Il tormentone della violenza di genere: un’anomalia tutta italiana?

imageUn nostro lettore ci ha segnalato ieri alcuni tra i tanti contributi che fioriscono quotidianamente sui media per denunciare quello che viene definito “un fenomeno di enormi proporzioni”, ovvero la violenza di genere nel nostro paese. Intendendo con ciò, ça va sans dire, la violenza a danno delle donne, declinata in tutte le sue sfumature, dall’ingiuria al cosiddetto “femminicidio”. Il battage su queste tematiche è assillante e ossessivo e, oltre a includere ultimamente anche scuse non richieste da parte di contriti “cavalieri bianchi” (a partire dal Presidente del Senato Pietro Grasso, fino a talune pietose uscite sui media), negli ultimi giorni ha fatto riferimento anche a “nuove statistiche” sul tema, elaborate dall’ISTAT in collaborazione col Ministero della Giustizia.

A darne notizia è un articolo sgrammaticato e faziosissimo nel suo allarmismo, apparso sull’Espresso. Vi si parla appunto di dati aggiornati, senza però dare link o riferimenti. Cerca che ti ricerca alla fine abbiamo trovato la fonte statistica: si tratta di una inchiesta del Ministero della Giustizia (a cui in realtà l’ISTAT non sembra aver dato alcun contributo, anche se nell’articolo dell’Espresso così si dice… ma nominare l’ISTAT aumenta è convincente, si sa…), relativa agli anni (così si dice) dal 2010 al 2016, seppellita tra le tante che quel Dicastero svolge regolarmente. Vale la pena guardarla brevemente nel dettaglio, confrontandola con l’articolo dell’Espresso.

statistiche-webQuando si raccolgono statistiche, va detto per correttezza, ci sono due aspetti cruciali da tenere in considerazione per capirne l’affidabilità: la fonte delle informazioni (o il campione, comunque lo si voglia chiamare), e il tono espositivo con cui i numeri vengono analizzati e comunicati. Esempio banale: se decido di raccogliere una statistica di quante persone tra i 30 e i 35 anni, con i capelli biondi e residenti nel sud Italia leggono o hanno letto Ippolito Nievo, faccio una scelta metodologica legittima che però limita il campo di analisi. Più il campo di analisi è limitato, più la statistica rischia di essere poco rappresentativa. Per questo la prima cosa che abbiamo cercato nella statistica del Ministero è stata la fonte, che viene così, un po’ candidamente, descritta:

…abbiamo raccolto il maggior numero possibile di sentenze, relative a tutti gli omicidi di donne avvenuti nel nostro Paese a partire dal 2010.

Un attimo… “il maggior numero possibile” non è compatibile con “tutti gli omicidi”. O sono tutte le sentenze relative a tutti gli omicidi, o è il maggior numero possibile di sentenze relative a omicidi (non tutti). Successivamente si precisa meglio: le sentenze prese in considerazione sono quelle emesse tra il 2012 e il 2016 per fatti commessi tra il 2010 e il 2015. Dunque il range della statistica è di quattro, cinque o sei anni? Non è chiaro, anzi è proprio confuso. Una brutta brutta partenza per un documento che vuole basarsi sulle statistiche. Qualcosa che rischia di invalidare fin da subito le rilevazioni e le analisi. E forse è proprio per questo che l’articolo dell’Espresso si guarda bene dal dichiarare la fonte originaria dei numeri…

XXXV16_III_2-pesi-e-2-misure-..effetto-errori-cognitivi-bias..-ODG16Ma non è tutto: per capire come dovrebbe essere commentato e analizzato un insieme di statistiche, si prenda un documento ufficiale a caso pubblicato dall’ISTAT e lo si confronti con quello del Ministero. Nel primo si noterà una pressoché totale assenza di termini “emotivi” o evocativi: si stanno illustrando dei freddi numeri, dunque occorre essere freddi nei toni. Una distanza che il documento del Ministero non ha. Assomiglia più a un articolo di giornale (e infatti l’Espresso lo copia quasi per intero, e male). Qualche esempio (i corsivi sono nostri):

Donne uccise da uomini, perché sono donne. Questo è il femminicidio. Un massacro a vedere i numeri. […] Significa che in Italia ogni due giorni (circa) viene uccisa una donna.

Se ne contano a migliaia nel mondo. Numeri da genocidio. […]

…un colpo sarebbe sufficiente a centrare il truce obiettivo dell’autore […]

In un caso, quasi grottesco, l’autore si è presentato alle forze dell’ordine portando con sé il cadavere della vittima.

Toni ed espressioni che emettono giudizi, usano formule giornalistiche, stabiliscono d’autorità definizioni, portano con sé una carica emotiva che, se si deve commentare delle statistiche, non è appropriata, perché suggerisce una presa di posizione del commentatore. E le prese di posizioni sono appannaggio dei politici, degli opinionisti, non di chi commenta dei numeri, specie se lo fa da un Ministero. Sarà per questo che il documento viene intitolato furbescamente “inchiesta” e non “rilevazione statistica”.

Bullismo-virtualeNon è tutto: dopo aver deciso autonomamente cos’è il femminicidio, l’autore dell’inchiesta fa un commento di due righe sui figli che uccidono le madri per motivi economici. Alt… non erano statistiche solo su uomini che uccidono donne “in quanto donne”? Che c’entrano i figli che uccidono le madri? Quelli non sono femminicidi, a rigor di definizione autoaffermata. E invece dentro la statistica vanno pure quelli, a quanto pare. E insieme ad essi viene citata anche la quota di assoluzioni, diversamente giustificate. Manca il dato, che sarebbe essenziale, delle archiviazioni. Ma manca anche una serie storica che mostri se i dati spaventosi e raccapriccianti (notevole come l’inchiesta si soffermi sui dettagli più morbosi degli omicidi) sono in calo o se ci avviamo davvero verso un genocidio. Ve lo diciamo noi: tutti gli indicatori (violenza, stupro, omicidio) sono in caduta libera da anni.

L’autore di questo documento pasticciato e tutt’altro che “ministeriale” si chiama Fabio Bartolomeo, appartenente alla Direzione Generale di Statistica e Analisi Organizzativa del Ministero della Giustizia. Per capire come mai un soggetto dal ruolo così importante ha prodotto un documento così poco chiaro, contraddittorio, dai toni così inopportuni e non oggettivi, abbiamo cercato di sapere qualcosa di più di lui. In rete è reperibile il suo CV, da cui risulta che abbia passato 14 anni della sua vita professionale lavorando per Accenture, multinazionale americana che ha lo scopo di “aiutare i propri clienti ad affrontare le sfide del business” (così dice il loro sito). Dopo questa esperienza, Bartolomeo è passato al Ministero della Giustizia, dove forse un po’ dell’approccio “business oriented” avuto per tanti anni ancora influenza le sue modalità di lavoro.

In che senso? Be’, per capirlo, e anche per inquadrare tutto l’ossessivo battage che si sta facendo sulla violenza di genere, occorre tornare all’articolo dell’Espresso. Si sappia: sul piano della comunicazione, negli articoli ciò che conta sono il titolo e la chiusura. Le uniche due cose che restano in mente al lettore. Ebbene, la chiusura del pezzo citato è l’unico non scopiazzato dall’inchiesta di Bartolomeo, ed è un penoso piagnisteo per le risorse che il Governo non assicurerebbe ai tantissimi centri anti-violenza sparsi sul territorio. E quei pochi che assicura, denuncia l’articolo, spariscono nei bilanci regionali.

come-fare-soldi-ecco-le-migliori-ideeSoldi, soldi, soldi, soldi! Lì si va a finire. Quale emergenza? Quale genocidio, quando tutti i numeri rilevanti sono in calo? Il problema sono i soldi. Pubblici naturalmente, ma non solo, anche quelli privati fanno gola. E, da sempre, non c’è migliore indicatore delle tendenze del business che le strategie delle companie assicurative. Le quali, guarda un po’, da tempo promuovono questo tipo di polizze: copertura per le donne vittime di abusi e violenza. Non è chiaro se un omosessuale o un transessuale possano accedere alla polizza, ma di fatto si tratta di una copertura assicurativa “riservata” a un solo genere. Sempre il solito, quello femminile, notoriamente, da quando il concetto di famiglia è stato demolito, quello più propenso al consumo.

Ci sono però due problemini non da poco. Il primo è che l’Articolo 3 della nostra Costituzione vieta la discriminazione tra uomo e donna (oltre a molte altre). E dato che l’Italia è da sempre la prima a far carta straccia delle proprie regole fondamentali, ecco il secondo problema: oltre a riprenderci per la totale inequità del nostro diritto familiare, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo da tanto tanto tempo (Direttiva n. 113 del 2004) ci vieta tassativamente ogni discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso a beni e servizi e la loro fornitura. Da sempre le nostre assicurazioni aggirano in vario modo, con l’aiuto di Roma, questa Direttiva, ad esempio attribuendo, su base statistica, costi più bassi alle polizze auto intestate alle donne o inventandosi polizze “ad generem”, come quella che abbiamo visto.

italiasprofonda_500Il problema è che “ce lo chiede l’Europa” di smettere con queste anomalie. L’Europa è lenta e paziente nell’attendere che un paese smetta di favorire impropriamente alcuni settori economici con leggi tendenzialmente anticostituzionali e che aggirano gli obblighi. Una pazienza che non esime però dal pagamento di multe salate, finché non è più possibile tirare la corda e bisogna adeguarsi. Che tutto ‘sto casino, queste statistiche abborracciate e spesso manipolate, questo battage ossessivo servano per dire all’Europa che, come sempre, l’Italia fa caso a sé a causa di suoi fenomeni interni e che dunque deve essere sollevata dalle regole comuni, anche se più equilibrate? Può essere benissimo. Anomalie del genere abbondano in Italia, e gli elementi per sospettare che questa sulla violenza di genere sia una in più ci sono tutti.

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