Il sonno del sistema genera gli uomini-mostri.

7969003a49be87b104b5afcfbc5b4afb Oggi non scriveremo direttamente di stalking, ma parleremo del contesto nel quale vivono gli uomini nel nostro paese. L’abbiamo già fatto in passato, prendendo spunto da articoli di giornale. L’esito è stata la totale incomprensione o il gioco dei nostri detrattori a farci passare per gente che giustifica violenze e soprusi. Così non è mai stato: semplicemente abbiamo sempre tentato di suggerire una visuale diversa da quella mainstream, se possibile più approfondita e meno faziosa. L’abbiamo fatto utilizzando anche qualche provocazione, ma la narrazione generale è così unilaterale che possiamo anche essere giustificati.

Dunque uomini killer, uomini persecutori, uomini pazzi e violenti, assetati di sangue femminile, uomini tutti tendenzialmente maniaci sessuali e potenziali stupratori, in ogni caso un genere da cui guardarsi, da cui tutelarsi, di cui non fidarsi, a causa delle loro tendenze verso la sopraffazione. Questo è il quadro generale del nostro paese, stando ai media, alle statistiche giudiziarie e al sentire comune. Ma perché l’andazzo generale è questo? Una risposta, anzi più di una, si trae facilmente dalla lettura di una bellissima intervista all’avvocato Caterina Grillone di Roma, criminologa ed esperta in diritti dei minori e della famiglia. Un’intervista non di oggi (2015), ma comunque validissima, sia perché le parole provengono da una donna, sia perché si è evidentemente davanti al raro caso di un legale dotato di profonda sensibilità sociologica.

blogger-image-1115832662La legislazione italiana, dice nell’intervista, è “farraginosa e vetusta”. Sul farraginoso c’è poco da dire, siamo il paese del cavillo e i risultati si vedono. La chiave di volta è nella parola “vetusta”. Ossia vecchia, molto vecchia. Tanto da essere obsoleta. Ovvero tanto da adattarsi a una realtà sociale che non esiste più. Quella degli anni ’50 e ’60, più o meno. Quella della donna angelo del focolare, madre e casalinga, in totale balia dell’uomo che lavora e le passa i soldi col contagocce, avendo così il potere di determinare e governare la sua esistenza. Una donna con poche tutele, quando non nessuna. Poi venne il boom economico, anche le donne servivano per la produzione, e la loro messa in opera nell’economia portò a un maggiore orgoglio, quindi al femminismo e a conquiste importanti come l’aborto, il divorzio o l’abolizione del “delitto d’onore” e altro.

Poi si è andati avanti: anni ’80, preparazione del mondo prima flessibile, poi liquido, quello di oggi, governato da due concetti base, sul piano sociologico: il carattere obsoleto della famiglia e il “diritto alla felicità individuale”, sottinteso: anche e soprattutto a discapito di chiunque. Una spinta egoistica a cui le crisi economiche e il tramonto di molti altri diritti ben più concreti, a partire da quelli sul lavoro, hanno dato un impulso decisivo. In questi nuovi contesti il commendevole femminismo di un tempo è diventato revanscismo becero in salsa consumistica. Oggi la donna si batte per il suo diritto alla felicità, interpretato nei termini di un qualunque sozzo telefilm americano, ovvero come libertà (e orgoglio) di essere sessualmente promiscua e di fare shopping come e quanto vuole, trovando in ciò il senso della propria esistenza. Tanto che nessuno deve provare a impedirle di esercitare così la sua “libertà”, sia che si tratti del marito o compagno (subito destinati a diventare ex) o dei figli.

Abbiamo fatto una semplificazione del percorso storico, omettendo e sintetizzando, ne siamo consapevoli. Ma il concetto base è che, mentre la realtà sociale è quella appena descritta, la legislazione italiana è rimasta là, a cavallo tra l’angelo del focolare e “l’utero è mio e lo gestisco io”. Uno scarto più che secolare, in termini pratici. E così oggi, dice l’avvocato:

l’Italia è vittima di una cultura che vede la prevalenza del ruolo materno e non tiene conto né del maggiore ruolo sociale che investe la donna fuori dalle mura domestiche, né del maggiore ruolo educativo esercitato dai padri in famiglia. In linea generale possiamo affermare che le donne vengono sempre e aprioristicamente viste come vittime e gli uomini come oppressori. Tutti i dati di fatto dimostrano inequivocabilmente che la separazione non è la scissione di una coppia, ma è l’espulsione del maschio dal contesto domestico. L’uomo ovviamente perde tutto. La donna non perde niente, né i soldi, né i figli, né la casa, anzi: si gode tutto quello che aveva prima in esclusiva. L’uomo separato deve mantenere la donna in maniera che essa possa mantenere lo stesso tenore di vita che teneva prima della separazione. Quando questa andrà in pensione, l’assegno di mantenimento dovrà essere rivalutato per far fronte alle sue minori entrate. Anche i figli hanno il diritto al mantenimento dello stesso tenore di vita. L’unico che non ha alcun diritto è l’uomo che si accolla il 100% dei costi materiali della separazione. Sarà forse per questo che la quasi totalità delle separazioni sono chieste da donne?

woman-turning-to-camera-and-laughing_qy-yghiy__S0001Non ci si separa più. Si espelle il maschio dal contesto domestico. A nessuno piace essere espulso in generale. Ancor meno da un contesto dove aveva investito risorse materiali ma soprattutto sentimentali e affettive. Il sistema, per l’appunto vetusto, dà il suo contributo significativo: il 93% delle cause di separazione o divorzio si concludono con l’affido dei figli alla madre. E spesso si tratta di donne che si rivolgono a legali senza scrupoli (mai in via d’estinzione) che le consigliano su come meglio e più definitivamente espellere l’altro genitore o, altrettanto frequentemente, come consumare una propria vendetta.

Purtroppo la sete di vendetta di molte donne in caso di separazione è terrificante: moltissime cause di separazione cominciano con denunce di molestie sessuali nei confronti della moglie o, peggio, nei confronti dei figli, per potere annientare l’odiato “nemico uomo”.

Così dice l’avvocato Grillone. E siamo vicini al nostro punto. Infatti aggiungeremmo volentieri una chiosa: le denunce strumentali per molestie sessuali sono diminuite radicalmente, un po’ perché i giudici hanno capito che nella quasi totalità dei casi erano abusive e dunque stanno più attenti, un po’ perché l’accesso a quel tipo di denuncia non è semplicissimo: servono prove concrete e non chiacchiere. Per questo ora la tendenza è di utilizzare un altro tipo di denuncia, quella per stalking, molto più easy, la si può sostenere con qualche chiacchiera, qualche autocertificazione, e in linea di massima si trovano nelle forze dell’ordine e nella Magistratura operatori così oberati di denunce simili e così terrorizzate di finire in prima pagina, che la denuncia viene sempre processata e l’uomo-orco di turno finisce in guai grossi. Quando non accade è solo perché l’uomo cede al ricatto. Del tipo: “mi tengo i figli e tutto il resto, e se non sei d’accordo ti denuncio per stalking”. Tombola!

stalking-su-uomoMa volevamo parlare di contesto. Quello in cui maturano le violenze, quelle vere, contro le donne, le persecuzioni, quando non gli omicidi. Tutti atti orribili e da punire severamente, non c’è dubbio. Ma l’uomo ha qualche motivo per perdere la testa in modo così ingiustificabile? Be’, la situazione in cui rischia di trovarsi è talmente desolante, soprattutto talmente sistemica, che un margine di comprensibilità glielo si può anche concedere. Oltre alla devastazione sentimentale, che comunque non è affatto da derubricare, lo scenario che gli si apre davanti quando scopre di aver sposato non una donna, ma una delle protagoniste di “Sex and the city”, non è dei più rosei.

E’ nata così una nuova classe emergente di poveri: i padri divorziati e separati. Costretti a dormire in macchina e sempre più spesso ospiti nelle mense cittadine gestite da istituti religiosi, non possono nemmeno contare su uno Stato, spesso assente [aggiungeremmo noi “quasi sempre complice della situazione”, N.d.A.]. Tutto questo porta al peggioramento dello stato di salute dei separati, fino a sfociare in molti casi in depressione, insonnia e attacchi di panico e a volte anche nel suicidio.

[…]

La categoria sociale che confluisce sempre di più verso il diventare barbone è proprio quella dei padri separati.

[…]

Il genitore affidatario [nel 93% dei casi la madre, N.d.A.] ha diritto alle detrazioni per i figli minori. L’altro genitore, ovviamente, non è affatto esentato dal mantenimento, anzi, il solo ritardo dell’assegno è già reato penale, ma viene scippato pure di quella misera detrazione a fronte di soldi da lui effettivamente pagati

Così descrive la situazione l’avvocato Grillone. Un quadretto niente male. Manca solo il colpo di pilum fra le costole per renderlo completo. Certo non si tratta di morte biologica, come nel caso dei cosiddetti “femminicidi” (qualunque cosa voglia dire quel termine farlocco), ma è un altro tipo di morte, indubbiamente, diversamente grave, ma pur sempre grave. Sempre che non siano vere le statistiche che circolano, per cui pare che ogni anno si ammazzino 200 uomini in Italia come conseguenza della separazione o del divorzio. Nel qual caso, non c’è partita, come abbiamo già detto in precedenza. Il fatto che un uomo, magari già devastato emotivamente per il crollo del proprio progetto di vita, si trovi invischiato in uno scenario del genere, dove non solo la ex è sua nemica, ma anche un intero sistema gli si pone in modo ostile, può essere una ragione (non una giustificazione) per fargli perdere la testa. O no?

Iustitia_20127358originallarge-4-3-800-0-2-1996-1497-433x324C’è una soluzione per l’appunto sistemica che possa riequilibrare la situazione? Naturalmente sì. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo da anni ormai si sgola a chiedere al nostro paese di uscire dall’età della pietra nella legislazione di famiglia. Sarebbe già un passo avanti, magari da corredare con una revisione sensata di quei reati penali che hanno finito per caratterizzarsi impropriamente “per genere”, primo esempio l’art. 612 bis “Anti-stalking” (vedasi la nostra proposta di riforma). Il tutto, magari, con qualche sforzo anche culturale, come sottolinea l’avvocato Grillone.

È opportuno creare e favorire l’attivazione e il rafforzamento delle reti di sostegno e prossimità intorno alle persone e famiglie ferite o in difficoltà. Quindi altrettanto necessario risulta rilanciare la famiglia come elemento di speranza e di futuro per l’Italia. Le nostre istituzioni hanno guardato alla famiglia distrattamente, considerandola di volta in volta come ammortizzatore sociale, come tradizione superata, come problema o come intralcio al pieno sviluppo delle potenzialità individuali. Eppure, una società a misura di famiglia è la miglior garanzia contro ogni deriva individualistica o collettivistica.

Il capolavoro sarebbe completo spezzando di forza il concatenamento di interessi che lega cooperative sociali, case-famiglia, centri di ascolto, centri antiviolenza, avvocati e operatori sociali senza scrupoli, né professionalità, né deontologia. Soggetti che, di certo, fanno sentire il loro bel peso, elettorale ed economico nel forzare il sistema a rimanere quello che è, grazie anche all’interfaccia semplificato di politici inetti. Vero è che se il sistema venisse riformato come si è detto, significherebbe che l’Italia non ha più politici inetti, ha una forza culturale evoluta e moderna, un sistema di giustizia avveduto e socialmente consapevole, e i parassiti attuali si estinguerebbero in modo naturale.

Un’utopia, ok. Ma val la pena in ogni caso combattere per essa. E l’esistenza di professionisti lucidi e consapevoli come l’avvocato Grillone sono un incoraggiamento in questo senso.

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