Bimbe e consumatrici: le donne a loro insaputa

parità-tra-uomini-e-donneC’è, non l’abbiamo mai nascosto, una critica all’odierno ruolo della donna alla base del punto di vista che ispira gli argomenti di questo blog. Non è una critica né ideologica né tantomeno mirante ad alimentare i conflitti di genere. Al contrario è un tentativo di inquadrare i ruoli assunti da uomini e donne all’interno di un contesto più ampio, che non si limiti a questioni spicciole e circoscritte, ma che cerchi di guardare la situazione da un punto di vista globale. La tesi di fondo è che il sistema attuale concentri le proprie attenzioni ossessive sulle donne non per una reale emergenza, non per una questione femminile che non trova soluzione, ma perché complessivamente il flusso economico attuale gira di più e meglio se imperniato sulla figura femminile, quando questa viene estraniata dal tradizionale contesto più significativo, come ad esempio quello familiare.

Parlando del mondo occidentale, e in special modo del nostro paese, in questa direzione vanno i media, la politica, le leggi, l’economia. Abbiamo cercato di dimostrarlo più volte analizzando il modo con cui vengono date le news, come maturano le scelte dei decisori, le norme in vigore, gli equilibri del mercato e le relative statistiche. Una ricerca internazionale quinquennale da poco diffusa nel suo aggiornamento del 2015, chiamata Global Media Monitoring Project (GMMP), ci rafforza in questa convinzione. Abbiamo letto l’intera ricerca cercando di non farci influenzare dall’interpretazione faziosa (naturalmente) che ne hanno dato i quotidiani nazionali mainstream, che hanno ridotto il tutto al semplice grido d’allarme: “le donne sono marginalizzate nell’informazione!”.

WMTN_banner2_550Per la precisione, la ricerca in questione ha un interesse specifico soprattutto nel campo dell’informazione e dei media. Il suo obiettivo è quello di misurare la presenza, dunque il “peso” che i media mondiali danno a uomini e donne, sia come oggetto di notizie, sia come destinatari delle notizie, sia come produttori di notizie (giornalisti e simili). La realtà globale che ne emerge è molto variegata e frastagliata, dipendente dai trend culturali e sociali dei diversi continenti e, ancora più nel dettaglio, dei diversi paesi presi in considerazione a titolo d’esempio. Tra i quali, purtroppo, non c’è l’Italia, in ambito europeo.

Tuttavia, leggendo con attenzione il report dedicato agli equilibri di genere nei media in Europa, si incontrano due tabelle a nostro avviso estremamente eloquenti. La prima riporta gli argomenti a carattere femminile più trattati dai media (televisione, radio e stampa) europei:

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Primo posto assoluto per quegli argomenti che si riferiscono ai mercati e alle economie di maggiore interesse per le donne: concorsi di bellezza, modelle, moda, chirurgia estetica. La visibilità delle donne sui media è imperniata su queste tematiche. Niente di particolarmente profondo o significativo, il più delle volte non sono notizie, ma inserzioni pubblicitarie camuffate da notizia (in gergo si chiamano “redazionali”). Al secondo posto, ma molto distanti dal primo, ci sono argomenti legati all’attivismo dei movimenti per i diritti delle donne. E non sorprende: si blandisce e si “corteggia” il movimentismo femminile dedicando ad esso il 57% delle news per indurre chi ne fa parte a sorbirsi i redazionali fatui, cui si dedica l’81% delle notizie, sperando in un effetto trascinamento che favorisca l’apertura del portafogli.

Tutte chiacchiere, teorizzazioni insensate da maschilisti incalliti? A chi legge il giudizio. Ma prima si dia un’occhiata, a titolo di mero esempio, a questi due estratti dal Corriere della Sera edizione web, uno di qualche tempo fa e uno di stamattina.

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N.1: notizia centrale di cronaca con vittima femminile e a fianco notizia di moda.

 

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N.2: notizia da movimentismo per i diritti delle donne (dei nostri “amici” della 27esima Ora) e a fianco notizia di moda-gossip.

Non sono posizionamenti casuali. Nulla è casuale nei media in generale, specie in quelli a maggiore diffusione, dove a dettare la linea editoriale sono, in ordine d’importanza, le lobby economiche, gli inserzionisti e i politici. Ed è possibile prendere ad esempio qualunque altro quotidiano a tiratura nazionale per avere lo stesso tipo di riscontri. A cui si può associare una sfida: si cerchi la presenza di articoli che abbiano come argomento la famiglia, in qualunque forma (ma non da redazionale). Trovarle è quasi impossibile. Non a caso nell’elenco degli argomenti trattati, secondo la citata ricerca internazionale, la famiglia è all’ultimo posto. E sicuramente il dato del 43% è frutto dell’analisi dei media nord-europei, non certo di quelli nostrani.

Una seconda tabella davvero interessante che si può trarre dalla sezione europea del GMMP 2015 è la seguente:

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L’elenco indica lo status occupazionale delle donne di cui si parla nelle news ad esse dedicate. Al primo posto: bambine e adolescenti. Al secondo le casalinghe. Al terzo le operatrici sanitarie o educative o baby-sitter. Al quarto le prostitute. Un bel ventaglio, indubbiamente: i media, su cui il movimentismo femminile pensa di poter contare per dar risalto alle proprie battaglie, sono i primi ad adeguarsi agli stereotipi classici del mondo femminile, con un focus significativo sulla sessualizzazione della donna. Ma ciò che più rileva è che al centro del mirino ci sono le donne in formazione: bambine e adolescenti.

depositphotos_84137406-stock-photo-women-and-children-with-cartNel marketing dell’informazione e pubblicitaria già da molto tempo (dagli anni ’90) si è teorizzato che i soggetti più sensibili ai messaggi che indirizzano al consumo sono prima di tutto i bambini, e al secondo posto le “donne atomizzate”, ovvero sradicate dal contesto familiare, o comunque considerate come tali nel renderle destinatarie dei messaggi commerciali (si legga, a questo proposito, il testo “Consumati: da cittadini a clienti” di di Benjamin R. Barber, edito in Italia da Einaudi). Qualcuno si è mai chiesto perché nelle réclame i bambini la facciano da padrone, anche quando il bene pubblicizzato è un prodotto per la casa, un’automobile, un sito per la ricerca di un appartamento (oggetti tutt’altro che infantili?). C’è un preciso calcolo: pochissimi genitori possono dire di no al figlio che al supermercato chiede di comprare la carta igienica della pubblicità con le formichine che su di essa fanno lo scivolo. Pubblicitari e aziende produttrici di beni di consumo lo sanno bene, e lì indirizzano prioritariamente il messaggio, anche quando si tratta di mera informazione.

E gli adulti che ci stanno a fare? Le stesse teorie impongono di trattare anch’essi come bambini, da un lato. Dall’altro raccomandano di fare riferimento ai soggetti come se non fossero legati da vincoli e progettualità profonde e di lungo periodo. La famiglia è il peggior nemico del commercio e della pubblicità contemporanei. Perché una famiglia preserva se stessa, e compra la carta igienica (che ha un utilizzo specifico e non ha un valore aggiunto se ci sono le formichine stampate sopra) meno costosa per poter risparmiare in vista dei futuri studi dei figli o per altre spese ben più importanti. La famiglia è un’agenzia normativa, come si dice in sociologia: un impedimento roccioso allo spreco e al consumo fine a se stesso, cui si rinuncia per valori più significativi.

spesa-jpgProtagoniste di questo ruolo sono state tradizionalmente le donne. Nella vecchia e ormai sorpassata società patriarcale l’uomo lavorava, la donna si occupava della casa e gestiva le economie familiari. Era la “banca” della famiglia, nonché il suo ministero delle finanze. Ed esercitava quel ruolo con un rigore inflessibile. Il benessere attuale, grazie al quale i figli del baby-boom oggi pensionati riescono a mantenere figli e nipoti disoccupati, lo si deve anche a quel rigore. Qualche sparuta traccia di questo meritevole ruolo rimane ancora oggi che la società patriarcale è un ricordo del passato remoto e l’istituzione familiare è vista come un fastidioso impedimento all’attività ludica del consumo senza soluzione di continuità. Per confermare ogni giorno e consolidare il completo smantellamento di questi ruoli e di questi equilibri, che potrebbero benissimo venire recuperati nel contesto moderno delle relazioni di genere, la comunicazione e il marketing, camuffandosi da informazione, fanno il loro sporco lavoro con grande efficacia.

Alimentare lo strisciante conflitto o anche solo la distanza tra uomini e donne, enfatizzare il clima da caccia allo stregone contro gli uomini, ossia coloro che oggi ancora incarnano le aspirazioni a un recupero delle solide logiche familiari declinate in un contesto contemporaneo, sono tutte strategie precise, non casuali. La ricerca internazionale che abbiamo citato lo conferma: l’obiettivo primario è tenere ben lontani uomini e donne, quando non favorire il loro scontro. Perché non c’è cosa più negativa per il sistema di uomini e donne che tornino a incontrarsi e a interpretare in modo moderno un insieme di valori profondi, significativi e refrattari allo spreco e al consumo.

Un commento

  1. Bravissimo, divide et impera. Fino a 20 anni fa la famiglia ideale era quella del mulino bianco, del resto basta guardare le cause di Forum per vedere come negli ultimi 10-12 anni hanno dismesso le liti di confine con l’albero che butta le foglie sulla proprietà di qualcun altro, per andare alle cose personali e sessuali sempre più perverse.

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