Cazzata del giorno: “Gli uomini non sanno accettare l’abbandono”

fb-artRiteniamo opportuno oggi dare risalto a un botta-e-risposta avvenuto qualche giorno fa sul profilo Facebook collegato a questo blog. Un’utente, commentando il nostro post relativo ai suicidi maschili conseguenti alle separazioni (circa 200 all’anno), scrive:

Un uomo che si toglie la vita a causa di una separazione è un uomo che non sa accettare l’abbandono. Le reazioni sono diverse (uno uccide la ex moglie, l’altro se stesso), ma abbiamo a che fare in ogni caso con persone “malate” incapaci di affrontare i problemi e le difficoltà che la vita ogni giorno ci mette davanti.

Solitamente siamo pacati nel rispondere, ma questo commento ci ha comunque urtati profondamente. Esso contiene in sé una tale quantità di malafede, da averci indotti a una risposta inusualmente sopra le righe:

Questa è la solita cazzata immonda delle femministe di oggi, quelle fanatiche del femminicidio. Così vi parate le spalle. Ma siete del tutto fuori strada. Il problema non è l’abbandono, ma la devastazione per la perdita di un progetto comune, dunque di una compagna, dei figli, della sicurezza economica. Di un complesso di valori condiviso che dà senso alla vita. L’abbandono non c’entra niente. Vediamo bene che razza di madri siete con i figli e non vi vogliamo certo come madri, dunque l’abbandono non c’entra. Abbiamo già le nostre madri, di cui di solito non valete un’unghia. Quello che cerchiamo è uno stare insieme, la creazione di un complesso valoriale mancando il quale molto spesso non resta che la morte. Spesso facilitata dalle tante crudeli umiliazioni a cui sottoponete noi e il progetto stesso. Porti il massimo rispetto a questi uomini. Uscite dal paradigma individualista da Sex and the city, fatto di shopping e trombamici. Oppure restateci se il vostro livello non vi permette niente di più evoluto. Ma per lo meno portate rispetto per chi è talmente migliore di voi da concepire di morire per il crollo di ciò che amava, per cui aveva speso la vita e l’avrebbe spesa ancora fino alla fine.

Rileggendo il botta-e-risposta, al netto delle nostre espressioni colorite dettate dalla saturazione nel dover leggere certi concetti particolarmente irrispettosi e sudici, ci siamo resi conto che esso contiene il nucleo fondamentale che sta al cuore della questione degli equilibri di genere, della narrazione che oggi se ne fa, e di tutto ciò che ne consegue (inclusa la famigerata legge anti-stalking).

donna-con-coltelloIl commento della lettrice si conforma alle risposte (“non accetta l’abbandono”, “considera la donna sua proprietà”, sono le più gettonate) che tipicamente vengono date, dalle donne stesse e dai media, a fronte della disperazione maschile, specie a quella più estrema, che finisce per esprimersi in violenza verso terzi o, molto più spesso, verso se stessi. Nel farlo, cerca disperatamente un alibi che deresponsabilizzi il genere femminile dalle conseguenze della violenza sottile e sadica che istintivamente sa mettere in atto. Una fuga codarda dalla propria potenziale mostruosità, con il tentativo di incolpare, come se non bastasse, il maschio.

Ma un modo anche per interpretare la propria libertà, indipendenza ed emancipazione non come un percorso che può realizzarsi a prescindere dall’uomo e soprattutto dalla sua distruzione, magari basato sul merito, sulla capacità di prendere scelte etiche da mantenere orgogliosamente,  bensì come una negazione dell’umanità più profonda dei bisogni di cui, a quanto pare, soprattutto gli uomini sono oggi interpreti. Bisogni espressi dalla nostra risposta.

durkheim_2Sembra, in altre parole, che l’istinto familiare, quello della costruzione di una progettualità comune a lungo termine, fondata su valori condivisi, per perseguire i quali la rinuncia a una parte della propria (maschile e femminile) libertà, indipendenza ed emancipazione non è solo un dovere ma addirittura un piacere, sia ormai appannaggio del solo genere maschile. Proprio quello che, per dirla con Durkheim, qualora si trovi privo di una “coscienza collettiva” (come è una famiglia o un progetto comune di lungo periodo) che calmieri i suoi desideri illimitati trasformandoli in bisogni plausibili e praticabili, può persino arrivare al rischio dell’autodistruzione.

Non è nemmeno più un confronto-conflitto tra due generi, il maschile e il femminile. Quello è solo lo strato più superficiale di pelle che copre una divaricazione di principi di tale ampiezza che la guerra fredda tra capitalismo e comunismo, a confronto, era una bazzecola. Maschi e femmine, semplicemente, si sono fatti portatori di ideologie di vita diametralmente opposte e contrapposte. E il conflitto in atto tra i due progetti è talmente feroce da una parte, e generalmente sbilanciato (anche a causa dei media), che, come la lettrice, non ci si fa remore a derubricare irrispettosamente come segno di immaturità la disperazione conseguente a una totale perdita di senso e la scelta di togliersi la vita.

42-285385721_c1_w555L’auspicio, dopo aver constatato una volta di più che il confronto è proprio questo, è che gli uomini smettano di uccidersi, e si facciano piuttosto agenti attivi di una riaffermazione del proprio modello, non contrapponendosi, ma cercando in ogni modo di coinvolgere in esso le tante donne disperse nella convinzione che far shopping liberamente e avere una lista di casuali “trombamici” significhi essere libere, indipendenti ed emancipate.

 

3 commenti

  1. 92 minuti di applausi. E il bello è che poi sono le stesse donne e mass media che si scagliano contro l’abbandono dei cani e gatti per le strade.

    ‘ci vorrebbe il mare-per andarci a fondo-ora che mi lasci-come un pacco per il mondo- (M.Masini, 1991).

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    1. Non esserne colpita, lo spiega benissimo l’articolo. Nessuna mossa è vile abbastanza per distrarre l’attenzione dal vero crimine morale spesso commesso.

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