregiudicata, condannata più volte per una legislazione ambigua, sbilanciata e un apparato giurisprudenziale troppo frammentato e impreparato, che come tale emette sentenze approssimative, inique, improvvisate, non omogenee. Tutte, a conti fatti, impostate nella medesima direzione: una pavidità istintiva verso scelte giuste sebbene impopolari e una spiccata e conformista misandria.

“Ce lo chiede l’Europa “, dicono spesso i politicanti nostrani quando si tratta di far passare qualche legge amara. La formuletta puo valere davvero in questo caso. Se non saranno gli apparati nostrani a correggere mostruosità come queste, sarà l’Europa. Speriamo molto presto.

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